Gli italiani si tengono il tfr per la vecchiaia

Scritto il alle 08:42 da clinguella@finanza

Pensioni out – Esodati e donne al palo
Le pensioni escono dall’agenda del governo, almeno fino a questo momento. L’incontro di ieri del sottosegretario Baretta con i rappresentanti sindacali e del Comitato Donna non ha prodotto nessun risultato soddisfacente. Anzi proprio nessun risultato. Eppure si trattava per gli esodati, dopo le 6 salvaguardie fatte di qualcosa di residuale. Lavoratori che dal 2011 sono rimasti senza lavoro e, per effetto dei nuovi limiti di età della Fornero, senza pensione. Invece per l’opzione donna è la possibilità per le donne di poter andare in pensione anche per il 2015 qualche anno prima, per poter “godersi i nipotini” come aveva affermato il capo del governo, rinunciando al 20/30% della pensione. I soldi che pure c’erano sono scomparsi, serviti per altri scopi. Fra gli interessati la rabbia e la delusione è alta, per cui è prevedibile che si continuerà a insistere su questo tasto. Anche perché in tema di previdenza il governo già si è fatto carico dei contributi previdenziali per chi assume con il jobs act e sa benissimo che se vengono eliminati o ridotti, si sgonfia uno degli assi portanti della sua “vetrina” di successi.
Dopo l’inefficacia del bonus degli 80 euro,    vanamente rivalutati adesso dall’house organ“ lavoce.info” si è aggiunto il fallimento del tfr in busta paga che avrebbe dovuto costituire un altro tassello di rilancio dei consumi.
Quando fu avanzata l’idea, riprendendo una vecchia proposta della lega Nord all’epoca di  Bossi,  che fu subito preso per pazzo,  si fece  notare come l’ operazione avrebbe causato, se andata in porto, un ennesimo colpo per la vecchiaia dei lavoratori dipendenti. Messi da parte i vecchi ragionamenti,  fu replicato con un’affermazione di carattere diciamo così ontologica ed un’altra più specifica.
Si dichiarò in primis con voce stentorea  ( dichiarazione ontologica) che era ora di finirla con lo “Stato mamma” che pensa a tutto. I figli cresciuti con capacità di discernimento avrebbero fatto la cosa più consona alle loro necessità. Poi si aggiunse che l’istituto del trattamento di fine rapporto era un’istituzione esistente solo in Italia, ignorando di aggiungere ulteriormente che negli altri paesi al suo posto, da sempre c’è la previdenza complementare.
Il Governo aveva ipotizzato, non si sa in base a quali elementi, – nella sua relazione tecnica sulla legge di stabilità 2015 – che il “Tfr” in busta-paga avrebbe potuto interessare il 40-50% dei sette milioni di lavoratori dipendenti”.
Questo Tfr , tassato con aliquote ordinarie avrebbero assicurato al fisco un gettito ulteriore di 4/5 milioni di euro.

Purtroppo la cosa non è andata così: Stato mamma o meno e gli italiani sono un popolo di mammoni, si sono dimostrati più accorti e lungimiranti dei propri governanti. Fosse sempre cosi!
Da una ricerca condotta dai Consulenti del Lavoro, su un campione di circa un milione di dipendenti, ad agosto, passati quindi cinque mesi dall’entrata in vigore della norma (3 aprile), la scelta di liquidare il Tfr maturando in busta paga è stata effettuata solo da 8.420 lavoratori, ossia lo 0,83%, altro che due, tre, quattro milioni enfaticamente ipotizzati. Viene da chiedersi chi ha fatto queste previsioni se sta ancora al suo posto o lo hanno inviato a raccogliere fiorellini sui prati. La grande maggioranza dei lavoratori che non hanno effettuato questa scelta ritiene che la tassazione ordinaria sia troppo penalizzante (il 62%).
Alla Giornata Nazionale della Previdenza tenutasi lo scorso maggio a Napoli, un sondaggio “casereccio”, quindi con nessun crisma delle rilevazioni fatte da istituti specializzati, da me condotto informalmente fra i partecipanti all’iniziativa, emerse con netta chiarezza che pochissimi pensavano di approfittare della ulteriore possibilità loro offerta. Eppure gli interpellati erano per la maggior parte napoletani, afflitti cronicamente, si dice, dall’auri sacra fames (infame desiderio dell’oro).
I ragionamenti sono stati diversi, ma univoci nelle conclusioni che è meglio tenersi da parte qualcosa per la vecchiaia e per le spese impreviste o di un certo spessore come l’acquisto della casa.
Infatti cresce la domanda delle anticipazioni, ovvero la possibilità di chiedere al datore di lavoro, in presenza di almeno 8 anni di anzianità, fino al 70% del Tfr maturato per l’acquisto, la ristrutturazione della casa o per spese sanitarie. Nei primi 8 mesi del 2015 – segnalano i consulenti – il numero delle richieste di anticipazione è cresciuto del 26,6% passando da 202.140 a 256.044 (comprensivo delle quote chieste in anticipo ai fondi pensione).
Poi c’è da fare un’ altra considerazione. Com’è che si privilegia il tfr e non la previdenza aggiuntiva che prevede anch’essa la possibilità molto più ampia di chiedere un’anticipazione?

Secondo quanto comunicato dall’Istat, l’indice dei prezzi al consumo (base 2010 = 100) per agosto 2015 c’è stato un aumento pari allo 0,2% con una diminuzione dello 0,1% rispetto all’anno precedente. Pertanto se raffrontiamo questo dato con i rendimenti dei fondi pensione mediamente tutti attorno al 5% vediamo come la previdenza complementare è sempre più favorevole.
Il perché non aumenta il numero delle adesioni è stato già più volte spiegato da apposite rilevazioni statistiche. Che ora confermano la persistente diffidenza di fondo. Resi insicuri dall’andamento delle borse, dalle crisi finanziarie, unite alla scarsa conoscenza dei meccanismi che regolano i mercati, i dipendenti preferiscono tenersi al sicuro quei pochi euro messi faticosamente da parte che è l’unica risorsa concreta a disposizione di chi vuole vivere dignitosamente dopo il lavoro. E non è un desiderio da folli. In un paese normale dovrebbe essere addirittura ovvio e senza patemi.
Camillo Linguella

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