Le ovvie affermazioni di Boeri fanno infuriare ma frenano gli aspiranti

Scritto il alle 09:02 da [email protected]

L’aria non butta bene per il governo in sede europea, il  che provoca una salita dello spread ed una discesa dell’indice della borsa di Milano, mentre si agitano le acque sul decreto fiscale in merito alle manine o manoni  come quella della famiglia Adams (copyright Carfagna) che hanno modificato il testo.
Ma uno dei punti che hanno  suscitato disappunto della UE è proprio quello sulle pensioni essendosi sbracciata fino all’ultimo di non stravolgere la Fornero.
Proprio a tal proposito, come ormai sappiamo tutti, il presidente dell’Inps Tito Boeri è stato “audito” dalla Commissione Lavoro della Camera dei Deputati ( guarda il Video) il 17 ottobre scorso per la seconda volta in relazione al famoso progetto di legge n. 1071 sul taglio delle pensioni d’oro, progetto di legge che sarà incorporato nella prossima legge di bilancio 2019 e non si sa ancora come dovrebbero avvenire questi tagli. Dal ricalcolo delle pensioni si passerebbe ad un “contributo di solidarietà” in modo da evitare le probabili forche caudine di una dichiarazione di incostituzionalità. Poi visto che si trovava, ha detto la sua anche sulla quota 100.
Le ovvie dichiarazioni del dominus previdentiam Italiae hanno suscitato le irate reazioni di chi ha gridato ad una invasione di campo. Ma chi strepita ignora l’assunto per cui i tecnici si muovono disegnando le peggiori ipotesi, mentre i politici viceversa sono tendenzialmente ottimisti.
Ora al netto delle affermazioni del costo complessivo della manovra in un decennio, dai 100 miliardi di euro in su, le altre affermazioni sono di una ovvietà sconcertante che non necessitano di eccessiva specializzazione economica attuariale, ma basta il buon senso del padre di famiglia, che era alla base del diritto romano.
Al di là del fatto che il titolo della legge parla di ricalcolo della pensione sui contributi effettivamente versati, ma poi si opera sulla data in cui si è lasciato il lavoro, senza distinzione fra limiti di etàdimissioni volontarie ( ma questa discrasia sarebbe superata dal contributo di solidarietà), bisogna mettersi d’accordo fra il riferimento per il taglio delle cosiddette pensioni d’oro fra i 90.000 euro lordi di pensione e l’importo massimo di 4500 euro mensili netti per rendere omogenei i termini della questione. Le persone che hanno un reddito da pensione superiore a 90.000 euro lordi sono 44.000 e di queste 29.000 dovrebbero essere interessate al provvedimento. I tagli medi previsti sono per l’8% dell’importo con punte del 23%. Con questa soglia – ha insistito – «si risparmierebbero 150 milioni l’anno».” Cioè un fatto emblematico ma di nessuna utilità pratica ai fini della pensione di cittadinanza di 780 euro mensili. Boeri ha detto che si può arrivare a un risparmio di 300 milioni l’anno se si riduce la soglia per l’intervento a 78.000 euro lordi dai 90.000 attuali. Un altro modo per aumentare i risparmi e arrivareal  miliardo in tre anni, ndr come vuole l’Esecutivo,  è il blocco della perequazione per le pensioni superiori a sei volte il minimo Inps (3.000 euro al mese) come già operato dal Governo Letta.

Dove è stato invece di una ovvietà lapalissiana è stato quando, parlando di quota cento, ha ricordato un principio fondamentale delle assicurazioni sociali. Le rendite erogate da queste si fondano sui contributi versati e sugli anni di versamento. Più i contributi ed anni crescono più la rendita aumenta, meno sono e meno si maturerà da riscuotere mese per mese.

“Un lavoratore che decidesse di andare in pensione con quota 100 a 62 anni e 38 di contributi, in anticipo di cinque anni rispetto all’età di vecchiaia, potrebbe dover rinunciare a circa il 21% rispetto all’assegno che avrebbe preso a 67 anni. Ha esemplificato Tito Boeri in alla Commissione Lavoro della Camera. Il potenziale assegno che si maturerebbe con quota 100 per un dipendente pubblico con una retribuzione media di 40.000 euro lordi l’anno e una pensione attesa di 30.000 euro in uscita nel 2019. «Se il calcolo è interamente retributivo fino al 2011 e poi contributivo – ha detto – uscendo cinque anni prima si rinuncia a circa 500 euro al mese (lordi) che si sarebbero presi uscendo a 67 anni. In pratica a 67 anni si prenderebbe una pensione da 36.500 euro ma avendo versato contributi per altri cinque anni. Però andando  in pensione prima, non si versano contributi e si incasasano 150.000 (30.000 per cinque anni) euro di assegni in più».
A questo punto ogni lavoratore dovrà fare bene i suoi conti, per vedere la convenienza. Fra gli apsiranti quota 100 o altre possibilità di uscita anticipata,  si possono presentare alcune tipizzazioni del pensionato che se ne vogliono andare prima. Dico così senza avere dati per decidere un ordine classificatorio: le donne che non vedono l’ora di lasciare il lavoro tant’è vero che sono disposte ad accettare perfino l’opzione donna che è la forma pensionistica più penalizzante in assoluto, gli uomini che non ce la fanno più per una serie di motivi ad andare al lavoro, salute, crisi aziendali, motivi familiari ( come per la maggior parte delle donne), dipendenti che pensano di continuare a lavorare svolgendo qualche altra attività. Per costoro c’è , ci sarebbe, un ostacolo costituito dal divieto di cumulo. Ma già si parla che sarebbe limitato a due anni post pensionamento, ma in ogni caso potrebbe anche essere una ulteriore spinta verso il lavoro nero.

 

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