Inps: La governance duale è paralizzante. Seguire l’esempio di A2a

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A2a la municipalizzata di Milano e Brescia abbandona il modello della governance duale e ritorna al Consiglio d’Amministrazione

Dopo cinque mesi di trattativa, il Gruppo A2A ha raggiunto l’accordo sulla governance.  A2a,  nato nel 2008 dalla fusione tra le ex municipalizzate dei comuni di Milano e Brescia per creare una multiutility è il secondo operatore elettrico italiano con circa 11 mila Mw di capacità e trai i protagonisti nel settore ambientale, con circa 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti trattati, dei quali, oltre la metà utilizzati per produrre energia elettrica.

Quotata alla Borsa Italiana A2a, ha dato l’addio alla governance duale tornando al consiglio di amministrazione. Un’operazione necessaria, visto che il sistema duale della società ne bloccava ogni iniziativa.

Il prossimo Cda sarà composto da 14 membri, con un presidente eletto ogni tre anni e un amministratore delegato. Il numero dei consiglieri rimane ancora elevato rispetto allo standard e alla media delle aziende quotate in Borsa. Ma è pur sempre un passo avanti rispetto al passato, quando tra consiglio di gestione e di sorveglianza i membri erano 23. Questa decisione ci riporta immediatamente in casa Inps.

Dopo la soppressione dell’Inpdap ed il passaggio delle sue competenze all’Inps, si pose subito il problema della governance del Superinps. Il ministro del lavoro di allora istituì un gruppo di lavoro, cosa che si fa in genere quando non si vuole risolvere almeno con urgenza il problema. L’apposito gruppo di lavoro istituito dalla Fornero concluse i suoi lavori a giugno 2012 e fortunatamente non ha avuto seguito, perché riproponeva il sistema duale.

Teoricamente un modello evoluto di governance degli Enti dovrebbe  definire un’adeguata distribuzione dei poteri e delle competenze spettanti agli organi istituzionali nei processi decisionali per corrispondere all’esigenza di un equilibrato e trasparente esercizio dei poteri,  rafforzando le  funzioni di indirizzo e controllo. Il problema  è nato  nel settore privato con lo sviluppo delle public company, ovvero delle imprese ad azionariato diffuso,  per  realizzare una separazione tra il ruolo della proprietà (dell’azionista) e quello del management e si pone in termini di necessità di assicurare all’azionista l’esercizio delle proprie prerogative e la tutela dei propri interessi, per  contrastare i  possibili comportamenti opportunistici e non rispettosi degli interessi dei soci da parte degli amministratori.

Nel settore pubblico il tema della governance muove le mosse dalle medesime esigenze di fondo, ovvero dalla necessità di garantire una condotta delle istituzioni efficiente e rispettosa dell’interesse pubblico. A differenza del settore privato, gli sforzi di riforma della governance degli enti negli ultimi anni sono stati fondamentalmente concentrati sull’esigenza di definire meglio i confini delle responsabilità di indirizzo, proprie della politica, e di quelle di gestione, proprie del management, e per contrastare  i rischi di eccessiva “politicizzazione”, ovvero di ingerenza della politica nella gestione delle amministrazioni pubbliche,  come va di gran moda oggi, si è sortito un effetto contrario con uno straripamento di poteri da parte del management che vengono anche percepiti ( e in parte si sentono anche)  come i “padroni” della cosa che amministrano, cosa favorita dalla  soppressione dei Consigli d’amministrazione.  Negli enti si è avuto come logica conseguenza il concentramento di tutti i poteri, anche di indirizzo, nella figura del presidente a discapito del Civ.

Alla fine la commissione proponeva il rafforzamento del Civ e la ricostituzione del CdA di soli tre membri.  La soluzione ideale sarebbe quella adottata da A2a. Ma sono molte le resistenze a che ciò avvenga. Comunque qualcosa occorre fare.

Si ricorda che l’Inps non  è un ente  di poco conto. E’ un ente pubblico non economico, un ente strumentale rispetto alla realizzazione di quanto disposto dall’art 38 della Costituzione, ma che gestisce per la maggior parte risorse dei lavoratori e dei datori di lavoro, almeno sul versante previdenziale. La massa monetaria contabilizzata dall’Inps è impressionante. Secondo il rapporto annuale dell’Istituto del 2012 il flusso finanziario complessivo annuo  (somma entrate e uscite) è stato pari a 763 mld di euro, mentre  261,3 mld di euro è stata la spesa per pensioni e invalidità civile.

Un ente siffatto, pur essendo non economico, né godendo formalmente  di  nessuna autonomia decisionale, e neppure quella gestionale, non è equiparabile ad  una semplice direzione generale del ministero del Lavoro.  E’ un centro di potere enorme che influisce sulla politica del welfare. Vedasi ad esempio il caso degli esodati e la loro consistenza  numerica sciorinata a spizzichi e bocconi. Ora con l’assorbimento dell’Inpdap questo potere è cresciuto a dismisura, ma tende a diventare un gigante coi i piedi d’argilla. Non può disporre di una propria pianta organica, non può decidere sui servizi, non può fare investimenti, l’unica cosa che può fare è quella di risparmiare, sulla pelle dei pensionati e dei propri dipendenti, ma sempre per soddisfare esigenze che vengono da fuori, mai per gli iscritti e gli assistiti e pensionati. I dipendenti dell’INPS, proprio in questi giorni hanno manifestato in ogni Sede contro la politica dei tagli, delle tasse, delle accise e del progressivo aggravio fiscale che mentre opprime i redditi da lavoro, strangola irrimediabilmente la classe produttiva del paese.

Molte risorse  vengono anche dall’esosità di alcune prestazioni. Si prenda il caso dei buoni lavoro, i famosi voucher. Su ogni voucher c’è il 13% per contributi Inps, il 7% per contributi Inail e il 5% per spese di gestione dell’Inps medesimo. Un costo assolutamente esagerato. Un’agenzia privata se richiedesse uguale provvigione sarebbe stata indicata al pubblico ludibrio.

Nessun Governo, neanche quello più disastroso della Prima Repubblica Italiana è stato capace di fare peggio di quelli  “ salva Italia “ o delle “ larghe intese “.

La deriva dell’INPS  che trova il punto più significativo della delega del costumer care ai Patronati, è ormai manifesta, sia a livello istituzionale che organizzativo, sia  funzionale che produttivo.

Bisogna por mano all’Inps e riformarlo con una nuova legge, come quando si operò con la legge 88/89. Occorre dare un nuovo assetto giuridico all’ente, dotarlo di una nuova governance, abbandonando il sistema duale e favorendo la uguale rappresentanza di genere nei vertici. Dubito che esista una reale volontà in tal senso. Il rinnovo del Civ fatto senza cambiare niente è in indicatore abbastanza puntuale della volontà di lasciare le cose come stanno.

Camillo Linguella

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