Caos calmo sulle pensioni e il problema degli statali

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Continua la ridda delle ipotesi e delle illazioni sulle pensioni, fatta più di boatos, gossip, anticipazioni carpite fra gl interessati che fra atti ufficiali. Né contribuisce a diradare la nebbia la bozza della manovra finanziaria 2019. Il Titolo III “Misure per il lavoro, l’inclusione sociale, la previdenza, la famiglia e il risparmio” , non chiarisce il mistero. C’è la previsione della pensione di cittadinanza e l’istituzione di un Fondo presso il Mef con una dotazione di 6.700 milioni per il 2019, fondo destinato “all’introduzione di ulteriori forme di pensionamento anticipato e misure per incentivare l’assunzione di lavoratori giovani” , ma nulla che chiarisca il mistero, tranne sapere che ci saranno specifiche misure correlate . Sulle pensioni c’è il titolo dell’articolo: “Norma pensioni” ma manca la norma che dovrebbe disciplinare la pensione di cittadinanza, il taglio delle pensioni d’oro, l’eventuale blocco della perequazione eccetera..
E’ chiaro che parlando di nuove forme di pensionamento anticipato la mente corre immediatamente a quota 100. Ma come questa si strutturi e se abbia o meno penalizzazioni,  se sia una misura strutturale o valida solo per l’anno prossimo, se si devono aprire determinate finestre, sequeste siano  due, tre o quattro in un anno, non è dato  sapere. Probabilmente tutte queste quisquilie saranno oggetto di successivi provvedimenti delegati, decreti legge oppure si procederà con la presentazione di appositi emendamenti durante la discussione parlamentare della legge di bilancio 2019 , che, ci scommetto, sarà approvata con una bella fiducia e chi si è visto si è visto, sempre che siamo sopravvissuti (economicamente) fino ad allora.
Dando per scontato che il range della quota 100 sia età 62 e contributi 38, il prof Boeri alla Commissione Lavoro della Camera ha dichiarato che gli iscritti all’Inps in possesso in questa condizione sono circa 400.000. E’ chiaro che non tutti si precipiteranno per andare a casa: Pur non essendo previste penalizzazioni, lavorare 5 anni in più o in meno comporta una sensibile variazione dell’assegno pensionistico, anche se oggi lavorare di più per ottenere una pensione semplicemente adeguata, può far correre il rischio di vedersela classificata come pensione magari solo “ d’argento” e come tale un ingiusto privilegio da ridurre con una bella sforbiciata per finanziare la pensione di cittadinanza per la quale, assieme al reddito di cittadinanza, vengono stanziati per il 2019 solamente 9 miliardi.
Intanto l’Inps ha reso noto i risultati del monitoraggio dei pensionamenti fino al 2 ottobre 2018 dove si registra un numero complessivo di liquidazioni di vecchiaia e anzianità/anticipate  inferiore al corrispondente valore del 2017, la differenza è riconducibile essenzialmente all’aumento del requisito di età pensionabile delle donne.
Nel 2018 infatti si conclude il percorso di equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne nel settore dei dipendenti privati e dei lavoratori autonomi. La pensione di vecchiaia ora spetta al raggiungimento dell’età di 66 anni e 7 mesi sia per gli uomini che per le donne.
Osservando i primi nove mesi del 2018, si rileva un peso decisamente superiore delle pensioni di anzianità/anticipate su quelle di vecchiaia rispetto al dato annuo del 2017. Questa tendenza sarà ulteriormente amplificata nel corso del prossimo anno.
Dei potenziali aspiranti quota 100, ben 160.000 sarebbero i dipendenti pubblici. Questo crea una serie di problemi, di sostenibilità economica e di funzionalità della Pubblica Amministrazione.
Se solo andassero in pensione la metà degli statali aventi diritto, sarebbero circa 80.000 dipendenti in meno la cui uscita non era stata assolutamente programmata che unita ai pensionamenti ordinari di vecchiaia prevista in 150.000 unità, potrebbe raggiungere la bella cifra di 230mila uscite nel 2019. Da una parteci sarà  un’ esborso non programmato di tfr/tfs, dall’altra parte una paralisi nell’erogazione dei servizi pubblici, già di per sé provati dalle spending review degli anni scorsi e dal blocco del turn over dei dipendenti. Di positivo sarebbe uno svecchiamento del settore delle risorse umane, anche con il rischio di dispersione di specifiche professionalità che non sarebbero immediatamente sostituibili.
I diretti interessati, capi delle pubbliche amministrazioni, e il Mef già stanno mettendo le mani avanti invocando impegni concreti contro il depauperamento dei dipendenti ed il depauperamento dell’erario ( circa 3 miliardi aggiuntivi).
La pensione dei dipendenti pubblici come per quelli privati, viene pagata il mese dopo il pensionamento. Non così per il Trattamento di fine rapporto o il Trattamento di fine servizio. In base al Decreto Salva Italia del 2011 e dalla Legge di Stabilità del 2014, il TFR o il TFS viene pagato dopo 12 mesi se cessati per limiti di età o dopo 24 mesi per dimissioni , e a 105 giorni per chi è stato dispensato per inabilità (o anche per i decessi).
A tutti la Ministra della Funzione pubblica vuole rassicurare con un colpo solo sia i capi del personale, sia il Mef.
Ai primi promette un piano straorinario di assunzione mentre per il tfr un ulteriore slittamento.
Allo studio ci sono varie ipotesi. La prima è quella di far slittare il primo pensionamento anticipato degli statali a giugno, perché dovrebbero dare un preavviso di tre mesi a gennaio e poi poter andare in pensione con la prima finestra utile a luglio ( se ci saranno le finestre). Ma come fatto per l’ape, l’anticipo pensionistico, il tfr potrebbe decorrere dal raggiungimento dei 67 anni e si tatterebbe di insopportabili tempi biblici. Oppure sempre come per l’ape volontario si potrebbe far ricorso alla banche. Queste anticiperebbero il dovuto agli interessati e successivamente lo Stato rimborserebbe l in 5 anni. Ma senza aspettare questa norma, basta guardare in giro e scoprire che le banche già da tempo si sono attrezzate ad anticipare il Tfs, solo che stavolta e positivamente l’onere passerebbe a carico dello Stato.

 

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