Lo scenario finanziario 2019, quale prospettive per i fondi pensione

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Il 2018 non è stato un anno positivo per i fondi pensione, ma bisogna tener sempre presente  che i rendimenti se considerati  nel lungo periodo, essi mantengono il segno più e battono ancora una volta la rivalutazione del trattamento di fine rapporto. L’anno in corso, anche in questo scorcio di primo trimestre non è stato così malvagio, non promette molto bene. Le successive diminuzioni delle previsioni di crescita del Pil, precipitate dall’1.5% ad un miserrimo 0,1% e lo spread che si mantiene sui 250 punti fa venire i brividi. Ignorare questi fattori o attribuirli a complotti di non meglio identificati poteri forti è puerile ed i guasti economicipurtroppo  non si riverseranno solo sui pasciuti capitalisti, ma anche su tutto il resto della popolazione ( anzi specialmente su questa). Ad aprile partono in contemporanea il reddito e la pensione di cittadinanza, quota 100 e la prima bozza della manovra economica 2020 ( il DPEF – documento di programmazione economica e finanziaria). Sulle prime misure sappiamo quasi tutto per essere state sviscerate di diritto e di rovescio, sul documento di programmazione economica niente, se si escludono sporadiche fanfaronate che inebriamo i più e deprimono le tasche.
In campo internazionale è ancora molto alto il divario di crescita tra USA e resto dei paesi dell’Ocse e molti sperano che alla fine si riduca sensibilmente. La Cina per quanto sulla difensiva per via dei dazi e della cortina di bambù che gli Stati Uniti vogliono ricostruirla attorno ( vedesi l’atteggiamento avuto nei confronti dell’Italia in occasione della recente visita del presidente cinese) , è pur sempre uno stato che spende e spande, pur senza regalare niente a nessuno.
Il rischio di un’escalation dello scontro non solo commerciale ma di lotta per la leadership mondiale tra Stati Uniti e Cina, nonostante le voci di un possibile accordo che potrebbe portare ad un abbassamento bilaterale dei dazi e ad un miglioramento dell’accesso degli Stati Uniti al mercato cinese. Le reazioni americane all’accordo dell’Italia con la Cina la dicono lunga.

Nel 2018 l’economia degli Stati Uniti è cresciuta oltre le aspettative. Secondo un’analisi del fondo Pensione Perseo Sirio, gli Usa hanno beneficiato di uno stimolo fiscale che ha impresso ulteriore slancio alla crescita mentre il resto del mondo rallentava, di una banca centrale che ha innalzato con fermezza i tassi ogni trimestre ( ma ora si ferma), di un mercato azionario che ha sovraperformato quasi tutti gli altri e di un Dollaro che si è apprezzato nonostante che questo frena le esportazioni. Invece in Europa, ma segnalatamente in Italia, il cambioo di guardia alla BCE comporterà anche un cambio della politica economica, pur se graduale e volta a rivitalizzare la crescita rallentata in tutta la zona Euro, di cui noi siamo il fanalino di coda. Sia l’economia tedesca che quella italiana – che rappresentano oltre il 40% del PIL della zona euro – sono in stagnazione. La debolezza della potenza di esportazione tedesca, preoccupa particolarmente, data la fragilità di altre fonti di crescita. L’indice Ifo sulla fiducia delle imprese, seguitissimo indicatore della fiducia e dell’attività, ha segnato il minimo dal 2014 a febbraio. A ciò si aggiunga il rischio di una Brexit caotica senza accordo (che ha giocato un grosso ruolo nel brusco calo della fiducia delle imprese della zona euro) rischio che sembrava diminuito perchè i principali partiti britannici avevano ammorbidito le proprie posizioni per il progressivo aumento dei fautori del “remain” e soprattutto per i timori delle aziende britanniche. Oggi siamo invece alla paranoia a seguito del progressivo aumento dei parlamentari che vogliono una uscita senza accordo, il famoso “no deal”, forse per vedere l’effetto che fa, come diceva una canzone di Enzo Jannacci.
La maggior parte degli investitori vuole ridurre l’esposizione alle azioni. Il trend è più pronunciato negli Usa e in Canada, dove la percentuale di chi vuole ridurre l’esposizione azionaria si attesta al 68%, contro il 27% dell’Europa continentale (“Annual institutional client rebalancing survey” – BlackRock).

Sul fronte dei mercati privati, una quota significativa degli investitori istitituzionali vuole aumentare l’esposizione ai real asset (+54%), al private equity (+47%) e al real estate (+40%).
Le decisioni in termini di allocazione degli asset mutano da regione a regione a seconda delle variabili macro e di mercato. Molto sono preoccupati dall’aumento dei tassi di interesse negli Usa, mentre altri hanno paura dell’instabilità geopolitica e delle tensioni commerciali.
Per quanto riguarda il reddito fisso, la migrazione verso il credito privato continua.
Che dire dell’Italia di dolore ostello? Quali prospettive hanno i fondi pensione. Ovviamente non basta un semplice speriamo bene perrchè questo scenario mette sotto stress le politiche degli investitori istituzionali, e richiedono risposte energiche. Alcuni stanno scegliendo la strada dei private equity, altri investiranno come sempre in titoli di debito pubblico perché quelli attuali con spread attuale rende conveniente alcuni bond, altri ancora vorrebbero fare degli investimenti nell’economia reale ma non vengono incoraggiati concretamente, al di là delle pubbliche dichiarazione nei convegni e nei seminari. Di fatto il nulla. Ostacolo ai mancati investimenti nelle infrastrutture c’è anche l’atteggiamento del governo rispetto ad essi. In quali opere potrebbero investire i fondi pensione? Economia verde, housing sociale, sanità integrativa? Vedremo che risposte ci saranno nel prossimo DPEF.

Camillo Linguella

 

 

 

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