Confermato il governo, il Paese respira. E i pensionati?

Scritto il alle 08:47 da clinguella@finanza

Il governo Letta, dopo una incredibile fase degna di un thriller, ma con un epilogo che rasenta quelli delle commedie di Eduardo Scarpetta, è stato riconfermato al suo posto.  Tutti hanno tirato un respiro di sollievo. I mercati sono tranquilli come al solito, pronti a sobbalzare per ogni spiffero, l’ Europa anche. Rimane l’incognita delle pensioni. Per l’Inps un disavanzo di circa 10mln di euro.

Anche i pensionati, presumo io, sono abbastanza soddisfatti dall’esito della vicenda  che ha confermato l’attuale Governo.

Nelle dichiarazioni al Senato e alla Camera, però non c’è stato nessun accenno alle pensioni e probabilmente non ci poteva essere, essendo le priorità altre; oltre all’IMU e all’Iva, lo sforzo di Letta era tutto teso  a spiegare a quelli dell’altra parte, della necessità di ridargli la fiducia.

Poiché il governo è la continuazione logica e legale di quello precedente alle “dimissioni”  di alcuni ministri, giova ricordare che nel primo discorso programmatico Letta dette ampio spazio alle pensioni. E’ pur vero che non spese una parola sulla previdenza complementare, né lo ha fatto il ministro Giovannini, ma quello della riapertura del cantiere pensione era un impegno ufficiale.

Ora nel mutato e consolidato quadro politico, si spera che quell’impegno possa essere onorato con fatti concreti e migliorativi per tutta la platea dei pensionati e dei pensionandi.

I primi, già fortunati perché una pensione ce l’hanno, puntano evidentemente ad una rivalutazione dei loro magri assegni mensili, immiseriti dalla crisi economica, magari tosando un po’ le pensioni d’oro. I secondi spaventati dai mutevoli cambiamenti delle regoli, vogliono sicurezza e non più penalizzazioni. La nota del Civ dell’Inps su bilancio dell’Istituto non è del resto incoraggiante.

Questo Consiglio nella riunione del  30 settembre 2013, ha approvato il bilancio consuntivo dell’anno 2012.

Il principale risultato 2012, che tiene conto degli effetti della confluenza nell’INPS dell’ex INPDAP e dell’ex ENPALS soppressi dal 1° gennaio 2012, si riassume in 9.786 milioni di euro di disavanzo finanziario di competenza con un incremento di 11.083 milioni di euro rispetto all’avanzo di 1.297 mln del 2011.

La paura è che per colmare questo disavanzo, invece di tosare le pensioni d’oro si tosano pensionati e dipendenti. Per questo è necessaria la riapertura di un duplice cantiere, quello della pensione obbligatoria e quella complementare.

Le prospettive,  però non sono  proprio rosee

Ormai siamo tutti ampiamente convinti che i sistemi di welfare tradizionali non sono più sostenibili, ed è inevitabile che lo Stato ritirandosi in parte, accolli la parte scoperta sugli individui, prevedendo una sua partecipazione economica.

Ai vecchi rischi, come quello demografico si può aggiungere quello finanziario sui quali lo Stato può garantire poco o niente, se non ritirandosi ulteriormente.  Oggi dopo tutte le riforme fino a quella della Fornero,  il sistema è finanziariamente stabile e sostenibile. Dal punto di vista ragioneristico lo Stato è a posto, i conti quadrano e l’Europa non può rimproverarci niente. Lo stesso non si può dire dal punto di vista dei costi sociali.

Le riforme effettuate hanno portato si alla riduzione della spesa in rapporto al Pil, ma hanno ridotto l’importo della pensione media, creato il problema degli esodati,  anche se ha allungato la giovinezza portando il pensionamento a oltre il 66mo anno. Inoltre ci sono due ulteriori problemi: non si risolve il mercato del lavoro con il problema dei giovani che vi entrano sempre più tardi e dei 55enni che licenziati è difficile che troveranno una nuova occupazione. In più occorre trovare ulteriori sistemi di solidarietà per garantire l’adeguatezza delle pensioni.

L’allungamento della vita lavorativa porterà forse ad un miglior tasso di sostituzione, ma contemporaneamente innalza il rischio di discontinuità lavorativa, con i relativi vuoti contributivi, innalza il rischio di ammalarsi e dell’autosufficienza. Per ovviare a questi fenomeni, come sappiamo altresì, è stata creata la previdenza complementare  e per quei segmenti di mercato del lavoro più forti e tutelati ha avuto un grande successo, per il resto niente. Tranne i 50enni del nord di grandi aziende, il resto dei lavoratori non ha in pratica aderito. Solo il 25% appunto.

Per far partire veramente la previdenza complementare, bisogna far partire la fantomatica busta arancione, che viene periodicamente annunciata e, alle date previste per il varo, non succede mai niente. Solo di fronte a calcoli concreti  gli italiani si convinceranno della ineluttabilità dell’adesione, perché sapranno con certezza quale sarà la loro futura pensione.

Bisogna anche  pensare a chi è fuori del mercato del lavoro oppure pensiamo che sia sufficiente la recente elemosina istituito con il Sia (Sostegno all’Inclusione attiva, la nuova Poor Card)? Sulla numerosità  dei fondi bisogna pensare a possibili fusioni per efficientare l’offerta.

Infine c’è il problema ormai avvertito da tutti, di come fare affluire le risorse dei fondi stessi,  che ammontano a circa 108 milioni di euro, nell’economia italiana e bisogna farlo subito, perché per far fronte alle esigenze governative come la colmatura del buco creata dalla soppressione dell’IMU, o dell’Inps, per esempio non venisse in mente  a nessuno di imitare il colpo di mano del governo polacco.

Camillo Linguella

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