Referendum pensioni: La Corte motiva il NO

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firmeLa Corte Costituzionale dopo aver comunicato il suo no al referendum contro la legge pensioni Fornero, ora ha reso noto le motivazioni  con Sentenza  n.6/2015 pubblicata in GU il 28/1/2015.

La riforma delle pensioni Fornero, avvenuta quasi di soppiatto, inserita com’era in un decreto legge per salvare l’economia italiana dallo sfracello, sebbene accolta favorevolmente da parte di rigoristi ad oltranza, che in genere non vengono mai toccati da queste disposizioni perché in godimento di redditi indifferenti a simili inezie, non fu accolta con altrettanto favore dai diretti interessati. In effetti presenta molti profili di iniquità sociale. Raccogliendo il malumore diffuso, 15 cittadini promossero un referendum per cancellare  queste disposizioni, le firme furono raccolte eccetera. Successivamente con ordinanza dell’11 dicembre 2014, l’Ufficio centrale per il referendum dichiarò conforme alle disposizioni di legge la richiesta di referendum popolare abrogativo della riforma pensioni Fornero.
Il Presidente della Corte costituzionale, allora fissò, per la conseguente deliberazione, la camera di consiglio per il 14 gennaio 2015. A tal proposito, la Presidenza del Consiglio dei ministri, aveva depositato una memoria con la quale chiedeva che la richiesta di referendum fosse dichiarata inammissibile, innanzitutto perché la richiesta referendaria non rispondeva al requisito dell’omogeneità del quesito, coinvolgendo esso varie disposizioni in materia di trattamenti pensionistici, sia pubblici che privati.
Inoltre, la norma di cui si chiedeva l’abrogazione, introducendo nuovi principi in tema di trattamenti previdenziali, costituiva  “una disposizione della manovra finanziaria del 2011, produttiva di effetti collegati in via diretta ed immediata alla legge di bilancio” e, dunque, non sottoponibile, di per sé, a referendum ai sensi dell’art. 75 Cost.


Viceversa i promotori del referendum  nella loro  memoria, sostennero  invece che la norma oggetto della richiesta di referendum – non si ricollega in alcun modo alla  legge di stabilità che è la legge di bilancio per eccellenza.
La Corte dopo aver esaminato la questione sotto tutti i punti di vista, con Sentenza  n.5/2015 pubblicata in GU il 28/1/2015, ha ritenuto inammissibile la richiesta in esame per motivi che attengono sia alla natura della normativa di cui  si chiedeva la cancellazione,  sia alla struttura del quesito.
In relazione al primo profilo – anche a prescindere dalla natura tributaria, che vieta qualsiasi  referendum (art. 75 Cost.), non sono  ammissibili referendum abrogativo di leggi di bilancio,  complessivamente riferibile all’art. 24 del decreto legge 201.
La difesa dei promotori ha sostenuto invece che non esiste nessun «stretto collegamento» con l’ambito di operatività della legge di bilancio. E ciò perché si tratterebbe, in questo caso, di «un intervento straordinario, annunciato ed adottato quasi in contemporanea», con un decreto-legge, «e non di un intervento strutturato nell’ambito di una legge di delega e preannunciato nei documenti di programmazione finanziaria», «come invece era accaduto per il d.lgs. n. 503 del 1992»una delle prime leggi che modificarono il sistema pensionistico allora vigente.
La stessa difesa ha altresì sottolineato «come la legge di stabilità per il 2012 (legge 12 novembre 2011, n. 183) sia stata promulgata oltre venti giorni prima dell’adozione (6 dicembre) del decreto-legge n. 201 del 2011».  Ma per la Corte l’argomento non è fondato.
Perché per essa il «collegamento» alla legge di bilancio, agli effetti della inammissibilità del referendum, può benissimo essere riferita a provvedimenti successivi, formalmente e sostanzialmente correttivi o integrativi della stessa, che si rendano necessari per l’equilibrio della manovra finanziaria. Per rendersi conto di questo collegamento basta vedere la Relazione al Parlamento, presentata il 4 dicembre 2011,  nella quale il Governo evidenziava come − in ragione delle  tensioni sui mercati finanziari − «per mantenere gli impegni assunti in sede europea» si rendesse, necessaria una manovra equivalente a circa l’1,3 per cento del Prodotto interno lordo – incidente, per una parte rilevante sul settore previdenziale – ed espressamente qualificava tale intervento come “collegato” alla manovra di finanza pubblica per il triennio 2012-2014.
La richiesta di referendum – proponendosi di sottoporre ad abrogazione in modo indistinto l’intero art. 24 del d.l. n. 201 del 2011 – investe, all’interno della stessa (di per sé) ampia e variegata materia dei «trattamenti pensionistici», una pluralità di situazioni diverse, sia in relazione alle forme di pensione (per esempio l’istituzione della pensione anticipata al posto di quella di anzianità»), sia con riguardo alla pluralità delle categorie di soggetti interessati (lavoratori pubblici, privati, subordinati, autonomi, liberi professionisti), cui corrispondono differenti regimi previdenziali; e coinvolge, inoltre, disposizioni sulle aliquote contributive dei soli lavoratori autonomi, alla perequazione automatica, alla contribuzione di solidarietà ed alla istituzione di un Fondo per favorire l’occupazione giovanile e delle donne, oltre ad una disposizione eccentrica ed estranea alla materia previdenziale come quella di natura tributaria sulla tassazione anche dei compensi degli amministratori di società di capitali.
Si tratta, dunque di un “aggregato indivisibile di norme”, tale che «l’elettore si troverebbe a dover esprimere un voto bloccato su una pluralità di atti e disposizioni diverse» (sentenza n. 12 del 2014), con conseguente compressione della propria libertà di convincimento e di scelta, a presidio della quale, appunto, è posto il requisito della omogeneità del quesito, al fine di garantire l’autenticità della espressione della volontà popolare. E per questo motivo la Corte Costituzionale ne ha deciso l’inammissibilità.

Camillo Linguella

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