I sindacati convocano gli stati generali

Scritto il alle 08:21 da [email protected]

Boeri annichilisce sulle future pensioni ed anche l’Istat non è da meno. Occorre un rilancio generalizzato sulla previdenza complementare ed una riforma dell’ultima riforma delle pensioni.

I sindacati, nell’ambito della vertenza sulle pensioni, hanno convocato gli Stati Generali sulla previdenza complementare che si sono tenuti a Roma il 2 dicembre 2015. Per chi se lo ricorda senza scomodare Wikipedia, gli Stati Generali in Francia era l’assemblea generale dei rappresentanti dei 3 ordini o Stati (clero, nobiltà e ‘terzo Stato’, ossia la borghesia) che dette il via alla Rivoluzione. Gli Stati generali elaboravano i famosi cahiers de doléances, quei quaderni nei quali erano scritte e poi  avanzate le lamentele e le richieste di rimedio.
Evidentemente l’allocuzione scelta è un richiamo a qualcosa di forte ed improcrastinabile.
Per una pure coincidenza cronologica la convocazione degli stati generali delle organizzazioni sindacali confederali è caduta all’indomani della presentazione del rapporto Ocse sullo stato delle pensioni nei paesi occidentali dove il presidente dell’Inps Boeri ha approfittato dell’occasione per lanciare ancora una volta le sue bordate che disegnando scenari paurosi per il domani.  La sua previsione che i nati dal 1980 andranno in pensione a 70 anni di età con assegni ridotti almeno del 25%, prepara il terreno perché siano ridotte tutte le pensioni in essere superiori a 1500/2000 euro mensili.
Posizioni che riceve molti applausi fra i settori “liberal” illuminati. Uno per tutti Massimo Gramellini della Stampa, che essendo iscritto all’Inpgi, non soffrirà questa iattura pensionistica. Il Gramellini enfatico dichiara :” Il presidente dell’Inps Tito Boeri è diretto, sincero e poco maneggione. Durerà poco.”
Poi c’è la dichiarazione rituale del ministro del lavoro Poletti, sempre più insidiato dal nostro che esclama:Parto dal presupposto che il presidente Boeri quando fa queste dichiarazioni abbia fatto tutte le valutazioni del caso, a partire dai dati a sua disposizione. Quindi presumo che abbia ragione. Non ho alcuna intenzione né di smentire né di confermare». Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti interviene all’indomani dell’allarme del presidente dell’Inps, Tito Boeri, a proposito dei trentenni che potranno andare in pensione a 75 anni e, seppur indirettamente, conferma la “beffa”.
Come un movimento sincrono il giorno 3 dicembre interviene l’Istat a dire la sua. L’Istat nel suo studio “Trattamenti pensionistici e beneficiari” riferito al 2014 rileva che l’incidenza sul Pil è cresciuta di 0,2 punti dal 16,97% al 17,7%. A fronte dello 0,1% dei pensionati che prendono 10.000 euro mensili, il 40,3% percepisce una pensione inferiore a 1.000 euro al mese, un ulteriore 39,1% tra 1.000 e 2.000 euro; il 14,4% riceve tra 2.000 e 3.000 euro mentre la quota di chi supera i 3.000 euro mensili è pari al 6,1%.
Una ridda di numeri e scenari  da far rimanere sconcertati gli animi più saldi. In questa  cacofonica trattazione di un tema così importante per la vecchiaia della gente, bisognerebbe essere più cauti e pacati.
Una cosa è certa che le pensioni future saranno basse ed ecco allora che il convegno sugli “Stati Generali della previdenza complementare” acquista una sua centralità.
Il modello di previdenza complementare italiano è uno dei frutti migliori delle relazioni industriali degli ultimi decenni. Questo modello ha retto alla più grande crisi dei mercati finanziari degli ultimi ottant’anni. Basta un solo dato per constatare l’efficacia del sistema: dal 1993 a oggi il rendimento medio dei Fondi Pensione è stato nettamente superiore a quello del TFR.
Il TFR maturato e lasciato in azienda da un lavoratore in venti anni da 58.000 euro è diventato 75.749, lo stesso TFR destinato invece al Fondo Pensione di categoria è diventato 103.134 per effetto dei rendimenti ottenuti. Senza contare che la tassazione finale è poi molto più favorevole per la previdenza complementare, con un’aliquota del 15% ulteriormente riducibile fino al 9%, rispetto a quella gravante sul TFR che è mediamente del 23%. Intorno alla previdenza complementare girano molti apprendisti stregoni che non sanno di cosa parlano – e può accadere anche ad accademici o presunti tali – o sono, a noi pare più probabile, in completa malafede.
