Decreto in vigore, da stamani è possibile chiedere Tfr in busta

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Il decreto pubblicato in Gazzetta ufficiale lo scorso 19 marzo è entrato in vigore venerdì 3 aprile 2015.Oggi quindi è il primo giorno utile per fare la domanda. Dopo averci bensato bene però Firmata anche la convenzione con l’Abi per finanziamenti agevolati alle PMI. Questa possibilità  non fa venir meno la necessità e  la convenienza della previdenza complementare perché le pensioni pubbliche saranno sempre più basse.

Da venerdì 3 aprile 2015, è possibile chiedere l’anticipo mensile del  Trattamento di fine rapporto in busta paga: il decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 19 marzo, è finalmente entrato in vigore. Chi vorrà potrà farne richiesta da oggi in poi, ma deve valutare bene la convenienza perché poi non potrà ritornare sulla decisione fino al 30 giugno 2018 Si tratta di una norma “sperimentale“: per vedere se almeno questa misura  sarà stata utile a rilanciare consumi e l’economia. Dai risultati ottenuti il governo  deciderà se prorogare o meno questa possibilità. Ma già durante i lavori preparatori della norma, la Banca d’Italia si era  premurata di mettere le mani avanti.
Nell’audizione del 3/11/2014 il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, davanti  alle Commissioni riunite della Camera dei Deputati (Bilancio, Tesoro e Programmazione) e a quella del Bilancio del Senato dichiarò che era ragionevole supporre che chiederanno la liquidazione del TFR soprattutto i dipendenti  a più basso reddito.
Questi ultimi avranno maggiori incentivi a esercitare tale scelta anche in ragione del contenuto livello dell’aliquota marginale dell’Irpef cui sono soggetti, che rende meno costosa la liquidazione immediata del TFR”.
Circa un quarto del TFR maturato annualmente è trasferito alla previdenza integrativa. Se i lavoratori coinvolti si attendono dai fondi pensione rendimenti maggiori rispetto a quelli del TFR, come è avvenuto negli ultimi 10 anni, è probabile che siano meno propensi a richiederne la liquidazione immediata. E’ cruciale che sia  mantenuta e rispettata la temporaneità del provvedimento dal 2015 al 2018 e non si utilizzi neppure una proroga in quanto la misura solo ora può essere  motivata dalla fase congiunturale eccezionalmente avversa, ma se migliorano i dati lo scenario cambia”. Banca d’Italia dixit

. La previdenza complementare si finanzia prevalentemente col Tfr. Il Tfr in busta paga  rischia di  prosciugare questa fonte  e il non evitato aumento della tassazione dei rendimenti dei fondi pensione fa venir meno il sexy appeal del secondo pilastro pensionistico che già era poco attraente per la maggior parte dei lavoratori italiani..
Nel frattempo è stato firmata anche la convenzione con l’Abi (con la triangolazione di Ministero del Lavoro e Inps) che permetterà alle aziende di piccole dimensioni di accedere a finanziamenti agevolati per farsi anticipare la liquidità necessaria per versare l’anticipo del Tfr ai lavoratori che ne faranno richiesta. Sullo sfondo, comunque, resta la scarsa attrattiva della norma, visto che il trattamento fiscale è peggiorativo rispetto alle agevolazioni garantite al Tfr.

