La generazione 500 euro

Scritto il alle 08:49 da clinguella@finanza

elemosinaIl futuro dei lavoratori del jobs act è andare in pensione sotto la soglia di povertà. In prospettiva dovranno lavorare fino a 70 anni per una pensione di 500 euro mensili.
Il commissario dell’Inps Tiziano Treu e il direttore generale Mauro Nori, nell’incontro di mercoledì scorso con la Commissione Lavoro del Senato hanno dichiarato che la vicenda esodati è finita. L’Inps “ha salvaguardato tutti i 162.130 esodati creati dalla riforma Fornero”  (ma non erano 300.000?) hanno affermato.Grazie ai sei provvedimenti di tutela sono stati recuperati i lavoratori lasciati senza reddito e senza pensione. “Quella che si chiude è la fase emergenziale”, ha detto Nori. Sicuramente oltre i 162.130 tutelati ci possono essere ancora altri “casi specifici” che saranno individuati da un censimento attraverso il monitoraggio avviato dal sito della Commissione, come annunciato dalla senatrice Anna Maria Parente. Dovrebbe trattarsi di poca cosa.
Di Treu bisogna ricordare che in altra occasione ha fatto sapere di non avere problemi a rinunciare al compenso di commissario Inps di circa 216.000 euro annui.” Sono abbastanza ricco per rinunciare al compenso”. ha affermato. Staremo a vedere . Infatti non soffrirà la fame perchè percepisce già la pensione da professore universitario e il vitalizio da parlamentare,
Intanto sembra in via di soluzione il pericolo di una svalutazione delle pensioni come conseguenza del fatto che il prodotto interno lordo, da cui dipende il coefficiente di rivalutazione, è in discesa da ormai quattro anni. In attesa della risposta dei ministeri dell’Economia e del Lavoro alla lettera inviata dall’Inps per avere chiarimenti su come procedere, si è trovata la classica interpretazione all’italiana: La legge non parla di svalutazione, ma solo di rivalutazione”, ha spiegato Treu. Ergo, le pensioni non dovrebbero poter essere svalutate.  Questa interpretazione che sembra condivisa dal dicastero del Lavoro non ha trovato finora risposta da parte del Mef. A favore di questa scelta concorre la circostanza, non irrilevante che, “per ora non esiste il problema delle coperture”.
Quasi in contemporanea e come elemento di rafforzamento, molti quotidiani si sono affrettati a pubblicare la lettera in inglese del ministro del Tesoro Padoan alla UE, senza sbrigarsi a tradurla perché ormai è acquisito che tutti conoscono questa lingua a menadito. E nella lettera il ministro fa la scoperta dell’acqua calda: Se aumenta l’occupazione, le pensioni diventano più solide.
Egli scrive “By increasing employment, it will also foster the long term sustainability of pension sistem, wich is already one of the most solid thank to past reforms”
“ incrementando l’occupazione si favorisce anche la sostenibilità a lungo termine del sistema pensionistico che già è uno dei più solidi, grazie alle passate riforme”.
Ma il ministro del Mef non sembra che abbia ascoltato quanto fatto presente dai vertici Inps nella summenzionata audizione. Anche se non usano toni allarmistici, hanno avvertito che “occorrerebbe una soluzione strutturale, un sistema che a regime trovi delle risposte” perchè si prepara un nuovo fronte, quello di coloro che perdono il lavoro in età avanzata ma non sufficiente per avere diritto alla pensione. Questo è un problema sempre esistito ma che, con la crisi e la flessibilità in uscita che il Jobs Act minaccia di aumentare ulteriormente, gli ultrasessantenni disoccupati privi di ammortizzatori sociali saranno la prossima emergenza sociale.

