Le fake news sulla complementare

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Poi un bel dì vedremo come sarà articolata la riforma della Fornero nella legge di bilancio 2019. Il titolo rimane sempre lo stesso, attuazione della quota 100, ma i contenuti variano giorno per giorno su ipotesi sempre più riduttive, man mano che affiora la consapevolezza che bisogna fare i conti con la realtà. I costi sembrano comunque molto elevati e c’è l’esigenza di graduarli. Intanto si può cercare di sgombrare il campo su alcuni convincimenti che attualmente contribuiscono a mantenere un clima ostile attorno alla previdenza complementare, anche se i toni sono decisamente diversi da quelli degli anni scorsi.

Nel campo dele pensioni, in tutto il mondo, si va affermando il sistema contributivo  perché realizza la neutralità attuariale ed evita appesantimenti dei vari bilanci pubblici. Questo sistema come sappiamo, tiene conto, sia pure con modeste rivalutazioni, anche delle retribuzioni percepite all’inizio della carriera, venti, trenta anni fa, così necessariamente gli importi complessivi pensionistici che si vanno a maturare non sono eccessivamente alti. Se poi ci aggiungiamo i  rapporti di lavoro flessibili ed intermittenti, ci accorgiamo che siamo di fronte ad una possibile emergenza sociale con assegni pensionistici inferiori dal 20 al 50 % di quello necessario per vivere una volta ritirati dal lavoro. Non sappiamo come funzionerà la pensione di cittadinanza, ispirata forse da queste considerazioni ma a quello che è dato di capire, a prescindere dalle ripercussioni sul mercato del lavoro e sul principio di equità, essa non svolgerà nessun ruolo di integrazione delle rendite, ma tout court, assicurerebbe a tutti una rendita minima di una determinato importo ragguagliato a quella per una vecchiaia libera dal bisogno. Cioè una redistribuzione di risorse a carico del bilancio pubblico.
Per compensare la  diminuzione delle rendite insita nel sistema contributivo, è stata previsto un supporto di integrazione pensionistica, su base volontaria: la pensione complementare. Anche questa è una tendenza generalizzata nei paesi dell’Ocse
Prima della legge Dini 335/95 già esistevano comunque delle pensioni integrative, i cosiddetti fondi preesistenti ed erano appannaggio delle categorie più forti in quel periodo, cioè principalmente i dipendenti delle banche e delle assicurazioni.
Ora nessuno pretende che la previdenza complementare sia la panacea assoluta contro tutti i rischi pensionistici, ma è uno dei principali strumenti oggi disponibili per garantire l’adeguatezza delle pensioni. Ovviamente non tutti sono d’accordo su questo, ecco perché l’adesione alla complementare è su base volontaria, ma quando si esprime la contrarietà si dovrebbe avere sempre presente il quadro di riferimento invece di mettere in campo delle vere campagne di disinformazione che oggi non si ha nessuna difficoltà ad etichettare, come fake news. Frottole, si sarebbe detto una volta.
Gli argomenti utilizzati sono essenzialmente:
1 L’aderente alla previdenza complementare perde la disponibilità del Tfr che garantisce comunque una rivalutazione legale;
2 chi vende i fondi pensione” non è in grado di garantire alcun rendimento o certificare che le somme versate saranno integralmente restituite
3 il lavoratore non sa come vengono investiti i suoi soldi;
4 il mancato decollo è la dimostrazione della sua inefficienza a raggiungere gli scopi per la quale è nata
Poi ci sono coloro che accusano i sindacati di aumentare le paure e invece di trovare soluzioni migliori, rifilano polizze assicurative dei fondi pensione invece di difendere i diritti e gli stipendi dei lavoratori, la previdenza pubblica e la sanità pubblica.
L’adesione alla complementare segue un percorso parallelo a quello del Tfr, non c’è nessuna trappola. Infatti il Tfr non è disponibile a semplice richiesta, ma devono sussistere alcune condizioni. La principale è che esso diventa esigibile solo alla cessazione del rapporto di lavoro. Come per la complementare. Se un lavoratore iscritto alla complementare smette di lavorare con il diritto alla pensione integrativa, gli verrà attribuita una rendita mensile sulla base del capitale accumulato, se non si ha diritto alla pensione riscatta la posizione accumulata presso il fondo maggiorata dei rendimenti finanziari. Se decede il capitale va agli eredi. Dopo 8 anni di iscrizione può chiedere un anticipazione per la casa e può chiedere altresì un anticipo del 30% senza dover fornire alcuna motivazione. Negli anni di crisi (2008/2014) questa forma di “prestito” ha funzionato da ammortizzatore sociale, mentre chi era in Tfr pur avendo lo stesso bisogno son dovuti ricorrere a prestiti bancari). Il tfr si rivaluta annualmente dell’1.5% più lo 0.75% dell’inflazione. Il montante nella previdenza complementare si rivaluta a seconda degli andamenti dei mercati finanziari sul lungo periodo. Nel periodo da fine 2007 a fine settembre 2018, i rendimenti sono risultati pari al 3,1 per cento nei fondi negoziali, al 2,8 per cento per i fondi aperti, al 2 per cento per i PIP di ramo III. Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del TFR è stata pari al 2,1 per cento.
(Fonte Covip: Principali dati statistici aggiornamento settembre 2018).
I Fondi pensione negoziali di categoria non vendono polizze, assicurano un servizio sociale di supporto alla pensione pubblica. Rispetto al fatto che il lavoratore non sa come vengono investiti i propri soldi, mai affermazione è più falsa. Si ricorda che è il lavoratore che sceglie il comparto di investimento. Può essere quello prudente, quello dinamico o quello bilanciato a seconda della prevalenza della componente azionaria o obbligazionaria. Chi invece mira solamente alla restituzione del capitale accumulato, può scegliere il comparto garantito. Le scelte di investimento non sono irreversibili e si possono cambiare man mano che si avvicina il pensionamento, partire cioè con una scelta dinamica e finire nel comparto garantito.

