Se l’andamento del Pil deprime la pensione

Scritto il alle 09:07 da [email protected]

indicegiu2Con l’andamento del Pil non esaltante, tutto diventa più compicato. Quando diventa poi negativo, le future pensioni saranno ancora più basse. E’ quello che sta per accadere. In questo caso,  per mantenere una vecchiaia dignitosa ai cittadini occorre incentivare, non bloccare la previdenza complementare. Vedremo se le promesse fatte in questi giorni di rivedere l’aumento della tassazione sui fondi pensione poi si trasformeranno in realtà.

In Parlamento è arrivata la promessa, al momento solo verbale, di rivedere il previsto aumento della tassazione sui rendimenti finanziari degli investimenti dei fondi pensione sui fondi pensione che, com’è abbondantemente noto, viene elevata dal 11.50% al 20%. Ma  già in precedenza c’era stata anche la promessa di estendere il bonus degli 80 euro ai pensionati e poi si è visto come non sia stata mantenuta. Quindi se il buon giorno si vede dal … mattino, comunque staremo a vedere come fa a finire. La cosa acquista ora una rilevanza maggiore di prima, perché, pur ovvia nelle previsioni legislative, un nuovo pericolo incombe sul mondo della previdenza. La prossima revisione dei coefficienti di trasformazione. Potrebbero incidere negativamente sulle future pensioni.
La riforma Dini introdusse il metodo contributivo per garantire la sostenibilità del sistema e realizzare il principio di equità, non quella sociale, ma quella matematica. Infatti attraverso i coefficienti di trasformazione si realizza l’equivalenza attuariale fra i contributi versati e le prestazioni da ricevere.
Il coefficiente di trasformazione è quel “numeretto” con il quale si moltiplica il montante dei contributi versati per determinare l’importo della pensione. Si compone di alcuni elementi:
l’età al momento del pensionamento,

l’andamento quinquennale del Pil

la speranza di vita.
La riforma del 1995 consapevole che le dinamiche della vita hanno una incidenza significativa solo nel lungo periodo, stabilì che la revisione dei coefficienti di trasformazione fosse decennale. La legge 247/2007 ridusse il periodo da dieci anni a tre; il decreto “Salva Italia” da tre a due.

L’art 1 comma 12 della legge 247/2007 previde l’istituzione di una Commissione con il compito di proporre, entro il 31 dicembre 2008, modifiche dei criteri di calcolo dei coefficienti di trasformazione, nel rispetto degli andamenti e degli equilibri della spesa pensionistica di lungo periodo e nel rispetto delle procedure europee, che dovevano tener conto:
a) delle dinamiche delle grandezze macroeconomiche, demografiche e migratorie che incidono sulla determinazione dei coefficienti medesimi;
b) dell’incidenza dei percorsi lavorativi, anche al fine di verificare l’adeguatezza degli attuali meccanismi di tutela delle pensioni più basse e di proporre meccanismi di solidarietà e garanzia per tutti i percorsi lavorativi;
c) del rapporto intercorrente tra l’età media attesa di vita e quella dei singoli settori di attività.
Questa Commissione non è mai stata nominata. I coefficienti in vigore dal 2013 sono stati determinati unilateralmente dal ministero del Lavoro.

Dal 2016 devono entrare in vigore i nuovi coefficienti.
La riforma Dini del 1995, prevedendo una crescita continua del prodotto interno lordo, stabilisce che il tasso di rivalutazione “è dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL) nominale, appositamente calcolata dall’Istat con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare“. Invece ora, per la prima volta, l’indice è negativo: -0,1927%.
Per cui, per effetto della crisi e della deflazione, le pensioni, invece di aumentare potrebbero addirittura subire una rivalutazione negativa.
L’Inps che se ne accorta per prima, ha chiesto  lumi al governo. La questione era sottotraccia, ma nessuna l’ha voluta affrontare perchè, fidando dello “stellone” Italia e facendo gli scongiuri contro tutti quelli che “gufavano” per usare una colorita espressione romana, acquisita nel lessico ufficiale governativo, si pensava che alla fine del 2014 ci sarebbe stata l’attesa inversione di tendenza, con la ripresa economica e la risalita del Pil.  Cosa che non c’è stata, perchè al di la delle chiacchiere niente di concreto  è stato  fatto. Quindi, essendo questo elemento presente agli uomini di governo, nella finanziaria ci sarebbe dovuto essere qualcosa. Ma nella legge di stabilità non c’è nessuna misura di contrasto al calcolo dei coefficienti, né fra i numerosissimi emendamenti presentati  in Parlamento vi è qualcuno in proposito. Ed i tempi di presentazione degli emendamenti sono ormai scaduti. L’unico a questo punto che può intervenire con una richiesta di correzione, è il Ministro del Lavoro Poletti. In quanto il governo non ha limiti di tempo nella presentazione delle modifiche. L’esecutivo però si dimostra tiepido e non mostra nessuna fretta. Diplomaticamente il Ministero del Lavoro fa sapere che “Il governo segue da vicino la questione.”
Occorre una norma di carattere generale che stabilisca l’invarianza dei coefficienti quando uno degli elementi che lo costituiscono possono generare un segno negativo. Il prendere tempo dell’esecutivo non trova nessuna giustificazione, anche se c’è tutto un anno davanti, perché con la riforma Monti Fornero, sono coinvolti tutti i lavoratori, non solo quelli assunti a partire dal 1996 che hanno tutta la pensione calcolata con il sistema contributivo. Oggi tutti hanno una quota di pensione che sarà determinata con i nuovi coefficienti di trasformazione, perché si ricorderà, la citata riforma Monti Fornero ha esteso il metodo contributivo pro rata a tutti con decorrenza 1.1.2012.
Il danno maggiore lo riceveranno ilavoratori che si trovano  completamente nel sistema contributivo perchè assunti dal 1996. Ciò perche la Fornero ha stabilito che l’importo della loro pensione non può essere inferiore ad un importo detto “soglia”, corrispondente a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale ( nel 2014 € 447.61. Importo soglia 671.41 euro) Costoro, a prescindere dall’aumento della speranza di vita, a causa dei  nuovi coefficienti, se non saranno “sterilizzati” , comunque dovranno  lavorare di più. Finchè l’importo sarà più basso non puoi andare in pensione. Solo a 70 anni si prescinde da quest’importo, nel qual caso sono sufficienti 5 anni di anzianità effettiva.
Camillo Linguella

 

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