La complementare non ha coefficienti negativi

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indiciSe il coefficiente di rivalutazione Inps è di segno negativo, la complementare conviene di più
Una delle più grandi conquiste della civiltà moderna, espressione concreta della solidarietà umana, è stata l’istituzione della pensione come obbligo dello Stato di sostenere i cittadini divenuti inabili al lavoro per età o per cause varie.
In Italia quest’obbligo è sancito dall’articolo 38 della Costituzione. Altrimenti l’alternativa sarebbe stata di comportarsi  come gli animali che sono costretti a procurarsi il cibo finché hanno le forze per farlo, oppure vivere di carità pubblica. Solo i ricchi non avevano e non hanno mai avuto questi problemi potendo affrontare la vecchiaia con distacco e serenità, accuditi da una numerosa parentela, non sempre animata unicamente da amore filiale, ma anche dalla speranza di congrua eredità.
Fra i vari modi di costruire un sistema pensionistico, c’è quello importante della “solidarietà intergenerazionale”, in forza del quale le pensioni in essere sono pagate mediante i contributi versati dai lavoratori attivi ( il cosiddetto metodo a ripartizione).
Ora è chiaro che l’ammontare dell’importo pensionistico varia a seconda del “piatto” che si ha a disposizione, cioè di quanti versano i contributi, quant’è la vita media delle persone e qual è la ricchezza del Paese misurata con il Pil, il prodotto interno lordo.
Questo per determinare il plafond generale da cui attingere le singole situazioni pensionistiche. E qui entra in vigore il metodo di calcolo individuale e le regole per maturare il diritto.
Va da sé che più è ampio il plafond, cioè più numerosi sono gli occupati, più si alimenta il “piatto” comune, più cresce il Pil e più le regole sono improntate al principio dell’equa redistribuzione della ricchezza prodotta. Se viceversa diminuisce l’occupazione, il Pil non cresce, le norme diventano più rigorose e si accusa rancorosamente quell’equilibrio di equità raggiunto in periodo di floridezza, come regole eccessivamente permissive da annullare.
In questo contesto sono nate la riforma Dini e quelle successive.
Attualmente per determinare in maniera matematica qual è l’importo spettante ad ogni singolo, si prendono i contributi accumulati e si moltiplicano per un numero,una percentuale, il coefficiente di trasformazione , mentre i contributi versati vengono aggiornati annualmente con un altro numero, un’altra percentuale, il coefficiente di rivalutazione.
Il coefficiente di rivalutazione include una quota relativa al prodotto interno lordo, in quanto all’epoca dell’emanazione della legge Dini avendo Amato abolito la rivalutazione delle pensioni in base alla dinamica salariale si ragionò che i pensiona comunque dovessero beneficiare della accresciuta capacità economica dell’Italia. Cosa che in qualche modo, anche se in maniera non esaltante è avvenuta finora.

Al presente, nonostante i numerosissimi provvedimenti economici adottati dal governo Monti-Letta-Renzi, che si possono benissimo considerare un unicuum, perché hanno assunto e mantenuto la stessa linea di azione politica, in ossequio ai vincoli Ue liberamente assunti, abbiamo superato la fase della stagnazione per approdare nella recessione.
Si ha la stagnazione quando non si va né avanti né indietro, rimanendo impantanati, mentre con la recessione si va indietro.
Infatti le cose non sono affatto migliorate ed il Pil è a meno 0.4%.
La cosa potrebbe pure passare inosservata al volgo, perché di fronte agli sfracelli economici quotidiani, un – 0.4% annuo è un’inezia, una pinzillacchera, senonchè essa produce un fatto concreto e rilevante per il futuro di tutti, almeno di tutti quelli che vivono di lavoro. Il coefficiente di rivalutazione del montante contributivo, cioè dei contributi versati nel 2015 sarà di segno negativo (0.9%).
Se non viene sterilizzato si avrà una diminuzione dell’importo dei contributi versati all’Inps su cui si calcola la pensione. Chi aveva nel 2014 per esempio 10000 euro di contributi accumulati all’Inps, corre il rischio nel 2015 di vederseli ridotti a 9900 euro.
L’obiettivo ora non è più  incrementare il proprio montante, ma almeno mantenere i 10000 euro senza penalizzazione. Paradossale!

Ora non si può trascurare di rilevare la diversa situazione della previdenza complementare, nonostante anche qui si addensano fosche nubi all’orizzonte. Esaminando gli ultimi dati statistici resi noti dalla Covip, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione complementari, aggiornati a settembre 2014. I fondi pensione hanno registrato un più 5.8%.
Questo risultato è dovuto ad alcuni fattori sostanziali quali l’andamento dei mercati finanziari extra italiani e il rendimento dei titoli pubblici Alla fine del 2013 il patrimonio delle forme pensionistiche complementari era per il 61 per cento impiegato in titoli di debito, percentuale stabile rispetto al 2012; i quattro quinti delle obbligazioni totali era formato da titoli di Stato. Le azioni sono salite dal 14,4 al 16,1 per cento; è diminuita di circa mezzo punto percentuale la quota investita in depositi e in quote di OICR ( Organismi di Investimento Collettivo di Risparmio) attestatasi, rispettivamente, al 5 e al 12,6 per cento.
Quindi l’elemento che ha contribuito maggiormente al risultato, è la saggia politica di investimento adottata dai fondi pensione. Ormai sono usciti dalla minore età e pur adottando la politica degli investimenti prudenti, massimizzano i risultati per gli aderenti e se andrà in porto il previsto aumento della tassazione sui rendimenti finanziari, ci sarà un guadagno anche per il fisco che lucrerà risorse aggiuntive che invece erano destinate al risparmio previdenziale.
Ma nonostante questo paventato aumento , i fondi di previdenza complementare sono ormai baluardi indispensabili per assicurare una vita da pensionato senza eccessivi problemi.
Infatti da una parte abbiamo un sistema pubblico che ha come prospettiva rendimenti negativi, dall’altra un sistema integrativo che consegue, in maniera consolidata, rendimenti positivi
L’alternativa sarebbe il “fai da te”, risparmiando ed investendo i propri risparmi in base alla propria cultura ed intuizione finanziaria, magari facendosi consigliare dal consulente finanziario della propria banca, dall’amico, senza tener conto che i fondi pensione hanno o si servono di strutture professionali specializzate nel risparmio a lungo termine e quelli di categoria, tipo i fondi dei chimici, degli elettrici, della scuola eccetera, non hanno neppure scopo di lucro. In più gestiscono risorse che fanno massa sul mercato e spesso assicurano un rendimento minimo garantito.
Questi sono i due piatti della bilancia su cui confrontarsi ora. Da una parte una previdenza pubblica che volge sempre al più brutto tale da richiedere l’allertamento della protezione civile e dall’altra parte, se il governo non ci metterà tutta la sua energia, come pare stia facendo, per affossarla, la previdenza complementare che concorre a realizzare le previsioni contenute nell’art. 38 della nostra Costituzione.

Intanto sugli aspetti qui sollevati, il governo in Commissione Bilancio, ancora ieri con il vice ministro Enrico Morando, ha manifestato tutta la sua “comprensione e disponibilità”, ma concretamente non ha presentato nessun emendamento di modifica. Tocca vedere nei prossimi giorni oppure aspettare quando la legge di stabilità approda al Senato, dove gli animi sono un pò più effervescenti, almeno in apparenza.
Camillo Linguella

 

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