Friuli Venezia Giulia: al via un altro fondo pensione territoriale

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Dopo Laborfonds, il fondo di previdenza complementare della Regione Trentino Alto Adige e Fopadiva, quello della Valle d’Aosta, oggi abbiamo un nuovo fondo pensione complementare regionale.

Il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia ha approvato ad ampia maggioranza una legge per l’istituzione di un Fondo territoriale di previdenza complementare del Friuli Venezia Giulia, che entrerà in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione sul Bollettino ufficiale della Regione. D’altra parte la legge lo prevede  e quindi niente da obiettare sulla legittimità della cosa. Il decreto legislativo 252/2005 del resto fu varato quando ministro del lavoro era Maroni e tutti facevano a gara, per non urtare le suscettibilità di chi si faceva paladino di istanze localistiche, di favorire questi indirizzi politici. Anzi molte volte si è stati più realisti del re, vedi per esempio la riforma del Capo V della Costituzione fatta da Bassanini, di cui nessuno si ricorda, ma i cui perniciosi effetti continuano a dispiegarsi, oppure il federalismo fiscale, varato proprio in un contesto di non dover recare eccessivo dispiacere ad una compagine governativa allora molto forte e determinata.

Sarebbe giusto mutato lo scenario politico, riesaminare  i provvedimenti para federalisti varati finora e “aggiustarli” in un’ottica più razionale. Ma già da subito si sa che non se ne farà niente.

Il sistema previdenziale italiano è stato concepito nel 1995  su due pilastri, distinti e separati, anche questo in un contesto completamente diverso da quello attuale, ma che comunque separava il primo pilastro, quello pubblico con il quale ci si potevano essere anche interventi di fiscalità generale per assicurare delle condizioni minime, si pensi ad esempio l’assegno sociale o la pensione di invalidità, che non richiede il versamento di alcun contributo, ma solo la sussistenza di alcuni requisiti, ed il secondo pilastro, la previdenza complementare, basata sulla capitalizzazione individuale, autosufficiente economicamente, senza nessun aggravio per le finanze pubbliche.

Ora i fondi territoriali fin qui costituiti, e non sfugge quello del FVG prevedono risorse a carico della Regione per vari e tutti nobili motivi. Non a caso queste cose sono state fatte nelle regioni autonomo, dove la disponibilità delle risorse è certamente maggiore che le Regioni a statuto ordinario non si possono permettere, un welfare integrato, ma discriminante rispetto agli altri.

Tuttavia nella realtà friuliana non tutte le forze sociali sono entrati a far parte del Comitato che ha promosso il Fondo pensionistico complementare della Regione, per una serie di motivi di metodo e merito. Innanzitutto perchè l’impegno prevalente deve essere rivolto a sostenere i fondi cosiddetti “chiusi”, che hanno natura contrattuale, gestione diretta da parte dei sottoscrittori (sindacati e datori di lavoro) e, essendo strutturati a livello nazionale, formano una massa critica certamente non raggiungibile da iniziative regionali. Il fondo regionale ha invece le caratteristiche e le modalità di gestione dei fondi assicurativi e una platea ridotta. In secondo luogo le simulazioni sulla base delle quali è nata l’iniziativa sembrano eccessivamente ottimistiche, senza mai  dimenticare che gli investimenti devono portare rendimenti adeguati alle aspettative degli aderenti. Infine la legge regionale pensa di affidare il problema della non autosufficienza a un’assicurazione individuale compresa nel fondo. Si tratta infatti di una questione sociale che investe l’individuo e le  famiglie e non può essere legato alla capacità contributiva del singolo. Comunque è un primo tentativo che cerca di saldare la previdenza complementare con la sanità integrativa. Anche qui la strada è tutta da percorrere, ma alcuni capisaldi della sanità integrativa sono contenuti nei decreti Turco – Sacconi (GU n. 12 del 6.1.2010) che destinava almeno il 20% delle risorse a prestazioni obbligate, come la non autosufficienza. Indubbiamente anche questo Fondo prima o poi sarà una realtà con la quale misurarsi, che va ad aggiungersi alla centinaia di fondi già registrati alla Covip e non va incontro all’esigenza, segnalata dalla Covip medesima nel suo ultimo rapporto, di ridurre il mercato dell’offerta.

Camillo Linguella

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