La pensione a 62 anni affonda quella integrativa

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Ormai siamo alle strette finali, fra un po’ la legge di bilancio 2019 entrerà nel vivo della discussione e si conosceranno le sorti della pensione di cittadinanza,e della riforma Fornero, sul taglio delle pensioni d’oro e sulla mitica quota 100 con annessi e connessi. Intanto però le cifre nude e crude stanziate in previsione della loro attuazione, hanno fatto scoppiare una guerra neppure più tanto diplomatica come si faceva una volta, ma apertis verbis, con l’Unione Europea, con il  pieno dispiego di tutto l’armamentario lessicale a disposizione dei novelli retori da social network, con larghi apporti mutuati dai bar degli angiporti. Il problema è che si vogliono fare i grandi senza moneta e per fare questo occorre chiedere i prestiti. Sappiamo tutti che l’affidabilità del richiedente condiziona la risposta. Intanto lo spread sale, sale e l’indice di borsa scende, scende…. Alla fine di queste sfide non vorremmo che finissimo poi tutti sotto il torchio a pagare ognuno di tasca propria.
Lo Stato per realizzare le sue attività ha bisogno di risorse che vengono fornite dai cittadini  e residenti attraverso le imposte, quando queste non sono sufficienti per tutte le spese statali, è giocoforza chiedere prestiti, offrendo una remunerazione a chi glieli presta. E come succede per i comuni mortali, il tasso di interesse dipende da un po’ di fattori tra cui il più importante è il grado di probabilità sulla restituzione del capitale. Chi possiede un solido patrimonio e un reddito certo, può ottenere un tasso migliore di chi non ha un patrimonio ed ha invece un reddito variabile e incerto. La stessa cosa succede per gli Stati: chi si presenta o appare più solido ottiene condizioni migliori di chi, all’opposto, ha una situazione meno solida. Nell’ambito della Comunità Europea lo Stato che è più forte economicamente, anche ultimamente  se registra qualche lieve battuta d’arresto, è la Germania che pertanto ottiene dal mercato i tassi più favorevoli e in presenza dei tassi negativi, restituiva meno di quanto aveva ottenuto con enormi risparmi sul suo bilancio. Lo spread in Europa non è altro che la differenza che uno Stato paga in più di interesse rispetto alla Germania. A marzo lo spread Italia – Germania era a 132 punti, ora siamo a oltre 310, man mano che esso aumenta parte delle risorse destinate al reddito di cittadinanza, pensioni con quota 100, sviluppo e occupazione, devono essere stornate per il pagamento di questi  maggiori interessi non previsti, con un aumento del debito pubblico. Con una politica meno strillata e plateale,  più incentrata  sui contenuti si poteva evitare? Forse si, lo ha detto più di una volta Draghi.
Un aumento dei tassi di interesse si traduce in un aumento della spesa pubblica e potenzialmente delle tasse, altro che flex tax. Dall’ aumento generalizzato dei tassi di interesse , a cascata derivano, l’aumento della rata del mutuo a tasso variabile o del tasso di interesse quando si va a chiedere un prestito.
Un’ulteriore conseguenza dell’aumento dei tassi di interesse è la svalutazione dei titoli di stato posseduti da investitori istituzionali come i fondi pensione, fondi di investimento, ma anche semplici risparmiatori che hanno confidando nel riacquistato stato didello stato di salute dell’Italia . Il motivo del deprezzamento lo ha egregiamente illustrato Vito Foschi su Lo Spiffero : “ Se un mese fa si è comprato titoli all’1% e adesso si trovano titoli al 3%, nessuno vorrà comprare i vecchi titoli e chi vorrà venderli dovrà abbassare il prezzo al livello per cui quel 1% iniziale possa garantire un guadagno pari a quelli dei nuovi titoli. Il tutto avviene in maniera automatica, perché esistono semplici formule che ricalcolano il valore di un titolo in base al tasso di interesse di mercato.”
Secondo la Covip,queste  tendenze  si sono riflesse sui risultati delle forme pensionistiche complementari, penalizzate  dal rialzo dei rendimenti obbligazionari. Nei nove mesi del 2018 i rendimenti aggregati, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, sono stati in media marginalmente negativi per tutte le tipologie di forma pensionistica: -0,1 e -0,2 per cento, rispettivamente, per i fondi negoziali e i fondi aperti; -0,1 per i PIP. La rilevazione era precedente all’impennata dello spread del mese di ottobre e incidono  in misura limitata su un periodo di osservazione più ampio. Rispetto a quanto registrato nel decennio trascorso da fine 2007, l’andamento fino a settembre 2018 ha inciso infatti solo per 0,2 punti percentuali sui rendimenti medi annui composti di tutte le forme complementari, che si mantengono largamente positivi. Nel periodo da fine 2007 a fine settembre 2018, i rendimenti sono risultati pari al 3,1 per cento nei fondi negoziali, al 2,8 per cento per i fondi aperti, al 2 per cento per i PIP di ramo III. Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del TFR è stata pari al 2,1 per cento.

Camillo Linguella

 

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