Con la complementare la pensione è flessibile e indolore

Scritto il alle 08:41 da clinguella@finanza
la dea Previdenza

la dea Previdenza

A quasi 4 anni dalla riforma Fornero e al quasi definitivo superamento del problema degli esodati, gli italiani non si sono ancora rassegnati all’idea di dover rimanere in servizio fino a 67 anni.  Il classico specchietto per le allodole del reale limite di età cui si arriverà con una delle prossime riforme, cioè 70 anni.
Questa è l’amara realtà, altro che la flessibilità in uscita di cui tutti parlano e che dovrebbe essere resa possibile con la prossima legge di stabilità.
Grosso modo abbiamo due categorie di lavoratori, una volta si sarebbero identificati come stipendiati e come salariati. I primi,  i colleti bianchi dietro le loro tiepide scrivanie si usurano di meno, i secondi, che lavorano in fabbrica, per strada, e oltre al cervello devono adoperare braccia e muscoli sono soggetti ad una usura fisica più marcata. Per questi il limite dei 67 è oggettivamente un po’ altino.Non possono avere gli stessi limiti di età per il pensionamento. Ciò a prescindere dai lavori usuranti veri e propri che hanno una loro particolare tutela previdenziale.
Sull’argomento, attualmente abbiamo, per rimanere nello stretto perimetro dell’ambito governativo,  tre diverse posizioni, una del presidente della Commissione Lavoro Cesare Damiano, una del ministro  dell’economia  Carlo Padoan ed un’altra del ministro del lavoro Giuliano Poletti. Tutti e tre tutto sommato possibilisti nel concedere qualche change di pensionamento anticipato ai 62enni. Si parla di quota cento, di penalizzazioni fino all’8% ecc.
Poi c’è una quarta posizione quella del presidente dell’Inps Boeri che è fieramente contrario perché secondo lui l’operazione costerebbe più di 10 miliardi di euro. A meno che non si realizzasse la sua idea fissa, che è quella di trasformare tutte le pensioni in essere con il metodo retributivo a quello contributivo.
Io sono del parere che la flessibilità deve essere data senza alcuna penalizzazione aggiuntiva, in quanto già oggi i coefficienti di trasformazione sono calcolati in base  all’età posseduta al pensionamento.

Per avere un’idea grossolana della propria pensione e dell’irrilevanza del momento in cui si decide di andare in pensione, oggi è sufficiente consultare la famosa “busta arancione” oppure  basta fare i conti della serva. Non c’è bisogno di essere un genio matematico.

Se in 20 anni si è percepito una retribuzione media di 25.000 euro, per ogni anno si è messo da parte il 33%,  8250 euro. Alla fine  dei 20 anni si è accumulato un capitale pari a 165.000. Con rivalutazioni varie il montante arriva, poniamo a 190.000 euro.
Se si vuole andare in pensione a 67 anni, con una , la pensione dovrebbe essere pagata per 16 anni. 190.000/16 =  11.875 pensione annua. Diviso 13 = 913 pensione mensile. Quest’importo è superiore a quello minimo stabilito dalla Fornero, 1,5 l’assegno sociale. L’importo dell’assegno sociale nel 2015 è pari ad euro 448.51, quindi il minimo pari 1.5 = 672.
Se invece decide di andare in pensione a 62 anni, il suo montante è sempre grosso modo 180.000 con qual cosina in meno.  Però si allunga il tempo di riscossione della pensione che da 16 anni passa a 21.
I nuovi calcoli sono i seguenti 190.000/21 = 9047 pensione annua, diviso 13 = 695 pensione mensile. Anche in questo caso siamo di fronte ad un importo che è superiore ad una volta e mezzo l’assegno sociale.
Per avere un riscontro,  calcoliamo la pensione con i vigenti coefficienti di trasformazione, la pensione a 62 anni risulta essere più generosa.  Il montante contributivo di 190.000 per il coefficiente relativo a 62 anni ( 4,94) dà una pensione mensile di 722 euro, mentre a 67 anni con il coefficiente di 5,83 la pensione ammonta 852 euro. Quindi le cosiddette penalizzazioni per le uscite anticipate in realtà avvicinano il risultato ufficiale di 722 euro a quello reale di 695 euro mensili.
Come si vede gli importi fra 62 e 67 anni di età  variano in aumento, ma non in maniera tale da assicurare  quell’adeguato  tenore di vita che vuole la norma Costituzionale ( art. 38).
Lo Stato al momento non sembra di essere in condizione di poter fare alcuna elargizione migliorativa sulle pensioni, per non rischiare le ire della Comunità Europea che già si è messa a strillare. Secondo la BCE, le previsioni di un calo dei futuri pensionamenti non possono essere interpretate come un motivo valido  che consente di ridurre i requisiti di età previsti dalla Fornero. Pena aprire un buco miliardario oltre ai 10 quantificati da  Boeri che andrebbe ad aggiungersi al passivo dell’Inps, che secondo la relazione della commissione economico-finanziaria dell’istituto, resa nota nei giorni scorsi dal Corriere della Sera, sul periodo 2014-2023, è destinato a salire a 56,5 miliardi. Ma di questo ci ha colpa l’Inpdap mica i pensionati
E’ illuminante quindi come  il decreto legge sulla restituzione della mancata perequazione  spende solo 2,2 miliardi rispetto ai 19 previsti.

A questo punto  ognuno si industria a trovare delle proprie soluzioni individuali.
Le statistiche ci informano che gli italiani vogliono andare in pensione prima e comunque non oltre i 65 anni. L’ultima rilevazione in ordine di tempo è un sondaggio condotto da Gfk Eurisko per Assoreti . Il  74% vuole andare in pensione prima, anche a costo di incassare assegni più bassi mentre solo il 26% preferisce applicare la legge Fornero senza ritirarsi prima del termine ma con una pensione più adeguata.
Il 33% degli intervistati dichiara di avere idee chiare sull’ammontare della pensione futura. Solo il 20% pensa alla  previdenza integrativa come possibile soluzione del proprio problema previdenziale.
Le  possibili vie di scampo sono poche. O si investono in proprio i risparmi, comprando titoli a tasso quasi zero, oppure si comprano i buoni postali oppure, come hanno fatto il 29% degli italiani, ci si rivolge alla previdenza complementare.
Infatti con questo strumento, in un arco temporale uguale a quello per maturare la pensione di vecchiaia, 20 anni, con le quote del tfr ed rendimenti finanziari che al momento sono all’incirca del 7%, un rendimento cioè che non da più nessuno, si può maturare una rendita aggiuntiva che può sfiorare persino l’importo della pensione pubblica.
E’ auspicabile quindi che fra i giovani maturi la consapevolezza che appena riescono ad entrare nel mondo del lavoro, è necessario pianificare il proprio futuro pensionistico e non ricordarsi all’ultimo momento. In questo caso con la pensione “minima” Inps e la rendita previdenziale si può guardare la vecchiaia senza eccessivi turbamenti.
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 19 giugno 2015 at 19:31

Più che sono al 7% direi SONO STATI al 7% nello scorso anno.. quest’anno vediamo… non sempre è domenica!
Comunque speriamo che duri.. per tutti!!!!

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