Pensioni d’oro: per il Corriere il taglio agli statati è giusto

Scritto il alle 09:33 da [email protected]

Finalmente il maxi emendamento è arrivato, il pericolo delle punizioni della UE è stato scongiurato e sembra tutto finito a tarallucci e vino. Sulle pensioni viene proposto il solito maquillage  effettuato ogni anno , come è stato ad esempio il 2017 ed il 2018 senza aver bisogno di tutto quel polverone di sfida mediatico sollevato con grande nocumento per l’economia italiana. In sei mesi è stato vanificato quello che bene o mal si era messo in piedi dal 2015. Sullo specifico dei provvedimenti pensionistici propost,i se ne parlerà con maggiore cognizione di causa a legge approvata con testo definito, testo che dovrà essere approvato in tempi strettissimi, evitando così ogni residua ( e formale) potestà di discussione parlamentare. Invece voglio soffermarmi su una sorta di danno collaterale che la annunciata riforma pensionistica ha provocato. Significativa anche per un certo pattern, abito mentale che alligna perfino fra quelli che si reputano possano essere i più illuminati maitre à penser.

Una nota firma del Corriere della Sera, uno dei cosiddetti opinion leader, cioè coloro che formano il sentire del popolo, il 19 dicembre scorso, nel rispondere ad una mail di un lettore che si lamentava del taglio delle pensioni d’oro, ha diviso i percettori di queste laute prebende in due categorie, quella ai quali il taglio è ingiusto e quella invece per cui il taglio è giusto.
Scrive a Cazzullo Aldo il Signor Ferdinando : Di Maio ha dichiarato che “ il taglio è un segno di equità sociale e di giustizia”. Ma di che segno, di che simbolo parla? Io e tanti miei colleghi pensionati oggetto di scherno da parte di improbabili giovanotti miracolati, abbiamo lavorato una cinquantina d’anni, facendo il nostro dovere e pagando sia tasse (alte) che contributi previdenziali (alti).
La lettera è corretta, la risposta un po’ meno, intrisa di qualunquismo, pardon populismo e amenità varie, e ripropone a livello gerarchico più alto la discriminazione brunettiana sui pubblici dipendenti etichettati in blocco come fannulloni, tipizzazione poi ripresa dalla Madia, dalla ministra Buongiorno ed in ultimo, sembrerebbe, dal giornalista del Corriere.
Risponde Cazzullo: “ Ho sempre trovato l’espressione “pensioni d’oro” vaga e offensiva: Vaga perché tiene insieme privilegiati, spesso “grand commis” che hanno guadagnato solo e sempre soldi pubblici talora non commisurati al servizio reso e lavoratori che hanno ben meritato in azienda”.
Ne discende che da una parte ci sono quelli che hanno lavorato in aziende private ed in tal caso non si tratta di privilegio ma di pensione giusta eccetera. Dall’altra parte ci sono i Grand Commis, I grandi servitori dello Stato come sono anche chiamati, cioè gli alti funzionari pubblici che se hanno lavorato solo e sempre per la Pubblica Amministrazione, magari dopo un pubblico concorso e non per chiamata diretta, solo per questo sono dei privilegiati e poi in fondo anche dei fannulloni. Penso per esempio a queste ore concitate vissute nei ministeri economici per la materiale preparazione del testo della manovra finanziaria 2019, oggetto di infiniti stravolgimenti, al lavoro , sempre per esempio, di Roberto Garofoli, capo di Gabinetto di Tria, ministro del Tesoro, costretto a lasciare il posto non certo per nullafacenza, ma diciamo così per alcune divergenze di vedute con l’attuale Esecutivo. Naturalmente è bene ricordare che un grande servitore dello Stato, per quanto grande, per funzionare ha bisogno di attrezzati uffici di personale con forti competenze specifiche che non si improvvisano nonché dell’usciere ( che neppure esiste più) che accende e spegne la luce, in attesa che lo faccia l’intelligenza artificiale. Insomma di team efficienti ed efficaci.
A cascata se i grand commis sono privilegiati, figuriamoci alle altre figure professionali. Naturalmente sono convinto che un sistema previdenziale non debba puntare sul pauperismo per essere sostenibile cioè in equilibrio economico per il futuro, ma basarsi sulle prestazioni corrispettive, che d’altra parte è alla base del sistema contributivo introdotto da Dini e accelerato dalla Fornero che lo ha esteso dal 2012 a tutti. A prestazioni corrispettive o sinallagmatiche significa in soldoni: “quanto versi come contributi, tanto ti prendi come pensione“. L’equità e la giustizia sociale sono racchiusi in questo sintagma. Qui torniamo al nocciolo del problema, i contributi si versano se si lavora, niente lavoro , niente pensioni o scarso lavoro e basse retribuzioni danno pensioni miserevoli. E’ qui che il problema diventa sociale e allora bene intervenga anche la solidarietà da parte di chi è stato più fortunato, o più capace. Così inquadrato il problema, un contributo temporaneo di solidarietà, cioè il taglio delle pensioni d’oro per tutti e non per categorie, ha una sua logica. Sapendo sempre che si tratta di misure tampone e non risolutive. Per salvare le pensioni bisogna salvare il lavoro. Da qui non se ne esce. Reddito di cittadinanza, pensioni di cittadinanza, disciplinate bene, ben vengano, ma il nucleo da rafforzare e rilanciare rimane quello del lavoro. E a fianco, la previdenza complementare che oltre al pregio di dare un’integrazione pensionistica, non pesa sul bilancio statale, anzi ne allevia i pesi.
La risposta di Cazzullo ha irritato anche il padre della prima seria riforma sulle pensioni (legge 335/95), Lamberto Dini, perchè il Cazzullo l’ha epigrafata come “timida e scritta sotto dettatura della Cgil”. Dini ha rivendicato giustamente i meriti della sua riforma ammettendo che certamente si poteva fare di più. Ma dobbiamo anche fermare quell’atteggiamento che in attesa della perfezione non si deve fare niente.
E sperando che il prossimo anno sia meno avaro di quello che sta per finire, prendiamoci una pausa e facciamo tutti Buone Feste.
Tanti auguri a tutti

Camillo Linguella

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