Le fragili illusioni sul Tfs per la crescita dell’economia reale

Scritto il alle 09:02 da [email protected]

Ciclicamente il Tfs/tfr diventa un punto focale quando si discute del rilancio dell’economia reale, senza aver un lampo di genio nel pensare che una delle cause del regresso economico di questi mesi è dovuto, certamente a fattori internazionali (che non ha impedito comunque agli altri paesi della Ue di crescere) ma soprattutto per le antipolitiche sugli investimenti. L’eventuale blocco della Tav che sembra sempre più concreta, avrà un effetto devastante. A parte la decisione paradossale sulle trivelle nell’Adriatico: quelle italiane sono bloccate, mentre quelle slovene a pochi metri di distanza continuano indisturbate il loro lavoro.
Ma incuranti di questo scenario non proprio roseo si parla con convinzione di un felice secondo semestre del 2019, semestre di rilancio, forse di ripartenza o di inizio del nuovo boom economico, come recentemente pronosticato, mentre le stime ci danno una crescita pari o di poco superiore allo 0,2%. Durante il bool economico 1950/1965, i stipendi raddoppiarono, la produzione triplicò e gli italiani comprarono la seicento per andare a Rimini. A sancire la riupresa economica nel 1957 fu coniata una moneta di 500 lire d’argento). Allora la molla fu la ricostruzione post bellica. Ora motore  di questa ripresa dovrebbero essere il reddito di cittadinanza e dalla possibilità data agli statali di farsi dare in  anticipo il TFS fino a 30.000 euro, possibilità contenuta nel decretone ( art 23 DL n. 4/ 2019). Anche il reddito di cittadinanza farà la sua parte, ma è ovvio che i consumi rilanciati dal  rdc sono quelli nell’alimentare e nell’abbigliamento, più qualche altra spesuccia debitamente approvata dal sacro ufficio della moralità collettiva. Poca cosa. Invece con il tfr/tfs si possono fare grandi spese, acquisto della casa, della macchina elettrica, andare sulla luna….
Ambienti governativi stimano l’immissione in circolo di circa 5mila miliardi forse all’anno, forse nell’intero periodo di vigenza triennale della sperimentazione 2019/2021. La stessa cifra preconizzata dallo (ex) schioppettate Renzi.

Renzi con una dinamica eccessivamente frettolosa da ansia della prestazione ottimale, tentò immediatamente di fa uscire l’Italia dalla crisi con un’azione che si è snodata lungo due linee direttrici, dare più ampia libertà di manovra alle imprese e rilanciare i consumi. Direttrici realizzate attraverso il jobs act e la politica dei bonus.
Dopo la constatata inefficacia del bonus degli 80 euro, che come spesa complessiva non è distante da quella per il rdc, l’esecutivo di allora giocò un’altra carta per il rilancio dei consumi: l’utilizzo del tfr in busta paga. Le intenzioni erano certamente ottime, ma alla luce dell’epilogo della sperimentazione scaduto alla fine del mese di giugno 2018, si può affermare che questa misura  non è servita a niente. Gli italiani, quando si tratta di soldi, sono più avveduti di quanto generalmente si pensa. Lo si è visto di recente quando non hanno sottoscritto l’emissione di titoli appositamente per essi, rifiutandosi di ammassare “l’oro per la patria”.
Il Tfr, il trattamento di fine rapporto, è quella somma che si riscuote quando si finisce di lavorare, per scadenza contrattuale o perchè si va in pensione. E si costruisce accantonando mese per mese una somma equivalente al 6.91% della propria retribuzione. Più è alta la retribuzione, più congrua è la cifra. Invece di accantonarla Renzi pensò di dare la possibilità di riscossione immediata in busta paga mensilmente.
Quest’anticipo mensile del tfr non era indolore almeno per tre motivi:
1) Mancato introito al fondo di tesoreria
2) Meno risorse alle piccole e medie imprese e quindi meno possibilità di ricorrere all’autofinanziamento
3) Meno risorse alla previdenza complementare e meno pensione integrativa.
I vantaggi:
1 – rilancio dei consumi attraverso un circuito virtuoso di messa in moto del’economia, come era nelle intenzioni degli 80 euro;
2 – Maggiore introito fiscale perché il tfr in busta paga è soggetto a tassazione ordinaria. Con l’adesione di una soglia minima  degli interessati, il fisco avrebbe incassato dai 3 ai 5 miliardi di euro.
La possibilità di avere le quote di TFR in busta paga (cosiddetta Quota integrativa della retribuzione o Qu.I.R.), concessa dalla Legge 190/2014, Legge di Stabilità 2015), ha avuto un’adesione di entità marginale (meno dell’1 per cento della platea potenziale).
Con quota cento  è ovvio che ci sarà una maggiore liquidità immessa sul mercato, perché  i lavoratori del settore privato che andranno in pensione avranno immediata piena disponibilità de trattamento di fine rapporto, ma dovendo fare i conti con una pensione più bassa di quella cui avrebbero avuto diritto se avessero lavorato fino a 67 anni, staranno attenti a come la pendono..
Due i punti che lasciano incerto il rilancio dei consumi:
1. che la platea di chi andrà in pensione con quota cento sarà quella stimata ( cioè un milione nel triennio) ed dal numero delle domande fatte finora, quasi 25.000,  lasciano prevedere un sold out,
2. che le somme riscosse vengano spese e non destinate almeno per la maggior parte al risparmio, come è abitudine quasi consolidata.
Il governo confida anche nei dipendenti pubblici che come si sa non hanno immediata disponibilità dei loro soldi, se non dopo svariati anni, fino ad otto per via di un meccanismo infernale di dilazione. In tempi normali il pagamento della liquidazione avviene dopo 12 mesi se si va in pensione per età, dopo 24 per dimissioni. Se invece si approfitta dell’ape o quota cento, prima bisogna raggiungere i 67 anni e poi decorrono i 24 mesi. Qui scatta il detto “pochi, maledetti e subito”.
L’art 23  sopra richiamato, dà la possibilità ai dipendenti pubblici che andranno in pensione con quota 100 di chiedere un finanziamento immediato fino a 30.000 euro. Ora a parte il fatto che per avere i propri soldi si debba chiedere un finanziamento e pagare un interesse quasi del 3%, valgono le stesse considerazioni per i lavoratori privati, cioè quanti saranno quelli che andranno in pensione e quanti vorranno chiedere l’anticipo, perché chi intende risparmiare non chiederà l’anticipazione?
Il governo confida proprio in coloro che hanno delle urgenze, perché significa che sono soldi che saranno spesi. E’ un po’ come affidare l’economia ad operazioni cabalistiche. Ma già si è visto oltretutto che membri del governo semplicemente si affidano all’ottimismo. Che comunque non guasta mai.

 

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