La sindrome del pensionamento (Retirement Syndrome)

Scritto il alle 08:43 da [email protected]

Il primo gennaio 2014 molti sono andati in pensione. Lo stato d’animo di questi ex lavoratori è dei più vari. Esiste forse una vera sindrome da pensionamento, che distratti fra regole, calcoli, speranze di vita ed altro, poco ci si rende conto.
La riforma Fornero, stabilendo il pagamento della pensione il giorno successivo al collocamento a riposo, evita quei massicci pensionamenti collegati alle famose finestre. Ma anche questo gennaio 2014, per il protrarsi delle vecchie normative, molti lavoratori hanno smesso di andare al lavoro per godersi la pensione. Sono unanimemente indicati come gli ultimi fortunati, perchè, si aggiunge, non è certo che  in futuro ci sarà ancora la pensione.
A parte l’immediata considerazione che di fronte a questa idea diffusa le iscrizioni alla previdenza complementare dovrebbero schizzare in alto, qual’è lo stato d’animo di questi fortunati? Certamente esiste una sindrome da pensione.

Essa  si manifesta, spesso fra  la totale indifferenza e comprensione degli altri, a cavallo dell’ultimo periodo lavorativo ed i primi mesi dalla cessazione dal lavoro. A volte si può prolungare molto di più. L’individuo colpito da questa sindrome  diventa  un soggetto insicuro, senza punti di riferimenti,  abulico se non un vero depresso.  Agognato, blandito, visto come fenomeno lontano e distante, quando si presenta il momento di andare in pensione, i soggetti  interessati  mascherano la malinconia e la paura, perché molte volte di paura si tratta, con esagerata euforia.

Nell’ ultimo  periodo di lavoro l’attenzione dei pensionandi si  concentra  sulle  tante cose  pratiche da fare così che la mente è impedita a soffermarvisi in maniera approfondita sul prossimo futuro.  Essa è tutta presa dai  lavori da portare a termine prima della data fatidica, seguire  l’aspetto burocratico: fare la domanda di pensione, approntare la documentazione, controllare se l’ufficio del personale non commetta errori,  decidere  l’accredito in banca o alla posta. Nel frattempo  si comincia  a portare a casa, alla chetichella, carezzando come se fossero creature viventi, gli  oggetti personali  che hanno arredato il posto di lavoro, svuotare i cassetti di tanta di quella carta di appunti e documenti che sembrati indispensabili si sono poi rivelati inutili.

Da qualche parte spunta qualche vecchia foto fatta con i colleghi. Solo allora si ha la piena percezione di quanto tempo sia passato. Niente è più impietosa che una vecchia fotografia. Il dramma è se strapparla o conservarla.
I colleghi non risparmiano battute scherzose e qualche capo si dimostra perfino veramente umano. Di nascosto si organizzano collette con adesioni più o meno spontanee e c’è sempre il poeta ufficiale ( in ogni ufficio o fabbrica c’è ne uno come un castigo di Dio) che sfoga le sue frustrazioni scrivendo orrendi pezzi di commiato .
La pensione, ovvero il momento di andare in pensione, l’ultimo giorno di  lavoro, come ogni fase della vita è accompagnata da previsioni, speranze, progetti  cui  si contrappone il  reale svolgimento del periodo post lavoro. Tutte le fasi della vita sono fasi psicologicamente  ricche ed intense, uniche ed irripetibili,  ma quella del pensionamento, legata alla vecchiaia e pur non essendo  più complicata della fase adolescenziale,  non è di facile dipanamento. Molti sono i libri  che illustrano  il fenomeno, molti quelli  che insegnano ad invecchiare bene per  godere appieno la vecchiaia. Tutto ciò a prescindere dall’aspetto economico, se  cioè l’assegno di quiescenza è congruo o meno a mantenere lo stesso tenore di vita da lavoratore. Ma è ovvio  che se esso è basso, i problemi sono tutti acuiti.
Perché sotto aspetto economico il pensionato non ha più  nessun potere contrattuale. Può contare sui sindacati di categoria e sui partiti in genere o addirittura su alcuni partiti con il target delle pensioni  che si rivolgono a questo specifico segmento di cittadini, senza peraltro incidere minimamente sulle scelte governative, come si è abbondantemente visto con le “manovre” dal 2008 in poi.
Arrivare alla pensione, significa che si sono superate più o meno brillantemente  tutte le tappe precedenti. Ma è nel lavoro che si sono spese  le maggiori  energie. Ritmi a volte massacranti, orari impossibili. Molte volte ci si è trattenuti oltre l’orario per necessità economica, per fare carriera o per puro attaccamento e zelo. Nel capannone industriale,  freddo d’inverno e arroventato d’estate, vicino alle macchine, oppure in ufficio a scartabellare con circolari scritte da marziani tradotte in italiano con google, di fronte a computer continuamente impallati e a stampanti senza toner,  anno dopo anno,  si  consuma l’esistenza, fino al giorno in cui, maturati i diritti, raggiunta l’età, arriva la lettera di collocamento a riposo.
Parliamo dei pensionamenti per  limiti di età,  perché quelli  derivanti da dimissioni volontarie  dipendono da una libera scelta del soggetto interessato. Quelli legati alla malattia segue un percorso più doloroso e burocraticamente più defatigante ed umiliante, con i nuovi sistemi di accertamento e verifica.  Ogni richiedente la pensione di invalidità è considerato prima di tutto un potenziale truffatore e poi un ammalato più o meno grave. L’Italia è il paese che meno degli altri sa ricorrere alla legge del giusto mezzo, si deve sempre  eccedere in un senso o in un altro. Prima una persistente bronchite poteva dar diritto alla pensione di inabilità, oggi se un soggetto non è pressocchè terminale, non  ne avrà diritto.
Nell’ordinarietà, gli approcci al pensionamento sono  vari e molteplici. Ci sono coloro  che  non vedono l’ora di andare in pensione perché pensano che nel  lavoro  svolto non hanno sempre trovato quella soddisfazione non solo economica ma anche morale come avrebbero  desiderato e avuto diritto; ci sono coloro che pur avendo avuto delle soddisfazioni lavorative, hanno  già programmato il proprio  percorso da pensionato, le cose da fare, le nuove attività da intraprendere ( io ho tante cose da fare, non finirò mai  ai giardinetti su una panchina!), ci sono coloro inoltre che arrivano malvolentieri  al pensionamento  perché occupano  una posizione elevata al’interno dell’azienda o pensano  che il proprio apporto sia difficilmente sostituibile. Ci sono infine coloro che giungono a questo appuntamento  con la consapevolezza della chiusura di una fase della vita e l’inizio di un’altra, laddove, non esistano problemi economici e di salute, da vivere con sufficiente serenità ed equilibrio interiore.
Questo è l’approdo migliore, ma se si parla di sindrome, significa che è il più difficile da conseguire. Nelle società tribali antiche c’era il rito dell’esclusione per quei soggetti che per un motivo o l’altro si riteneva non dovesse  più far parte del villaggio. Lo stregone, dopo la celebrazione di un apposito rito, con canti e balli e rullare di tam-tam,  consegnava al l’escludendo  il cosiddetto osso sacro. Infine il malcapitato  veniva accompagnato col seguito schiamazzante di tutti i presenti  fuori i confini del villaggio. Dopo una paio di giorni l’escluso  moriva.


