Una minaccia si aggira sui Fondi pensione

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La legge di stabilità non dice una parola sul rilancio della previdenza complementare, ma dietro le quinte si sta svolgendo un’inquietante partita, non per lanciare proposte migliorative, ma di spoliazione.

La legge di stabilità è quella che è. Se nelle intenzioni degli autori era di ricevere applausi a scena aperta per aver invertito la tendenza del trend economico, sono rimasti amaramente delusi. I dipendenti privati sono a loro volta delusi perché ci guadagnano solo 14 euro al mese dalla riduzione del cuneo fiscale. I proprietari di casa avranno la nuova imposta “triste” o come si chiama da far rimpiangere l’IMU, gli statali ecc … Gli unici sicuramente felici sono coloro che percepiscono le  cosiddette pensioni d’oro per il mancato contributo a loro carico e neppure quelli, perché nel testo definitivo, fortunatamente questa volta, è stato reintrodotto il contributo di solidarietà.

Intervenendo in videoconferenza al convegno Tuttolavoro del Sole 24 Ore, il ministro del Welfare ha dichiarato che bisogna guardare al futuro» e «assicurare pensioni dignitose tra 30 anni. La messa in sicurezza del sistema, infatti, «non necessariamente assicurerà un futuro dignitoso a tante persone». Soprattutto con una situazione economica come quella attuale, «con un’entrata tardiva nel mondo del lavoro e una frammentazione del mercato lavorativo».

Parole sante se dette dall’opposizione, perché da un ministro ci si aspetta che adotti delle misure per scongiurare quello che denuncia.

Nonostante tutto ciò e nonostante la diminuzione dello spread che dovrebbe far diminuire il debito pubblico, lo Stato italiano ha sempre una urgente necessità di denaro. Dove trovarlo senza far saltare gli equilibri faticosamente raggiunti, che oltretutto ci hanno fatto guadagnare gli apprezzamenti di Obama ( e che altro poteva dire)? Semplice: si pesca nella previdenza complementare, l’unica a tutt’oggi capace di assicurare  un futuro dignitoso a tante persone.

Ignorata quando si tratta di misure a sostegno, presa di mira per fare cassa. In questi giorni si stanno svolgendo incontri riservati da parte di esponenti governativi abbastanza di primo piano, non si sa se a titolo personale o con preciso mandato esplorativo, con i vertici dei fondi pensione, a partire dalla associazione che li raggruppa, Assofondipensione. Fino ad oggi hanno ricevuto cortesi ma decisi dinieghi.

La Covip al momento sembra essere fuori gioco perché manca ancora del presidente e non c’è accordo sulla nomina del nuovo. Ma si è certi che appena questi sarà nominato emanerà delle disposizioni sugli investimenti conformemente ai desiderata. Del nuovo decreto 703 non se ne parlerà ancora per un po’.

I Fondi pensione italiani hanno un patrimonio pari a 108 miliardi di euro, pari al 6,7% del Pil, investito in maggioranza in bond ed in azioni. Si tratta per la maggior parte di investimenti su titoli esteri. Si dovrebbe disinvestire dai bond sovrani dei paesi stranieri, anche della zona euro e investire massicciamente il ricavato in titoli italiani o addirittura in favore delle aziende municipalizzate in crisi.

Secondo indiscrezioni giornalistiche ( La Repubblica del 18/10/21013) chi si starebbe attivando in tal senso è il sottosegretario del Tesoro Baratta. Quest’idea  è dovuta anche al fatto che le banche italiane dal 2010 ad oggi hanno investito in debito pubblico italiano per circa 230 miliardi di euro e a fronte di un possibile alt della vigilanza bancaria europea, potrebbero diminuire gli acquisti.

Nessuna preclusione naturalmente su un impiego garantito e remunerativo sui fondi accumulati dai lavoratori. Secondo la Covip a fine 2012 la quota dei titoli del debito pubblico italiano investita dai Fondi Pensione è rimasta stabile al 55 per cento, per un controvalore di 21,3 miliardi (17,8 nel 2011). Gli investimenti azionari si sono attestati a 11 miliardi di euro (8,4 nel 2011); di questi, solo circa 660 milioni di euro sono impiegati in azioni italiane, quasi integralmente quotate (379 milioni nel 2011).

Un discorso  in questo senso invece bisognerebbe  farlo con riferimento alla destinazione del TFR delle aziende con più di 50 dipendenti, per  un  controvalore di circa 5,4 miliardi  e confluiti nel  cosiddetto “Fondo di Tesoreria Inps”.

Il Tfr depositato viene annualmente rivalutato ai sensi di legge, dello 0,75% dell’inflazione e del coefficiente fisso dell’1,5%, onere che grava interamente sulle casse dell’Inps. Il Tfr dei non aderenti alla previdenza complementare potrebbe essere investito in titoli di stato, invece di bussare alla porta dei Fondi pensione, così si avrebbe una gestione più trasparente di queste risorse e le casse dell’Inps sarebbero sollevate da un onere di non poco conto derivante dalla rivalutazione dovuta per legge. I rendimenti dei titoli sarebbero sicuramente maggiori alla rivalutazione e ci sarebbe anche un guadagno da riversare nel welfare previdenziale.

Finora, facendo riferimento alle risorse dei Fondi Pensione, se ne era parlato unicamente di utilizzo di una parte di queste, costituite da soldi dei lavoratori, non dimentichiamolo mai, a sostegno delle PMI. Il Fondo Solidarietà Veneto sembra che sia l’unico fondo che al momento ha assunto delle iniziative concrete in questa direzione. Ora si prende decisamente un’altra strada e non si sa se altrettanto remunerativa, oltre al fatto che limita la libertà dei Fondi stessi. Altro che libero mercato!

Un’altra idea che aleggia, anzi due idee che aleggiano inespresse nell’aria, ma queste cose, come è successo per l’Inpdap, poi trovano realizzazione in un batter d’occhio dopo averne parlato per anni.

La prima è quella di fondere tutte le Casse pensioni dei professionisti in un unico ente e riportarle dentro la grande famiglia della pubblica amministrazione, dopo la falsa privatizzazione degli anni scorsi, così da evitare problemi e ricorsi ogni qualvolta lo Stato chiede risorse, come è successo per la spending review. La seconda è di fondere tutti i fondi pensione negoziali  all’Inps ( Fondoinps?) facendo rimanere fuori i fondi aperti ed i Pip, quelli gestiti dalle banche ed assicurazioni, insomma.. Una iattura di proporzioni immani che andrebbe a confliggere su tutte la politica di welfare portata avanti in questi anni. Questo avrebbe enormi ripercussioni sul cosiddetto welfare allargato e sui fondi sanitari integrativi che verrebbero fagocitati sul nascere.

L’esempio della Polonia docet.

Camillo Linguella

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