Dall’operazione tfr in busta paga che viene sottoposto a tassazione irpef ordinaria,  il governo spera incassare da un minimo di 1,5 miliardi di euro di Irpef fino a 5 miliardi, stimando un alto tasso di adesione ( dal 40% in poi). Secondo un vecchio sondaggio di ottobre scorso della Confesercenti invece solo il 18% dei dipendenti privati sceglierà di avere il TFR in busta paga, a fronte del 67% che invece continuerà a lasciarlo dov’è. Il 15% dei dipendenti, invece, non ha ancora deciso.
Bisognerà vedere ora che la norma è operativa quanti effettivamente aderiranno ad un’opzione o all’altra: il dato più interessante sarà  vedere quanti di coloro che già hanno destinato il proprio tfr ad una forma di previdenza complementare, cambieranno idea mettendoselo in tasca.
Il prosciugamento dell’apporto del Tfr rischia di far chiudere ogni prospettiva alla complementare e per tutelarsi nella vecchiaia bisognerà mettere nuovamente i soldi sotto il materasso, aprire un libretto  a risparmio vincolato con interessi inesistenti, ricorrere ai buoni postali, comprarsi una casa se si ha qualche disponibilità  approfittando della caduta dei prezzi: insomma tutto quel “fai da te” non professionale né vigilato che fa mettere a rischio i propri risparmi senza peraltro assicurare concrete prospettive future.
A rendere più “rosea” la situazione, a proposito delle aspettative, basta spostare lo sguardo  sulla nuova nomina all’Inps. Il neo presidente si è guadagnato i galloni per le  sue idee contro i diritti acquisiti dei pensionati andati in quiescenza con il sistema retributivo. Per Boeri in questo caso non si tratta di “benefici acquisiti”, ma di “regali acquisiti” che devono essere restituiti, come se queste pensioni fossero state delle mere liberalità come usavano fare i monarchi dell’ancien régime.
La scelta di Boeri la dice lunga sulla politica pensionistica che il governo intende attuare.
A lavori flessibili come prevede il” jobb att”,  corrisponderanno pensioni flessibili.
Già da ora è pacifico che l’anticipo del Tfr in busta paga sarà conveniente solo per i lavoratori con un reddito fino a 15 mila euro mentre subiranno un aumento fiscale quelli al di sopra di questa soglia.
Oggi il Tfr subisce un prelievo fiscale meno pesante rispetto agli stipendi. E’ soggetto a una tassazione separata, cioè all’aliquota media dell’irpef pagata dal contribuente negli ultimi 5 anni. Gli stipendi, invece, subiscono il normale prelievo dell’irpef, che è un imposta progressiva, suddivisa per scaglioni. Sui primi 15mila euro guadagnati, il contribuente paga un’imposta del 23%, che sale al 27% per la parte di reddito compresa tra 15mila e 28mila euro.
Se si supera i 28mila euro, invece, l’aliquota irpef su ogni euro in più guadagnato cresce fino al 38%. L’aliquota media applicata sul Tfr (nell’ipotesi che lo stipendio sia rimasto più o meno invariato negli ultimi anni) è molto meno elevata, cioè pari al 25% circa. Con 40mila euro lordi all’anno, si paga sempre un’aliquota irpef marginale del 38%, mentre il suo Tfr è tassato di circa il 27%. Per le due tipologie sopra esaminate, l’intero trattamento di fine rapporto liquidato sul salario verrebbe tassato al 38%, con un aggravio di 11-13 punti percentuali rispetto a chi sceglie di accantonare i soldi per la liquidazione.
Inoltre gli importi aggiuntivi mensili di tfr, come è ben precisato nella legge, non sono utili ai fini della pensione, in deroga al principio del sistema contributivo che rende pensionabile tutto ciò che entra in busta paga. D’altro canto la legge di stabilità non reca nessun miglioramento alle pensioni. Chi pensava che la perdita triennale del Tfr fosse compensata da un aumento della pensione, si sbagliava. Quindi conviene tenere il tfr accantonato. Pertanto il tasso di sostituzione atteso, cioè il rapporto fra ultimo stipendio e prima rata di pensione rimane fra il 50/60%. Da qui la necessità della complementare (rinunciare all’uovo oggi per la gallina domani)
L’aumento della tassazione sui rendimenti dal 11,5 al 20% riduce ma non annulla i benefici fiscali, perché sui rendimenti finanziari ordinari l’aliquota è del 26%. Il tfr si è sempre rivalutato meno della previdenza complementare. Nel 2014 del  solo 1.5% lordo, perché l’inflazione è stata zero,  mentre i fondi si sono rivalutati  mediamente del 7%.
Camillo Linguella

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