Bisogna invece riprendere una campagna di informazione e comunicazione che raggiunga in modo capillare tutte le fasce di popolazione mettendo ogni lavoratore nella migliore condizione per poter scegliere il proprio futuro previdenziale.
INCREMENTARE LE ADESIONI PER VIA CONTRATTUALE
Secondo Domenico Proietti l’adesione alla previdenza complementare deve rimanere libera e volontaria ma va aumentata anche per via contrattuale. Molto importante è stata, ad esempio, l’adesione generalizzata alla previdenza complementare contenuta nell’ultimo Contratto Nazionale di Lavoro Edili-Industria e Cooperative. I contratti, infatti, prevedono l’apertura di una posizione previdenziale nei fondi versando una quota stabilita per ogni dipendente al relativo fondo pensione negoziale, rimane poi ferma la libera facoltà del lavoratore di aderire al fondo con le modalità previste dalla normativa vigente. Si deve proporre l’estensione di questa prassi a tutti i comparti contrattuali.
Nel settore chimico-farmaceutico le parti hanno raggiunto un’intesa che prevede una erogazione da parte aziendale: +0,25 (8 euro) su “Fonchim” (previdenza integrativa).
Un ulteriore esempio di innovazione proiettata al rilancio delle adesioni è quello del fondo Prevedi che dal settembre 2010 permette l’iscrizione al Fondo anche in assenza di TFR e solo con il proprio contributo e quello aggiuntivo del datore di lavoro.
Si devono promuovere le aggregazioni tra fondi di dimensioni ridotte e tra quelli con contratti di settori affini.
Inizialmente quella di creare un Fondo per ogni singola tipologia contrattuale è stata una scelta giusta che ha avvicinato i Fondi ai lavoratori ai quali si rivolgevano, instaurando un rapporto più diretto e immediato capace di favorire il clima di fiducia necessario al rilancio della previdenza integrativa.
Oggi i Fondi per competere devono essere in grado di fornire prestazioni e servizi sempre migliori agli associati. Per svolgere questa funzione è importante poter contare su numeri adeguati che si traducono in un patrimonio più forte e in disponibilità e capacità finanziarie più ampie. Fusioni in settori vicini e integrabili e sinergie sono quindi in grado di migliorare concretamente l’offerta e la competitività delle forme pensionistiche contrattuali.
Questa scelta permetterebbe di realizzare economie di scala ma, soprattutto, permetterebbe di cogliere le possibilità cui possono accedere fondi di grandi dimensioni rispetto a quelli più piccoli.
Gli interventi estemporanei del governo – sostiene Lamonica – hanno rischiato e rischiano, al contrario, di danneggiarla”. “È necessario innanzitutto riportare la tassazione sui rendimenti all’11% e sviluppare campagne di educazione previdenziale”.
La segretaria confederale della Cgil ribadisce che “il patrimonio dei Fondi può diventare una risorsa per il Paese” e che “può essere utilizzato per le necessarie politiche di investimento pubblico rivolte alla creazione di nuova occupazione.
EQUIPARARE SETTORE PUBBLICO A QUELLO PRIVATO
Una riflessione particolare è stata riservata ai lavoratori del settore pubblico che continuano ad essere gravemente penalizzati. E’ stata sottolineata la necessità di uno sforzo nei prossimi tre mesi per incrementare in maniera significativa le adesioni al fondo PerseoSirio. Si deve spiegare tutti insieme spiegare ai dipendenti pubblici l’opportunità che la previdenza integrativa offre per il loro futuro, nonostante alcune differenze con il settore privato. Chi non si iscrive al fondo PerseoSirio ma si iscrive ad un Pip non ha diritto all’1% di contributo datoriale.
Bisogna estendere il D.Lgs. n. 252/05 anche ai lavoratori del settore pubblico che finora sono stati esclusi. È una grave discriminazione che va rimossa. Un diverso trattamento fiscale tra settore pubblico e settore privato non ha alcuna giustificazione e penalizza pesantemente milioni di lavoratori pubblici.
Viene richiesto infine che il Governo proroghi il termine entro il quale i lavoratori, in servizio da prima del 31 dicembre 2000, possono esercitare la possibilità di commutare il proprio TFS in TFR aderendo ad un fondo pensione e ricevendo un ulteriore contributo, oltre quello datoriale pari all’1,5% su base Tfs.
Camillo Linguella

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 4 dicembre 2015 at 09:55

Si ma io ci metterei come ingiustizia anche la differenza di tassazione tra TFR e fondo pensione… perchè la mia “liquidazione” deve pagare più tasse di chi ha aderito soprattutto se poi prende il capitale?

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