Nei primi anni ’90 il nostro sistema pensionistico è stato profondamente modificato. I motivi principali di questi cambiamenti ormai li conosciamo bene: il progressivo aumento della durata della vita media (che determina di conseguenza un allungamento del periodo di pagamento delle pensioni) e il rallentamento della crescita economica (con la riduzione dell’ammontare dei contributi necessari a pagare le pensioni).
In particolare:
• sono state innalzate sia l’età richiesta per andare in pensione sia l’anzianità contributiva minima;
• l’importo della pensione viene collegato: a) all’ammontare dei contributi versati durante tutta la vita lavorativa e non più alle ultime retribuzioni percepite; b) alla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL); c) alla durata media del periodo di pagamento della pensione (la cosiddetta “speranza di vita” al momento del pensionamento);
• la pensione viene rivalutata unicamente sulla base dell’inflazione (cioè dell’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi) e non più in base all’aumento delle retribuzioni che, generalmente, è più elevato.
Tali modifiche fanno sì che, nel futuro, le nuove pensioni saranno via via più basse in rapporto all’ultima retribuzione percepita (il cosiddetto “tasso di sostituzione”). E’ questa la ragione principale per cui alla previdenza obbligatoria è stato affiancato il secondo pilastro del sistema: la previdenza complementare.
Il quadro normativo di riferimento della previdenza complementare è attualmente delineato nel Decreto Legislativo 252 del 2005.
Il tasso di sostituzione della previdenza obbligatoria è comunemente indicato dal rapporto fra la prima rata che riscuoti quando vai in pensione e l’ultimo stipendio percepito.
Avere un’idea, fin da quando si inizia a lavorare, di quanto sarà il tasso di sostituzione della previdenza obbligatoria è importante per valutare se la pensione potrà garantire un tenore di vita adeguato. Al momento gli enti di previdenza obbligatoria non forniscono una stima personalizzata del tasso di sostituzione e la busta arancione sembra definitivamente scomparsa dai programmi governativi. Si torna a parlare dell’ECI, l’estratto contributivo integrato che sarà spedito forse a partire dall’anno prossimo,nel 2015, dopo una serie infinita di rinvii ed annunci. Per i pubblici dipendenti la spedizione di 500.000 estratti conto è prevista il prossimo 10 gennaio.
Almeno i dipendenti pubblici, a 18 anni dalla legge Dini potranno avere uno straccio di estratto contributivo su cui ragionare per pianificare la propria pensione.
Già nel 1996, quando entrò in vigore il sistema contributivo si accennò vagamente alla possibilità di introdurre una comunicazione periodica che potesse aiutare i cittadini a conoscere la propria situazione previdenziale. L’idea, però, non prese una forma specifica fino al 2009, quando l’allora ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, annunciò la decisione di introdurre la busta arancione, che prende il proprio nome, molto semplicemente, dal colore della busta contenente i documenti previdenziali che ogni anno viene spedita ai cittadini svedesi ormai da più di un decennio. L’idea era che l’Inps inviasse quindi ai lavoratori una lettera con la propria posizione individuale, le proiezioni sui tempi di maturazione dei requisiti per il pensionamento e il valore economico dell’assegno. Il progetto venne poi bloccato
Va da sé che se la busta arancione fosse stata in vigore ora i lavoratori avrebbero uno strumento certamente non preciso al 100% com’è è ovvio che siano tutte le previsioni per il futuro, ma molto vicino alla realtà, quasi sempre esatte, per verificare la convenienza o meno nel chiedere l’anticipo del tfr in busta paga e la convenienza all’adesione alla previdenza complementare.
Ma forse è proprio questo che si vuole evitare.
Il risultato sarà che con la prossima approvazione del jobs act, sancendo la fine del lavoro stabile, come se n’è fieramente vantato il capo del governo ( il posto fisso non esiste più), avremo sicuramente un sistema pensionistico più sostenibile come afferma Padoan, anche perché le pensioni saranno bassissime.
Se l’attuale generazione è contrassegnata da una larga schiera di fortunati pensionati d’oro, la futura generazione, di converso, sarà la generazione dei 500 euro di pensione al mese.
Ed io penso che oltre a non essere giusto, che come giudizio morale lascia forse il tempo che trova, conoscendo per tempo questo il trend, questa direzione di marica, bisogna rafforzare tutti gli strumenti di protezione individuali che attualmente sono propri quelli garantiti dai fondi pensione, a partire dagli incentivi fiscali, come si fa in tutti i paesi dell’Ocse.
Camillo Linguella

 

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2 commenti Commenta
kry
Scritto il 24 novembre 2014 at 10:13

” Il futuro dei lavoratori del jobs act è andare in pensione sotto la soglia di povertà. In prospettiva dovranno lavorare fino a 70 anni per una pensione di 500 euro mensili. ” Ma davvero ed io che pensavo fosse di tutti i lavoratori nati dal 1960/3 in poi, mi han sempre detto che sono un pessimista e ne prendo atto. Buona giornata e perchè no buon lavoro.

massimo84
Scritto il 24 novembre 2014 at 12:37

se diminuiscono i salari
la pensione futura sarà ben inferiore di 500 euro.

la generazione 1k euro è passata da un pò…

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