Rapporto Censis: la conferma di vecchie cose già note

Scritto il alle 09:28 da clinguella@finanza

L’indagine Censis sulla previdenza complementare conferma cose che si conoscono da tempo.  Dalle diverse indagini effettuate esce consolidato il dato che i  lavoratori non si fidano della previdenza complementare e per la vecchiaia utilizzano  altri strumenti  come investimenti mobiliari e polizze assicurative.

Alla base di queste scelte c’è una totale ignoranza in materia dovuta ad voragine informativa che alimenta i più catastrofici luoghi comuni. Promuovere la previdenza complementare come strumento efficace per una longevità serena Ecco le anticipazioni sull’indagine svolta dal Censis per la Covip tra i lavoratori italiani. I risultati definitivi della ricerca saranno presentati nel mese di gennaio.

Il Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, è un istituto di ricerca socio-economica fondato nel 1964, dal 1973 è diventato una Fondazione e svolge una attività di ricerca, consulenza e assistenza tecnica in campo socio-economico. come la formazione, il lavoro, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza.

L’indagine è stata realizzata su un campione di 2.400 lavoratori (composto da dipendenti pubblici, dipendenti privati e lavoratori autonomi) focalizzata su rapporto, aspettative e bisogni informativi dei lavoratori sulla previdenza complementare.

. A causa della  crisi, la paura di perdere il lavoro e l’impossibilità di poter  risparmiare diminuisce la possibilità di destinare risorse sul futuro e quelli che lo possono fare sono molto attenti nella scelta della destinazioni dei propri risparmi.

Tuttavia di fronte alla prospettiva di avere una pensione molto bassa,  la maggioranza dei dipendenti pubblici, privati e autonomi intervistati, inclusi quelli che hanno ancora capacità di risparmio, non mette al vertice delle proprie scelte la previdenza complementare.

Punta piuttosto su investimenti privati di autotutela, dalle forme mobiliari a quelle immobiliari all’assicurativo. La previdenza complementare, secondo Censis  sconta difficoltà legate sia a fattori economici, come i redditi lenti, il basso risparmio possibile e la paura di perdere il lavoro, sia fattori specifici che la rendono meno attraente rispetto a forme di investimento dei propri risparmi  per avere una vecchiaia serena. Sulla valutazione  della convenienza  alla previdenza complementare peserebbero vere e proprie voragini informative (questa è la terminologia usata da Censis); i lavoratori mostrano di saperne poco e, spesso, quel che sanno è inesatto. Ai loro occhi la previdenza complementare è ancora una nebulosa informe. L’ignoranza pressocchè totale in materia alimenta i soliti luoghi comuni negativi, alimentati da chi non ha interesse al decollo della previdenza complementare, come la paura di perdere il tfr, di essere in piena preda delle turbolenze dei mercati finanziari, il potere dei sindacati, delle banche eccetera. Come se non esistesse una rigida regolamentazione degli investimenti e  una occhiuta Autorità di vigilanza, qual è la Covip. Questa voragine informativa  chiama in causa in primo luogo i soggetti ai quali tendono a rivolgersi per avere notizie e chiarimenti, dal sindacato che è l’interlocutore primo dei dipendenti pubblici e privati, ai gruppi assicurativi e alle banche che lo sono dei lavoratori autonomi.

C’è da dire in realtà che in questo campo da qualche anno a questa parte sono stati fatti degli sforzi notevoli. Il governo e le forme di previdenza complementare che hanno finalità di lucro preferiscono grandi convegni e seminari, tipo “la giornata per il futuro” o gli awards delle compagnie di assicurazioni ( vedi gli Insurance Award fatte a Milano). Il governo per fare vetrina, le società  per campagne promozionali perché poi saranno i singoli collocatori sguinzagliati ovunque a far sottoscrivere polizze.

Un’azione capillare invece la stanno facendo i sindacati ed i patronati, mentre i datori di lavoro in genere si defilano.

