La portabilità selvaggia non porta nuove iscrizioni

Scritto il alle 08:06 da clinguella@finanza

Il disegno di legge sulla concorrenza assegna alla previdenza complementare un ruolo di sostegno al reddito ante pensioni Inps e con la trasferibilità da un fondo ad un’altra forma di previdenza si dà un assist in favore di banche ed assicurazioni a scapito dei fondi di categoria. Che non hanno scopo di lucro.

Martedì 30 giugno 2015, presso l’aula della VI° Commissione Finanze della Camera dei deputati si è svolta l’audizione informale del Presidente facente funzioni della COVIP Francesco Massicci nell’ambito dell’istruttoria legislativa sul Disegno di legge C. 3012 “Legge annuale per il mercato e la concorrenza”.
Il disegno di legge, prevede, fra l’altro, misure per favorire una maggiore concorrenza tra fondi pensione con  la totale  portabilità del contributo datoriale, il riscatto della posizione accumulata anche nelle forme individuali, l’ampliamento  di chi può iscriversi ai fondi negoziali anche al di là della categoria di riferimento, la possibilità di anticipo delle prestazioni pensionistiche in caso di inoccupazione.
Specie in quest’ultimo caso, come è evidente, la previdenza complementare è chiamata a svolgere un compito in più rispetto a quello originariamente previsto, ma già presente nel decreto legislativo 124/93, tutt’ora valido per gli statali, la pensione anticipata.
Come si ricorderà, nella  prima fase delle riforme pensionistiche, queste  hanno interessato in modo particolarmente incisivo soprattutto le modalità di calcolo delle pensioni.
I successivi interventi di riforma sono stati invece prevalentemente volti all’elevazione dei requisiti per andare in  pensione. In particolare, la riforma del governo Monti del 2011 è intervenuta in modo pesante con un consistente incremento dell’età pensionabile.
In tale contesto, la previdenza complementare, oltre a mantenere la funzione originaria di un’integrazione pensionistica,  può fornire una risposta ai mutati bisogni sociali, cui difficilmente, date le attuali condizioni di  finanza pubblica, si può dare adeguata risposta. Tenuto anche conto dello sviluppo del mercato del lavoro e delle situazioni che si possono verificare per la perdita del lavoro in età avanzata, ma non ancora sufficiente per avere la pensione dall’Inps , il disegno di legge in discussione, riesumando una norma contenuta nel decreto legislativo 124/93 e ancora valido per gli statali,  prevede la possibilità di aggirare il pensionamento flessibile consentendo invece, l’anticipo della pensione complementare.  L’intenzione è quella di far percepire a coloro che si ritrovano senza lavoro  e senza l’età anagrafica richiesta dalla Fornero, di un reddito sino al momento della pensione di base, attenuandone le difficoltà. Un’idea risibile, in quanto la rendita della complementare ha una validità se può aggiungersi alla pensione obbligatoria, ma da sola non serve assolutamente a niente. Una cosa è una rendita di 250/350 euro che si aggiunge ad una pensione di 800/1000 euro, un’altra cosa è la rendita da sola senza altro sostegno.
Invece di agire per “spizzichi e bocconi”, ci vuole una rivisitazione della complementare. Un eventuale intervento organico dovrebbe tenere conto di due fondamentali esigenze.
Da un lato, quella di promuovere lo sviluppo delle adesioni, soprattutto per quelle categorie (giovani, lavoratori autonomi) che sinora hanno tardato ad avvicinarsi alla previdenza complementare.  Ciò, anche in ragione delle caratteristiche del mercato del lavoro, dei lavori temporanei, con conseguenti interruzioni dei versamenti contributivi. Dall’altro, quella di favorire un ulteriore miglioramento del sistema dei fondi pensione. Nel nostro sistema di previdenza complementare opera una pluralità di forme pensionistiche, talune promosse dalla contrattazione collettiva (fondi pensione negoziali e fondi pensione preesistenti), altre istituite da soggetti di mercato, quali società di assicurazione, banche, società di gestione del risparmio, società di intermediazione mobiliare (fondi pensione aperti e piani individuali pensionistici di tipo assicurativo – PIP).
L’adesione sempre su base volontaria può essere di tipo collettive e adesioni individuali.
Le prime avvengono sulla base di accordi collettivi, che, per coloro che decidono di aderire, prevedono anche un contributo a carico del datore di lavoro e individua la forma pensionistica di destinazione, che può essere un fondo negoziale, un fondo preesistente o un fondo aperto. Le seconde derivano, invece, dalla sola scelta del lavoratore, che può liberamente destinare il TFR maturando, se lavoratore dipendente, e la propria contribuzione, nella misura ritenuta più opportuna, ad un fondo pensione aperto o ad un PIP. In tal caso, non trovando applicazione accordi collettivi, per il datore di lavoro non consegue automaticamente l’obbligo di versare una contribuzione a proprio carico. E’ comunque fatta salva la facoltà del datore di lavoro di versare la propria contribuzione alla forma individuale prescelta dal lavoratore, perché la legge non lo vieta.
Tuttavia, nella gran parte dei casi, l’adesione ai Pip avviene senza beneficiare del contributo del datore di lavoro.
Per valutare meglio quale sia lo stato effettivo della concorrenza nel settore basta guardare l’andamento della raccolta delle adesioni, e ci accorgiamo che l’attuale sistema non ha  costituito un ostacolo allo sviluppo delle adesioni individuali a fondi aperti e PIP. Dall’avvio della riforma del 2005, i PIP hanno raccolto circa il 60 per cento delle nuove iscrizioni.
Pur  non beneficiando del contributo datoriale, l’attuale assetto normativo non ha dunque impedito ai PIP di iscrivere tanto lavoratori autonomi quanto lavoratori dipendenti.
Per cui   la disposizione  che il Disegno di legge volta ad agevolare il trasferimento delle posizioni individuali di previdenza compresa  la portabilità del  contributo del datore di lavoro, mina a danneggiare i fondi pensione
I  termini della questione sono noti da tempo, essendo stati al centro di un lungo confronto fra tutte le parti interessate, già in sede di definizione dello stesso Decreto legislativo 252/2005. Per la Covip “Appare opportuno richiamare la natura sociale, costituzionalmente riconosciuta, del risparmio previdenziale, al quale gli iscritti destinano anche importanti quote della propria retribuzione per conseguire adeguate prestazioni in vecchiaia.
La contrattazione collettiva assume un rilievo centrale nell’istituzione dei fondi pensione e nel consentirne l’avvio, nel garantirne l’equilibrio nella composizione degli organi di governo, nel definirne i flussi di contribuzione. La disposizione che consente il trasferimento delle posizioni di soggetti già iscritti alla previdenza complementare , non avrà nessun effetto sul rilancio delle adesioni, obiettivo irrinunciabile per costruire un sistema pensionistico realmente basato su due pilastri, come auspicato anche in sede OCSE.  Avrà l’effetto da parte delle imprese commerciali, di accaparrarsi  di quei soggetti che già sono iscritti, sguinzagliando i loro remunerati venditori di polizze.
Per aumentare le adesioni è necessario percorrere altre strade. La contrattazione collettiva può svolgere un ruolo essenziale, come dimostra la recente, innovativa esperienza del settore edile. Infatti, a partire da gennaio di quest’anno, è stato introdotto un meccanismo di adesione automatica di tipo contrattuale che prevede il coinvolgimento, mediante il versamento del contributo datoriale, di tutti i lavoratori dipendenti del settore, per una platea di riferimento pari a circa 500.000 unità. Nei primi tre mesi dell’anno in corso, le adesioni al fondo di settore sono salite da 39.000 a 182.000 unità con un tasso di adesione del 40 per cento; in questi mesi, è in corso di completamento la copertura dell’intera platea.
Non si dimentichi che la possibilità di  trasferibilità delle posizioni di previdenza complementare  praticamente in qualsiasi momento, potrà determinare un effetto canguro, per cui un iscritto, allettato da successive offerte  sempre più allettanti, salterà da un fondo all’altro senza conseguire nessun apprezzabile miglior rendimento ed  impedirà  l’adozione di politiche di investimento per il  lungo termine, le uniche che possono veramente rilanciare la nostra economia..
In ogni caso queste disposizioni che si vogliono introdurre, dovranno essere accompagnate da interventi che aumentano  ulteriormente la trasparenza. Il lavoratore deve essere cosciente di quello che fa quando decide di passare da un fondo pensione ad una società bancaria per esempio. Il delegato sindacale o l’ufficio del personale di un’azienda non hanno nessun interesse se non quello di indirizzare il lavoratore. Il venditore di polizze mira, ed anche legittimamente, al suo guadagno. La consapevolezza nelle scelte dei lavoratori è un elemento cruciale nel contesto di sistemi complementari a contribuzione definita perchè il rischio è posto a carico degli aderenti.

