Il falso mantra della assistenza che soffoca le pensioni

Scritto il alle 08:44 da clinguella@finanza
Sala della Regina - Montecitorio

Sala della Regina – Montecitorio

Accanto ai compiti tradizionali di uno Stato, come quello della Giustizia, delle Finanze, della Difesa, ecc, c’è in tutte le società, anche quelle meno sviluppate economicamente, il compito di assicurare il welfare ai propri cittadini, cioè di assicurare il loro benessere dal punto di vista psicofisico e quello economico.
La soddisfazione dei bisogni pubblici richiede l’utilizzo di enormi risorse. Ordinariamente le spese sono a carico di tutta la collettività nel suo complesso, cittadini e residenti, a volte sono a carico dei singoli richiedenti di una specifica prestazione.
Quando si spende più di quanto si incassa, si corre ai ripari. E’ il caso delle pensioni. Si spende ( si spenderebbe) troppo per esse. Il 15% del Pil. Secondo alcuni il dato è falsato dalla inclusione in questa percentuale delle spese per l’assistenza. Se quindi si avessero due indicatori distinti, si vedrebbe che la spesa previdenziale è perfettamente compatibile col bilancio nazionale e con i parametri europei. Anzi andrebbe perfino al di sotto. Per cui si può migliorare le pensioni. Uno dei più convint8i assertori di questa teoria è il neo segretario generale della Uil, Barbagallo.
Secondo il rapporto Boeri illustrato il giorno otto luglio 2015 nella Sala della Regina – Camera dei deputati, le uscite per prestazioni istituzionali per l’anno 2014 ammontano a 303,4 miliardi di euro di cui 268,8 miliardi per prestazioni pensionistiche e 34,6 miliardi per prestazioni economiche aventi carattere temporaneo.
Nel rapporto sulla Spesa Previdenziale,  presentato nella stessa sala dal prof Brambilla il 15 aprile 2015,  la spesa pensionistica complessiva (al netto della quota GIAS  – le spese di interventi  assistenziali e di sostegno al reddito – pari a 33,292 miliardi di euro) ha raggiunto l’importo di 214.567 milioni di euro.
Se non nelle cifre assolute, in quelle percentuali e tendenziali le due rilevazioni e trend percentualistiche si equivalgono. Anche perché nell’aulica sala parlamentare dove sono state svolge queste prolusioni mica si può parlare a vanvera.
La poca incidenza delle prestazioni assistenziali su quella della spesa previdenziale contributiva, affievolisce un po’ il mantra, coevo alla prima riforma Amato del 1992, secondo il quale, separando la previdenza dall’assistenza,  le pensioni tornano in attivo.

Allora non c’era neppure stata la sciagurata fusione dell’Inpdap con l’Inps i cui guasti si riverbereranno per molti anni ancora a venire.
Delucidiamo un attimo i concetti:
 Assistenza: aiuto prestato a qualcuno che ne ha bisogno – oneri a carico della fiscalità generale;
Previdenza: anticipare i casi futuri e provvedervi opportunamente – oneri a carico dei diretti interessati, dipendenti e datori di lavoro.
Questi due elementi hanno caratterizzato tutta l’evoluzione e lo sviluppo della sicurezza sociale. Da una parte c’era,  e c’è,  una corrente di pensiero legata ai dissolti partiti di massa ed alle superstiti organizzazioni sindacali che affermano essere compito dello Stato aiutare i cittadini rispetto al bisogno economico, dall’altra parte si sosteneva  e si sostiene che lo Stato nulla doveva o poteva per  costruire le protezioni al lavoratore per metterlo al riparo dai rischi correlati allo svolgimento della sua attività lavorativa e che a ciò vi dovesse provvedere  direttamente il soggetto interessato.
Nell’evoluzione del sistema di protezione sociale, i due elementi  di assistenza e previdenza non si sono eliminati  a vicenda, ma si sono combinati in proporzioni diverse, ora con la prevalenza dell’uno, ora con la prevalenza dell’altro.
La nostra Costituzione le ha assunti  entrambi disciplinandoli in un unico articolo e non in due articoli separati e specifici, come si evince dal comma 1  e 2 dell’art 38.

Art. 38.
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera.”

Nel nostro sistema (non è così in altri Paesi tra cui la Germania) le prestazioni previdenziali, tranne quelle di natura assistenziale, sono assoggettate a tassazione ordinaria anche perché nella fase di contribuzione i contributi versati all’Inps sono deducibili dalle imposte. Pertanto, nel calcolare la spesa pere il pagamento delle pensioni,  occorre fare attenzione perché è al lordo del carico fiscale.
Nel 2013 l’Irpef e le addizionali comunali e regionali hanno sottratto circa 43 miliardi di euro ai pensionati. Poiché le tasse sono una partita di giro in quanto il pensionato riscuote solo il netto, secondo il rapporto Brambilla, nel 2013 il vero esborso per lo Stato non è stato di 247,86 miliardi ma di circa 205 miliardi. La spesa effettiva per pensioni al netto delle tasse e  al netto dei 33,4 miliardi della GIAS, riduce il rapporto spesa/PIL  di tre punti passando dal 12,8% al 10,7%, ampiamente in linea con i Paesi UE.
In tema fiscale, vale la pena di osservare che 8.558.195 prestazioni pensionistiche di natura assistenziale (integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali, assegni e pensioni sociali, pensioni di invalidità e di guerra), in totale quasi il 52% dei pensionati, sono esenti dal pagamento dell’Irpef. Pertanto è plausibile stimare che circa il 50% dell’IRPEF totale sulle pensioni gravi sui 2.616.635 pensionati con importi medi superiori a 28.556 euro lordi l’anno.
Invece di pensare solo alla separazione dell’assistenza dalla previdenza o al pentalogo  proposto da Boeri con i famosi 5 punti, non bisogna mai dimenticare che il sistema pensionistico italiano finanziariamente si basa sul cosiddetto metodo “ a ripartizione”. Cioè le singole pensioni vengono determinate in base ai contributi idealmente accumulati da ciascuno di noi in una sorte di conto corrente virtuale, ma i pagamenti poi sono fatti in base ai contributi riscossi. Meno contributi si riscuotono, più i pensionati devono stringere la cinghia perché diminuiscono le risorse per i pagamenti. Ordinariamente ciò si verifica quando l’occupazione è in calo. Meno occupati, meno contributi e quindi pensioni più basse. Paradossalmente questa volta è l’aumento dell’occupazione a impensierire l’Inps. Infatti il Jobs  Act, la legge sui lavori, prevede una esenzione dei contributi previdenziali per 3 anni. Che, è stato calcolato, provocherà un ammanco di circa 10 miliardi di euro nei conti Inps,  che è lo stesso importo che sarebbe necessario, sempre  a detta di Boeri, per introdurre il pensionamento flessibile dai 62 anni in poi. A questo  si deve aggiungere il disastroso disavanzo causato dall’impatto con l’asteroide Inpdap.
Altro che separazione dell’assistenza dalla previdenza.

Camillo Linguella

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