Pensioni: Per qualche euro in meno

Scritto il alle 09:28 da [email protected]

Nella conferenza stampa di fine anno il presidente del Consiglio Giuseppe Conte se ne uscito poco felicemente in merito alle  proteste delle organizzazioni sindacali dei pensionati e dei diretti interessati sull’ennesimo blocco della perequazione, affermando ironicamente che : «Neppure l”avaro di Moliere forse si accorgerebbe di qualche euro al mese in meno. Ora scendono in campo, ma li ricordo silenti per la legge Fornero.”
Non solo ha avuto una caduta di stile, mettiamola così, ma ricorda anche male perché i sindacati non furono affatto silenti.
La riforma Monti Fornero contenuta nel decreto legge Salva Italia di dicembre 2011 ebbe il merito di compattarsi i sindacati Cgil,  Cisl, Uil  che, dopo gli inutili tentativi di modifica, in maniera unitaria, il 13 aprile 2012 si mobilitarono contro la nuova legge sulle pensioni. Al centro della protesta, c’era principalmente l’opposizione all’immediato aumento dell’età pensionabile che comportò come conseguenza immediata la mancanza di reddito per moltissimiil  e che ora dovevano attendere anche parecchi anni in più prima di maturare il diritto a pensione, rimanendo così senza stipendio e senza pensione. Fra l’atro la protesta era anche contro le ricongiunzioni onerose.
Poi di proteste, scioperi e manifestazioni contro la riforma Fornero ci sono state periodicamente e l’ultima è stata quella del dicembre del 2017.
E’ ovvio,  come affermano i testi di economia classica, l’utilità marginale della moneta spicciola diminuisca al crescere di quella posseduta, così se un pensionato ha un assegno di 1500 euro ( lordi) qualche euro in più o in meno non è la stessa cosa di chi ne percepisce 3000. Ma poiché le perdite si accumulano e non si recuperano, nel decennio di blocco la sottrazione diventa consistente e più che pochi spiccioli allora si deve parlare  di migliaia di euro.
In effetti la perequazione è quel meccanismo che teoricamente  consente di mantenere inlterato nel tempo il potere di acquisto delle pensioni. Fino alla riforma Amato nel 1992 le pensioni avevano un duplice adeguamento con cadenza trimestrale addirittura. Le pensioni erano adeguate all’inflazione ed alle dinamiche salariali. Ogni volta che si rinnovava un contratto collettivo di lavoro ne beneficiavano anche i pensionati.  Erano bei tempi che non torneranno più.
Fino a poco tempo fa si teorizzava perfino sulla possibile eliminazione delle monetine di rame, uno, due cinque cents, perché diversamente da paesi come la Grecia ed il Portogallo, per esempio, qui da noi hanno scarsa considerazione e a volte perfino i questuanti li rifiutano. Ma anche se si volevano abolirle, ci sono delle nicchie di popolazione che fanno molto attenzione ad esse, e sono appunto i pensionati nelle fasce basse soprattutto, ma anche in quelle immediatamente superiore. Il motivo è semplice, si tende a risparmiare per poter affrontare situazione impreviste e onerose, per esempio sul versante della Sanità, dove quella integrativa, in forte sviluppo, sono troppo onerose per i pensionati, ma anche per accedere al SSN con i suoi ticket e superare le lunghe liste di attesa con visite intramoenia.
Basta girare per i supermercati per accorgersi di questi anziani che girano con il volantino promozionale alla ricerca del prodotto a prezzo migliore.
Intanto mentre l’età pensionabile è aumentata di 5 mesi per tutte le fattispecie, vecchiaia e anticipata, la manovra  che ha ridotto  la rivalutazione delle pensioni, non ha prorogato l’ape sociale e l’opzione donna. Erano i provvedimenti che hanno bisogno di un restyling, ma sicuramente rispondevano meglio di quota 100 all’esigenza di flessibilità in uscita non indiscriminata, ma legata e specifiche situazioni personali, come l’invalidità o la disoccupazione e alla gravosità dei lavori svolti.
Forse saranno ripristinate con lo stesso provvedimento che introduce le misure messianiche tanto attese, forse….

 

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