Camillo Linguella

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1 commento Commenta
prospero.moirano
Scritto il 7 luglio 2015 at 09:26

Ma qual’è il vantaggio a favore degli iscritti e del sistema?
1) Rilancio delle adesioni favorendo la portabilità del contributo datoriale.
L’obiettivo è chiaro, non si vogliono aumentare le adesioni, ma solo spostarle dai Fondi collettivi, in cui il 95% dei dipendenti sono già iscritti al Fondo istituito dalla propria Azienda, ad altre forme di previdenza (che probabilmente stanno a cuore ai promotori della proposta). Peraltro i Fondi istituiti dalla propria Azienda, nella maggior parte dei casi, sono da questa finanziati per cui gli aderenti non sopportano alcun costo.
2) Maggiore concorrenza tra fondi pensione.
Si ipotizzano soglie minime di “sopravvivenza”: circolano indicazioni per cui saranno invitati a unirsi i fondi con meno di 5/600 milioni di euro di patrimonio e/o almeno 100mila aderenti: sono solo 11 i fondi pensione di queste dimensioni, per cui, dov’è la concorrenza?
3)Pensionamento flessibile consentendo, l’anticipo della pensione complementare.
Ma chi ha proposto questo disegno di legge, come può pensare che un lavoratore che lascia il posto di lavoro con 10 anni di anticipo (es. a 58 anni) possa arrivare ai 67-70 anni (epoca nella quale forse riceverà la pensione INPS) con una rendita di massimo 200,00 euro mensili lorde al mese?

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