Nelle società evolute il rito dell’esclusione si è trasformata nella festa del pensionamento, al posto dell’osso sacro c’è la consegna della penna o dell’orologio d’oro. La curva di mortalità è altissima nei  primi mesi post pensionamento, per poi stabilizzarsi nel periodo successivo.
Dopo i primi giorni, facilmente assimilati ai giorni di vacanza, dopo l’esplosione euforica di non dover più soggiacere alla tirannia degli orari, comincia a farsi sentire  l’effetto delle mutate scansioni dei ritmi giornalieri. Spesso incombe il senso di vacuità, di spersonalizzazione, si rivanga il passato si affievolisce il rancore per tutti i torti veri o presunti  si è dovuto sopportare sul lavoro e si mitizzano, ingigantendoli gli episodi positivi.
Con la pensione  cambia la vita quotidiana e l’impiego del tempo. Quando si fa strada l’idea della inutilità del tempo che si trascorre, ci si vuole porre riparo. Allora si esplode in una seria di affermazioni vitalistiche. Fuoco di paglia senile che per questo scarsamente attecchisce. Per prima cosa  si cerca di rendersi utili  a casa, aiutare la moglie nel disbrigo delle faccende domestiche, per esempio. La quale, pur avendo sempre lamentato l’assenza del marito, ora che se lo  vede sempre fra i piedi, a fare pulizie maldestre e scombinate, a comprare roba inutile al supermercato e a cercare di espropriarle la cucina, viene colpita a sua volta dalla sindrome dell’husband retirement, la sindrome del marito pensionato. Così ora stanno  male due persone. Oppure ci si iscrive a qualche corso per  terza età, (uso del Personal   computer o corso di inglese in primis) o addirittura all’Università della Terza età, infine  si finisce nel circolo degli anziani del quartiere ( se per ipotesi il quartiere ne è fornito).
Il senso di superatezza e di inutilità si concretizza alla prima visita sull’ex posto di lavoro. Beato te che sei un uomo libero ormai, allora come va la vita di pensionato ?… La risposta richiesta è  “bene” perché non  tutti sono disposti a sentire risposte più articolate o di taglio diverso. Ti portano al bar per un caffè e dopo 10 minuti il pensionato è già stato dirottato sulla via di ritorno perché in quel momento purtroppo per tutti  c’è un lavoro urgente da fare.
Ulteriore tappa sono la visita ai musei, alle mostre, la chiacchierata in piazza con altri pensionati, poi si finisce inevitabilmente per ore ed ore davanti alla televisione, con il corollario di un aumento di un senso di tristezza, frustrazione, insonnia, irritabilità.
Molti cercano di trovare una nuova occupazione, un lavoretto qualsiasi che li tenga impegnati. Anche questa è una dolorosa via crucis, nello scendere e salire le altrui scale senza trovare niente, se non occasioni di reiterate umiliazioni, pur se condite da tante belle parole. Trovano una nuova occupazione solo quelli che vi hanno provveduto per tempo, molto prima di andare in pensione o che svolgevano il secondo lavoro.
Le stesse organizzazioni sindacali dei pensionati che inizialmente si interessavano solo del disbrigo delle pratiche per la  pensione, oggi hanno ampliato il campo d’azione  fino ad includere attività di impiego di queste risorse e attività di inclusione sociale. A tenere desta le capacità cognitive dei pensionati sono solo le finanziarie, pardon le leggi di stabilità, dove anno dopo anno, si prosciuga l’assegno pensionistico, perché si “è preso più del dovuto” a danno dei giovani, come si affannano a spiegare sussiegosi studiosi dai 10mila euro mensili di pensione.
Camillo Linguella

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