Ma quanto ci costano queste pensioni

Scritto il alle 09:34 da clinguella@finanza

 

Le pensioni costano ma non tanto. Al massimo lo 0.10% del Pil; Molte riforme o modifiche hanno il solo scopo di fare cassa

In questo periodo, a prescindere dal Datagate, c’è una sovrabbondanza di dati, numeri, statistiche, una vera esplosione quantofrenica. Chiunque vuole dimostrare una tesi va a pescare sul web i dati che gli servono perché esistono quelli affermano una cosa e quelli che affermano l’esatto contrario. Con i dati ad hoc si suffraga qualsiasi tesi. Io sono dell’avviso che quanto questi vengono da fonti ufficiali, devono essere per forza attendibili avendo il crisma dell’ufficialità, ma non sempre dell’unicità. Cioè spesso le stesse fonti ufficiali forniscono dati contrastanti o apparentemente tali. Prendiamo la spesa previdenziale ad esempio. Ci sono i dati Inps, i dati Istat, i dati della Ragioneria Generale dello Stato, tanto per citare qualche esempio. Ed è per questo che sulla spesa previdenziale non ci si raccapezza più di tanto. Ma sappiamo che è tanta, enorme e che gli scarsi mille euro al mese che percepiscono gli ingordi vecchietti, rischiano di far collassare l’economia italiana più ancora che lo spread.

E allora tutta una serie di furibonde modifiche per contenere e diminuire la spesa pensionistica,  Nel 2013 nonostante le riforme, la spesa pensionistica è salita di 5,7 miliardi di euro, toccando il 16,2% del Pil. Nel 2012 l’incidenza ammontava al 15,9%. Nella nota di aggiornamento del Def di quest’anno la spesa per le pensioni è passata dai 249,5 miliardi del 2012 ai 255,2 del 2013.  L’incidenza sul Pil sarà sempre pari al 16,2%  anche nel 2014. Secondo gli esperti di futurologia, nel  lungo periodo la spesa per pensioni  dopo una fase di decrescita tornerà ai valori  pre-riforme 2010/2011, per  poi superarli. Una delle cause la più ovvia fra l’altro è la conseguenza dell’innalzamento dell’età pensionabile.  Essa  riduce il numero dei pensionati, ma aumenta l’importo delle pensioni perché si accumulano maggiori montanti. Per il pareggio nel 2014 il bilancio del settore pubblico sono state  definite delle  misure di contenimento della spesa previdenziale, non solo per il futuro, cambiando nuovamente i requisiti,  ma anche per l’immediato per fare  subito cassa come   il blocco dell’indicizzazione, o il contributo di solidarietà sui trattamenti d’importo più elevato, le pensioni d’oro.

Prima della riforma Fornero c’erano tre strade per andare in pensione:

– pensionamento di vecchiaia;

– pensionamento di anzianità con 40 anni di contributi;

– pensionamento di anzianità con il sistema delle quote introdotto nel 2007.

I cambiamenti nel 2010 hanno stabilito:

– un nuovo regime della decorrenza per i trattamenti pensionistici introducendo una finestra mobile  di 12 mesi per i lavoratori dipendenti e a di 18 mesi per i lavoratori autonomi;

-accelerazione dell’ innalzamento del limite di età di pensionamento a 65 anni  per le  dipendenti della pubblica amministrazione

Infine c’è stata la riforma Fornero con queste novità:

. estensione del calcolo contributivo“pro-quota” a partire al 2012 ; .

eliminazione delle “finestre” e contestualità  tra requisiti e decorrenza; .

unificazione delle prestazioni pensionistiche in due sole tipologie: pensione di  vecchiaia e pensione anticipata;

. l’età per la pensione di vecchiaia va da un minimo di sessantasei anni a settanta anni;

. accelerazione del processo di innalzamento a 66 anni del requisito anagrafico per il pensionamento di vecchiaia delle donne impiegate nel settore privato. Il processo di convergenza si realizza entro il 2018;

. aumento graduale delle aliquote contributive dei lavoratori autonomi dal 20 per cento al 24 per cento; . contributo di solidarietà a carico delle gestioni speciali Inps a parziale copertura dei propri deficit;

blocco dell’indicizzazione all’inflazione nel biennio 2012-13 per i trattamenti superiori a tre volte il trattamento minimo Inps.

Quest’ultima  riforma dovrebbe  assicurare, a regime,  un risparmio di 80 miliardi. Ora si prospetta una nuova ulteriore riforma che dovrebbe aggiustare alcune cose sacrosante troppo brutalizzate dalla Fornero come gli esodati e puntare sulla “flessibilità in uscita” con delle decurtazioni sulle pensioni per chi decide di usufruirne. In un sistema contributivo qual è quello italiano, sistema che è quasi a regime ( con quello misto) a prescindere dall’aggiustamento della Fornero, essendosi realizzato l’equilibrio attuariale ( corrispondenza fra contributi e pensione), non ci dovrebbero essere decurtazioni di sorta, in base al principio “quello che hai versato, quello ti riprendi”. Quindi, parlando di spesa previdenziale eccessiva ed onerosa, essa non può riferirsi alle pensioni dei lavoratori dipendenti, ma in parte a quelli autonomi che non hanno ancora l’aliquota al 33% e a coloro che hanno in godimento prestazioni non contributive bensì retributive.  Ma se proviamo a quantificare tutto quanto sopra esposto vediamo che ci troviamo di fronte ad un’inezia che non verrebbe neppure la pena parlarne. La spesa previdenziale italiana è minima. Infatti se andiamo a spulciare l’ultimo rapporto del Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale 2012, pag 13, leggiamo testualmente:

Nell’ultimo anno della serie, il 2010, alla copertura della spesa complessiva per pensioni pari a circa il 15% del PIL, hanno concorso le entrate da contributi per 12,0 punti di PIL e i 14 trasferimenti dal bilancio pubblico per le gestioni assistenziali (GIAS) per 2,2 punti percentuali; la differenza rimanente, che rappresenta il saldo previdenziale negativo, è stata pari a circa lo 0,8% del PIL.”

Ad abundantiam si ricorda che alla data di redazione del rapporto non si era ancora creato il problema degli esodati che probabilmente inciderà per qualche frazione di decimo sul Pil,  raggiungendo al  massimo lo 0.10. Differenza che potrebbe essere colmata facendo fruttare l’Inps. L’Inps, prima delle fusioni con gli altri enti, disponeva di un cospicuo patrimonio immobiliare. Con l’arrivo del cosiddetto “super Inps”, oggi il patrimonio immobiliare al netto dello strumentale si aggira dai 3 a  5 miliardi di euro, a seconda delle stime a conferma di quanto dicevamo prima.

Con la  restituzione dei beni immobili dalle Scip, avvenuta nel 2010-2011, da un  guazzabuglio normativo che di fatto ha bloccato le dismissioni ma anche bloccato la possibilità di aggiornamento degli affitti. Lo stesso presidente dell’Inps stando a sue dichiarazioni al Sole 24 ore – Plus casa del 16 maggio 2013  afferma che queste risorse devono essere portate nell’housing sociale. Genererebbero nuove risorse che potrebbero abbattere la spesa. Spesa che potrebbe essere abbattuta pure investendo parte di contributi raccolti con gli stessi metodi di investimento della previdenza complementare e sotto la vigilanza Covip.

Camillo Linguella

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