Il conferimento del Tfr alla complementare è irreversibile come è irreversibile l’obbligo di destinare il Tfr all’azienda o all’Inps a seconda della dimensione dell’impresa ( se si hanno più o meno di 50 dipendenti).
Non è vero che la previdenza complementare non è decollata, gli aderenti sono più di 8 milioni con punte vicino all’80% nei comparti della chimica e metalmeccanico. Non decolla nel pubblico impiego, ma anche in questo comparto c’è una sensibile inversione di tendenza. Le cause sono state oggetto di approfondite analisi e dipendono da una serie di motivazioni che ruotano comunque intorno alla scarsa conoscenza dello strumento. Primeggia ancora la paura, artatamente alimentata, di perdere tutto il Tfr a seguito degli investimenti finanziari azzardati dei Fondi. Un’altra paura è che i fondi possono fallire come è successo negli Stati Uniti nel 2001 col Fondo Enron, è la stessa legge che esclude questa possibilità ( vedi l’ Art 15 comma 5 dlvo 252/05).
Venti anni di esperienza dovrebbero aver insegnato che i fondi hanno lavorato bene, positivamente, con rendimenti superiori a quelli del tfr e che nessun fondo pensione si è trovato in cattive acque.
Quello che non si dice:
a – il diritto ad ottenere un contributo aggiuntivo da parte del datore di lavoro pari all’1% delle propria retribuzione aderendo alla complementare. In un arco temporale lungo è un accumulo considerevole;
b – il risparmio fiscale: sono deducibili tutti i contributi versati fino alla soglia di 5124.57€. La rendita è tassata con un’aliquota iniziale del 15% che a seconda degli anni di iscrizione al fondo può scendere fino al 9% ( la tassazione della pensione parte dal 23%);
c – I controlli.  Il Consiglio dei Ministri del 6 settembre 2018, ha approvato il decreto legislativo che rende ancora più stringenti le attività e la vigilanza degli enti pensionistici aziendali o professionali (IORP2).
c – Bassi costi di gestione.  i fondi negoziali di categoria non hanno scopo di lucro e perciò hanno i costi più bassi in assoluto e questo elemento incide in modo significativo sull’ammontare della pensione complementare.

 

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