Il pagamento del Tfs/Tfr agli statali: sempre più peggio!

Scritto il alle 08:51 da [email protected]

D’accordo, “sempre più peggio” non si può dire ed i puristi della lingua italiana giustamente si indigneranno, ma maggiormente si indigneranno i dipendenti pubblici quando avranno piena consapevolezza della soluzione escogitata per il pagamento del loro trattamento di fine rapporto comunque denominato, che per i dipendenti del settore privato è contestuale alla cessazione da lavoro
I trattamenti previdenziali che vengono erogati ai dipendenti pubblici si dividono in due tipologie:
– Trattamento di fine servizio – TFS (indennità di buonuscita per gli statali– indennità premio di fine servizio per idipendenti degli enti locali e sanità– indennità di anzianità per i dipendenti del parastato) compete ai lavoratori assunti fino all’anno 2000. Consiste in una somma di denaro “una tantum” corrisposta al dipendente dopo la cessazione dal servizio. La prestazione è pari all’80 % dell’ultima retribuzione moltiplicata per gli anni utili a pensione
2 Trattamento di Fine Rapporto, per tutti  i lavoratori pubblici assunti dal 2001 in poi. Come per i lavoratori privati, consiste in una somma di denaro corrisposta al dipendente alla risoluzione del rapporto di lavoro. E’ costituito da accantonamenti annui di quote del 6,91% della retribuzione utile. Gli accantonamenti vengono annualmente rivalutati con l’applicazione del tasso dell’1,5% in misura fissa e dello 0, 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo Istat.
Forse per evitare shock pericolosi agli statali nel caso di elargizione immediata di somme considerevoli cui ordinariamente non sono abituati, lo Stato da buon padre di famiglia ha doverosamente stabilito che: primo, le somme dovessero essere frazionate , secondo essere diluite nel tempo, magari in una decina d’anni. Così per le cessazioni dal servizio dal 1° gennaio 2014, i trattamenti di fine servizio e fine rapporto,  vengono corrisposti: in unica soluzione fino a 50.000 euro; in due o tre rate annuali, fino a 100.000 se superiore a 100.000 euro le rate sono tre..

Questi gli attuali termini di pagamento

Termine breve: entro 105 giorni dalla cessazione

In caso di cessazione dal servizio per inabilità o per decesso, trova applicazione il termine breve in relazione al quale la prestazione deve essere liquidata entro 105 giorni dalla cessazione

Termine di 12 mesi
La prestazione può essere liquidata e messa in pagamento dopo dodici mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro quando questa è avvenuta per  raggiungimento dei limiti di età. Rientrano tra le cessazioni per limiti di età i collocamenti a riposo d’ufficio disposti dalle amministrazioni al raggiungimento del limite di età ordinamentale (65 anni per la maggior parte dei casi), anche se inferiore al limite di età per la pensione di vecchiaia, purchè conseguono il diritto a pensione; poi c’è la cessazioni dal servizio conseguenti all’estinzione del rapporto di lavoro a tempo determinato per raggiungimento del termine finale fissato e la cessazione dal servizio a seguito di risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro.

Scaduti i 12 mesi, l’istituto deve mettere in pagamento la prestazione entro 3 mesisuccessivi. Quindi sono 15 mesi.

Termine di 24 mesi

La prestazione viene messa in pagamento dopo 24 mesi dalla cessazione, quando questa è avvenuta per cause diverse dall’età, inabilità o decesso. Tra queste cause si ricordano in particolare:
le dimissioni volontarie, con o senza diritto a pensione anticipata;
il recesso da parte del datore di lavoro (licenziamento, destituzione dall’impiego etc.).
Scaduti i 24 mesi, l’istituto deve mettere in pagamento la prestazione entro 3 mesi succcessivi. Decorsi questi due periodi (complessivamente pari a 27 mesi) sono dovuti gli interessi.

Termine… sine die
Pensionati che utilizzano l’Ape volontaria o sociale, la Rita o il Cumulo e “quota 100”
Per i lavoratori pubblici  che cessano l’attività lavorativa e richiedono l’Ape o la Rita  (rendita temporanea integrativa di previdenza complementare) o il cumulo ed in ultimo “quota 100”, i termini di pagamento delle indennità di fine servizio comunque denominate, iniziano a decorrere al compimento di conseguimento della pensione di vecchiaia, e sulla base della disciplina vigente in materia di corresponsione del trattamento di fine servizio. In pratica un lavoratore che va in pensione anticipata avendo richiesto l’ape sociale a 63 anni, i termini di pagamento decorrono dopo due anni da quando compie i 67 anni, limite di età previsto per il 2019. In sostanza deve aspettare anche fino ad 8 anni.
Per cercare di addolcire la pillola, il decretone dà la possibilità ai dipendenti pubblici di ottenere un prestito agevolato cedendo il proprio Tfr o Tfs in pegno; per importi non superiori a 30.000 euro.
L’agevolazione consiste in un interesse non superiore all’indice generale del Rendistato (il rendimento annuo lordo di un paniere di titoli di stato, ossia il rendimento di un campione di titoli pubblici a tasso fisso. A dicembre 2018 era di 2,185)). pubblicato mensilmente dalla Banca d’Italia ed aumentato di 30 centesimi di punto.
Le modalità saranno disciplinate con un apposito Dpcm ( decrto del Presidente del Consiglio dei Ministri) e dalla convenzione con Abi.

Defiscalizzazione del Tfs ma non del TFR stando alla lettera del decreto
Come misura lenitiva aggiuntiva per coloro che non accedono al prestito si prevede una
riduzione dell’aliquota d’imposta per la tassazione separata che si applica ai percettori di Tfs.
Attualmente il sistema di tassazione cui le prestazioni di fine servizio vengono assoggettate si differenzia tra il trattamento di fine servizio e il trattamento di fine rapporto. Di seguito il confronto
TFS
– defiscalizzazione di € 309,87 (£ 600.000) per ogni anno di servizio
– quota esente del 26,04% (IBU) e del 40,98% (IPS)
– tassazione in funzione del reddito di riferimento
TFR
– rendimenti tassati dell’17%
– applicazione dell’aliquota media individuale degli ultimi 5 anni sulla prestazione lorda.
Il decreto prevede che l’aliquota Irpef sull’indennità di fine servizio comunque denominata ( IBU per gli statali, IPS enti locali e sanità, IA per il parastato) è ridotta, per le cessazioni dal lavoro dal 31 dicembre 2018, in misura pari a:
a) 1,5 % dopo dodici mesi dalla cessazione;
b) 3 % dopo ventiquattro mesi dalla cessazione;
c) 4,5 % dopo trentasei mesi dalla cessazione;
d) 6 % dopo quarantotto mesi dalla cessazione;
e) 7,5 % dopo sessanta mesi o più dalla cessazione del rapporto.
Questa disposizione si applica solo sugli importi fino a 50.000 euro.

 

 

 

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