Le ansie sulla previdenza

La convinzione che le regole previdenziali sono destinate a cambiare ancora, è molto forte. L’incertezza delle regole e certezza della loro mutevolezza non fa che generare inquietudine. Le continue “riforme” di questi anni hanno minato la fiducia in uno degli aspetti fondativi della previdenza, la certezza delle regole ed il fatto che essa è in grado di dare sicurezza alle persone relativamente alla loro vecchiaia. La previdenza infatti è uno dei pilastri della protezione sociale nata per dare copertura da uno dei grandi rischi, oltre alla salute e all’inabilità al lavoro, la vecchiaia. Invece oggi addirittura l’84% dei lavoratori è convinto che le regole sono destinate inevitabilmente a cambiare nuovamente ( ed in peggio) e questa opinione prevale in modo trasversale al corpo sociale e alle macroaree geografiche. La crisi della previdenza diventa fonte di incertezza, l’esatto contrario della sua ragione di essere quella di costituire  un pilastro della tutela sociale che mette al riparo i cittadini dagli esiti del grande rischio di non riuscire a mantenersi economicamente durante la vecchiaia che per secoli aveva tormentato la maggioranza della popolazione.

Le paure sul percorso previdenziale individuale variano in relazione alle tipologie di lavoratori, poiché:

– la paura di perdere il lavoro è espressa dal 41% circa dei dipendenti privati, dal 21% di quelli pubblici e dal 24% degli autonomi. la precarietà, invece, genera timore in quote analoghe nelle tre tipologie di lavoratori (intorno a un quarto degli intervistati per ciascun segmento di lavoratori);

– non hanno timori di alcun genere sul proprio futuro rispetto alla pensione oltre il 30% dei dipendenti statali, meno del 18% di quelli privati e quasi il 29% degli autonomi. Sulle aspettative dei lavoratori pesano anche il protrarsi della crisi economica e i suoi riflessi sull’occupazione. Ben il 30% dei lavoratori ha dichiarato di avere subito interruzioni nella propria carriera lavorativa, senza versamento dei contributi; questa percentuale sale al 40% fra coloro con meno di 35 anni .

La previdenza complementare vista dai lavoratori

I principali canali di integrazione della pensione pubblica: il 39,9% dei lavoratori ha indicato i propri risparmi e eventuali titoli mobiliari in cui saranno investiti, il 18,7% il patrimonio immobiliare, il 16,5% una forma di previdenza complementare, dai Fondi pensione ai Pip e il 12,3% richiama le Polizze assicurative diverse dai Pip. Ciò significa  che la previdenza complementare non è considerata  il principale elemento di integrazione della previdenza pubblica. I dipendenti pubblici, più fiduciosi sul livello della pensione pubblica, guardano poco alla pensione complementare, e pensano di integrare la componente pubblica con i risparmi propri opportunamente investiti in titoli mobiliari. I dipendenti privati, più pessimisti sulla pensione pubblica, pensano di doverla integrare con quella complementare e con polizze assicurative.

Gli autonomi, ancora meno fiduciosi sulla pensione pubblica, puntano tutto sulla creazione di un proprio patrimonio immobiliare e l’acquisto di polizze assicurative. Gli autonomi si impongono come praticanti del welfare fai-da-te.

Camillo Linguella

 

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1 commento Commenta
dfumagalli
Scritto il 26 novembre 2012 at 10:23

Io sono uno di quelli che si sono interessati a soluzioni private, sia per quanto riguarda il TFR che l’assicurazione “pensione integrativa”. Devo dire che mi sono subito scontrato con condizioni *terribili*, rendimenti bassissimi, al limite del patetico e talvolta blocchi del capitale investito fino a 4 anni (TFR) anche in quei pochi casi dove la banca concede il ritiro del versato.

Quello che non si capisce è che se tanto bisogna farsi il fegato a pezzi per costruirsi la pensione integrativa, con 1000 vincoli, pezzi di carta e basse prestazioni, tanto vale davvero mettersi di buona lena e farsela la pensione integrativa. Ossia si manda a quel paese banca, bancari sempre impotenti a variare una virgola e 1000 pratiche insulse e si auto-investe in immobili o altri beni “rifugio” da liquidare in vecchiaia. Se non altro è roba davvero tua, se hai necessità improvvise nessuno ti pone vincoli medievali e non ti devi neppure fidare delle banche, che hanno provato tutto eccetto d’essere degne di fiducia.

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