Il patrimonio dei fondi pensione fa gola al governo

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Nonostante tutti gli intoppi messi in campo dal governo per ostacolarne il cammino, la raccolta dei fondi pensione è aumentata anche lo scorso anno. E fanno ancora più gola a chi non sa come uscire dall’impasse della pensione a 70 anni e dalla paura che il disavanzo dell’Inps dovuto all’incorporazione dell’ex Inpdap, lo faccia collassare.

Alla fine del 2014, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari si attestavano a 130,9 miliardi di euro, il 12,4 per cento in più rispetto al 2013; esse si ragguagliavano all’8,1 per cento del PIL e al 3,3 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane.
La quota maggiore di risorse (54 miliardi di euro) è appannaggio dei fondi pensione preesistenti,  quei fondi integrativi aziendali già esistenti quando è stata introdotta la normativa per tutti. Le risorse dei fondi pensione negoziali sono cresciute del 14,9 per cento, quelle dei fondi pensione aperti del 16,6 per cento; a fine anno, le rispettive consistenze erano 39,6 miliardi e 14 miliardi di euro. I PIP hanno totalizzato 23,2 miliardi di euro, di cui 16,4 riferiti ai PIP “nuovi”; per questi ultimi, la crescita nell’anno è stata del 25,8 per cento.
L’incremento complessivo delle risorse nel 2014, circa 14,5 miliardi di euro, è stato determinato da contributi per 13 miliardi a fronte di prestazioni per 5,6 miliardi. Il saldo,  costituito da utili e plusvalenze della gestione finanziaria è di  circa 7,1 miliardi di euro.
In corso d’anno, la raccolta dei contributi è stata circa 600 milioni in più rispetto al 2013.

I fondi pensione negoziali hanno incassato contributi per 4,4 miliardi di euro, 3,8 i fondi pensione preesistenti, 3 i PIP “nuovi” e 1,4 i fondi pensione aperti; ai PIP “vecchi” sono affluiti poco più di 400 milioni di euro.
Nel corso del 2014 le prestazioni pensionistiche complementari sono aumentate di 200 milioni, arrivando a 5,6 miliardi di euro.
Se guardiano al Tfr, vediamo che quello versato alla previdenza complementare si è attestato a 5,3 miliardi di euro, una massa importante, ma non critica, rispetto agli altri importi. Per cui ipotizzare un’adesione senza tfr non sembra poi un’assurdità.
Dall’avvio della riforma nel 2007, la ripartizione delle quote annue di Tfr è rimasta pressoché costante: oltre il 55 per cento resta accantonato in azienda, circa un quinto del TFR viene annualmente versato ai fondi di previdenza complementare e il residuo viene indirizzato al Fondo di Tesoreria presso l’Inps. Su questo aspetto, finora Inps “a porte aperte” non ci ha ancora mostrato come vengono utilizzate qeuste somme. Anzi le porte rimangono ben chiuse e sbarrate!
Con la Legge 190/2014 (Legge di Stabilità 2015), il regime del TFR dei dipendenti privati è stato ulteriormente modificato: i lavoratori con un rapporto di lavoro da almeno sei mesi presso il medesimo datore di lavoro possono chiedere l’erogazione mensile delle quote di TFR maturande direttamente in busta paga (cosiddetta quota integrativa della retribuzione – Qu.I.R.). Come si ricorderà la richiesta può essere effettuata anche dai lavoratori già aderenti a una forma pensionistica complementare. In questo caso, la precedente irrevocabilità della scelta, cioè quella di versare il tfr alla complementare, non vale più.
L’opzione per il TFR in busta paga è temporanea, ma irreversibile fino al 30 giugno 2018.
Oggi i dipendenti del settore privato possono decidere di:
• far confluire il TFR a una forma di previdenza complementare con modalità tacita: se entro sei mesi dalla prima assunzione il lavoratore non ha effettuato alcuna scelta con riguardo al proprio TFR, il datore di lavoro farà confluire il TFR maturando alla forma previdenziale collettiva di riferimento per il lavoratore o, in mancanza di questa, a FONDINPS;
• far confluire il TFR a una forma di previdenza complementare con modalità esplicita: entro sei mesi dall’assunzione il lavoratore può decidere di versare il proprio TFR alla forma previdenziale da lui stesso designata; il lavoratore potrà partecipare al fondo pensione investendo, oltre al TFR maturando, anche una quota di contribuzione aggiuntiva (propria e eventualmente del datore di lavoro) che sarà interamente deducibile dal reddito complessivo entro la soglia annua di 5.164,57 euro;
• mantenere il TFR di cui all’art. 2120 del codice civile con modalità esplicita: accantonandolo presso l’azienda di appartenenza nel caso quest’ultima abbia meno di 50 dipendenti ovvero, nell’ipotesi di un numero di dipendenti pari o superiore a 50, destinandolo al Fondo di Tesoreria;

