Ape sociale o quota 100

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Nel 2011 la situazione economica nel nostro Paese stava per precipitare, lo spread a quota 500, capitali in fuga, default alle porte. Oggi lo scenario è simile, ma non uguale fortunatamente. Defenestrato il governo Berlusconi con un colpo di mano, fu insediato un governo di salute pubblicalacrime e sangue”. E così fu . Il cosiddetto Decreto Salva Italia emanato per la bisogna, conteneva un sacco di misure restrittive ed impopolari, fra cui la riforma della riforma delle Pensioni. Superata la fase emergenziale, a mente fredda ci si accorse che si era un po’ calcato troppo la mano. In effetti, per presentarci belli ed austeri di fronte all’umanità ed alla Comunità Europea, con la riforma delle pensioni Fornero si era agito troppo in fretta. Se era giusto adeguare l’età pensionabile alla speranza di vita, cosa del resto già previsto dalla legge Dini, che prevedeva però adeguamenti decennali, fu sbagliato attuare un’elevazione immediata e per tutti. Cosa che non solo produsse il fenomeno degli esodati, ma che peccò anche per non aver considerato la diversità dei lavori e la relativa ricaduta in termini di efficienza e di capacità di coloro che li svolgevano. Aver accomunato sull’età pensionabile l’edile ed il travet degli uffici dove il cattivo funzionamento di un termosifone è causa sufficiente per almeno una protesta sindacale, fu il principale errore.
Immediatamente i sindacati e i politici scesero in campo per cambiare o abolire la Fornero. Gli sforzi ( tiepidi) dei politici non portarono a nessun risultato ed il referendum abrogativo promosso da un partito fu bocciato dalla Consulta.
Invece gli sforzi dei sindacati, nella precedente legislatura, portarono al varo dell’anticipo pensionistico (APE), nelle tre versioni di volontario, sociale e aziendale, nonché l’anticipo pensionistico per i lavoratori precoci, cioè di coloro che avevano almeno un anno di contribuzione prima del compimento di 19 anni. Nel frattempo furono istituite due commissioni tecniche, una sulla speranza di vita e l’altra sulla diversità dei lavori che avrebbero dovuto produrre lo scorso settembre due relazioni tecniche al Parlamento per una riforma equa e sostenibile delle pensioni. Dette Commissioni non si sono mai insediate perché il nuovo governo non ne aveva bisogno avendo in mente altre cose., più universali e più automatiche ( ma con costi insostenibili).
L’ape volontario, come noto, consiste in un prestito ponte erogato dalla banca che viene restituito dal pensionato nei successivi 20 anni la decorrenza della pensione.
Possono chiederlo quei dipendenti che hanno 63 anni di età ed almeno 20 anni di contribuzione e che si trovino a non più di 3 anni e 7 mesi dal pensionamento di vecchiaia. Non è un istituto pensionistico, ma un anticipo finanziario a carico di chi vuole smettere di lavorare anzitempo. Per molti era un’unica possibilità di uscire prima dal mondo del lavoro pagando di tasca propria. Per lo Stato è indifferente quanti chiedano l’ape volontaria, se pochi o molti, perché economicamente neutra, quota cento costa invece e come, all’incirca 7/8 miliardi annui se la chiedessero tutti quelli che ne hanno i requisiti.
L’Ape sociale invece è un nuovo ammortizzatore sociale, un reddito ponte per gli over 63 che non hanno ancora l’età per la pensione di vecchiaia e si trovano in condizione particolari.
La ratio è il rafforzamento dell’equità sociale indirizzando le risorse verso le persone in situazione di bisogno: disoccupati, lavori usuranti e “pesanti”, condizioni di salute o necessità familiari. Più in dettaglio possono chiederla:
1. Disoccupati che hanno concluso l’indennità di disoccupazione da almeno 3 mesi con 30 anni di contributi
2.  Lavoratori che assistono familiari conviventi di 1° grado con disabilità grave da almeno 6 mesi con 30 anni di contributi
3.  Lavoratori che hanno un livello di invalidità superiore o uguale al 74% con 30 anni di contributi
4.  Lavoratori dipendenti che svolgono un lavoro classificato come particolarmente pesante.

È un’indennità a carico dello Stato erogata dall’INPS,  i beneficiari, appartenenti  in una delle 4 categorie sopraelencate, devono avere almeno 63 anni di età e 30/36 anni di contributi.  L’importo è commisurato alla pensione attesa, con un massimo di 1.500euro lordi mensili per 12 mensilità (circa 1.325€ netti al mese).  Il beneficio viene erogato per una durata massima di 43 mesi fino al pensionamento.  Al termine dell’indennità si accede all’intera pensione alla quale si ha diritto, senza alcuna riduzione o penalizzazione.
Il pregio dell’ape sociale è quello di ridurre la platea ai soli lavoratori che hanno delle criticità, mentre quota cento non fa nessun riferimento alle condizioni individuali se non quelle dell’età anagrafica e contributiva.
Il difetto dell’ape sociale, è che esso non è un diritto soggettivo, spendibile per tutti coloro che posseggono i requisiti richiesti, ma sono soggetti ai limiti delle somme stanziate in bilancio.
Non è una misura strutturale e dovrebbe scadere, se non prorogata, a dicembre di quest’anno. Altre difficoltà sono costituite dall’iter procedurale e dalla complessità di fornire la documentazione probatoria.
Infatti le domande di Ape sociale sono accolte nel limite di spesa di 609 milioni di € per il 2018, 647 milioni di € per il 2019, e a decrescere per gli anni successivi.
La manovra 2019, approvata dal Consiglio dei ministri, contiene solo lo stanziamento delle risorse da dedicare alla Riforma Pensioni e non si sa cosa succederà per l’Ape sociale e come questa si incastra con quota 100.
Per esempio già la legge in vigore stabilisce che l’Ape sociale cessa al conseguimento del diritto alla pensione anticipata (articolo 8 Dpcm 88/2017) sostituita dalla pensione ordinaria. Varrà anche in caso del raggiungimento di quota 100? Non si sa.
Ma il punto non è questo. Se volete sono due filosofie a confronto, quella dell’ape sociale è un intervento mirato mentre quota 100 è un diritto universale. La prima interviene sull’individuo e anche se estesa a tutti i richiedenti avrebbe comunque bisogno di risorse ridotte rispetto a quota 100. E qui la differenza non è insignificante. Si possono per esempio utilizzare parte delle risorse risparmiate per diminuire la differenza pensionistica di genere, in modo da attutire il notevole gap previdenziale ancora esistente fra uomo/donna.
Poi c’è da fare il discorso sulla convenienza economica. Su quota 100 è vero che non si prevedono penalizzazioni, ma comunque andare in pensione 5 anni prima comporta un minore montante accumulato presso l’Inps ed un coefficiente di trasformazione di circa un punto percentuale in meno. elementi che incidono sull’ammontare dell’assegno pensionistico.

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