• ricevere il TFR in busta paga mensilmente con modalità esplicita

Quest’ultima  disposizione mira, da un lato, a incrementare il reddito disponibile dei lavoratori con l’obiettivo di rilanciare i consumi e favorire  la crescita economica, dall’altro, poiché elimina qualsiasi riduzione fiscale,  ad aumentarne le entrate. Ma sembra che sotto quest’aspetto la risposta non sia confortante ( per il governo).
Se l’esigenza primaria era di venire incontro alle esigenze dei lavoratori, forse si è dimenticati  di considerare che il sistema di previdenza complementare già dispone di strumenti di flessibilità che, in alcune circostanze, possono svolgere funzioni di integrazione del reddito corrente, quali le anticipazioni, per acquisto ovvero ristrutturazione della prima casa di abitazione, spese mediche e soprattutto per “ulteriori esigenze” q8uando senza dover fornire giustificazione, si può chiedere il 30% del montante accumulato,, oltretutto soggette a tassazione agevolata.
Secondo il rapporto Covip 2015, nell’ipotesi del TFR in busta paga nel triennio 2015-2018, il lavoratore subirebbe un prelievo di circa 2.100 euro, più elevato di quasi 600 euro rispetto all’ipotesi di usufruire di un anticipo del TFR accantonato in azienda e di 700 euro nel caso di ricorso a un’anticipazione sul montante presso un fondo pensione.
Alla fine del 2014 il patrimonio era per il 62,4 per cento costituito da titoli di debito, un punto percentuale in più rispetto al 2013; circa i quattro quinti delle obbligazioni totali era impiegato in titoli di Stato. Le azioni sono salite dal 16,1 al 16,6 per cento mentre sono rimaste stabili al 12,6 per cento le quote di OICR ( Organismi di Investimento Collettivi di Risparmio.
Nel complesso, gli impieghi diretti in titoli italiani ammontavano alla fine del 2014 a 30,3 miliardi di euro, il 30,6 per cento del totale; di questi, solo 2,6 affluisce alle imprese italiane sotto forma di quote del capitale di rischio e di debito: 1,8 miliardi si riferisce a titoli di debito e 805 milioni a titoli di capitale. Quasi la totalità di tali investimenti è costituita da titoli quotati in borsa.
E’ chiaro che il contributo dei fondi pensione alla copertura del fabbisogno finanziario delle imprese italiane è molto limitato, per cui da tempo ci si sta arrovellando come aumentarlo.
Ma sono molti i  fattori che hanno frenato l’investimento in imprese italiane, soprattutto quelle non quotate: la difficoltà di valorizzazione e la scarsa liquidabilità degli strumenti finanziari non quotati; la contabilità a valori di mercato che enfatizza l’impatto sui bilanci della variabilità dei corsi degli strumenti finanziari; l’avversione al rischio dei consigli di amministrazione, che devono rispondere ai propri iscritti e non a fumoserie come “investimenti nell’economia reale”, come se gli investimenti finora effettuati fossero stati fatti in una non meglio precisata “economia irreale”. Ma fra le chiacchiere ed i fatti, spesso in mezzo c’è il mare.  Infatti il decreto sul credito d’imposta accordato ai fondi pensione che investono in Italia, annunciato da mesi, non è stato ancora pubblicato sulla G.U.
Camillo Linguella

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