Inps, un gigante dai piedi d’argilla

Scritto il alle 08:55 da clinguella@finanza

crolloSull’Inps incombono due pericoli: il dissesto finanziario dovuto al disavanzo dell’ente ed il dissesto funzionale dovuto alla spending review ed i tagli ai patronati.
Il pauperismo sulle pensioni ridà fiato ai tifosi della decontribuzione.

Il pauperismo imperante, tutti devono essere poveri ed il cercare di avere una vita agiata, non da ricco sfondato per intendersi, per sé e per i propri figli, oggi è considerato un fatto riprovevole. Il benessere viene ormai considerato sempre più come frutto di qualcosa di poco pulito e poco trasparente ed in ogni caso non meritato ( esclusi i calciatori e gli uomini dello spettacolo beninteso!)
Questa moderna filosofia di vita ha investito anche le pensioni, tutte le pensioni, sia quelle di 10.000 euro al mese, sia quelle di 2500 euro, che dovrebbero essere pertanto tagliate. Visione che ha ridato fiato ai sostenitori della teoria della decontribuzione Inps, sulla quale già aveva cercato di intervenire la Fornero: L’ipotesi era quella di far pagare meno contributi previdenziali per l’Inps, passando dal 33% al 28% si diceva negli ambienti del ministero del Lavoro.
Il che è ovvio. Coloro che hanno retribuzioni medio-alte e potrebbero avere pensioni inferiori ai contributi versati, in violazione del principio della sinallagmaticità, cercheranno di pagare meno contributi. Perché si dovrebbero versare contributi sul 100% della retribuzione se la pensione sarà calcolata su uno stipendio del 50%? E’ questa la molla che sta alla base del ragionamento.
Se ciò si avverasse le conseguenze sarebbero nefaste. Perché nonostante il sistema contributivo in atto, il finanziamento Inps si basa sempre sul metodo a ripartizione: Cioè con i contributi che si incassano in determinato anno, si pagano le pensioni in essere nello stesso anno. Diminuendo i contributi, dovranno diminuire necessariamente tutte le pensioni. Quando si fanno campagne di facile impatto mediatico si dovrebbe riflettere un poco sulle reali conseguenze per tutti.

Uno dei motori di tutto questo è l’Inps che certamente non attraversa né ha delle prospettive molto incoraggianti.
Altro che Superinps, ogni giorno che passa esso si mostra sempre più per quello che è, un gigante con i piedi d’argilla, pronto a collassare da un momento all’altro, col rischio di trascinare nella caduta le sorti di milioni di iscritti e pensionati. Eppure fino a pochi anni fa godeva di ottima salute. Esso svolge una molteplicità di compiti come dimostrano le cifre:
• oltre 40,7 milioni di utenti;
• 23,4 milioni di lavoratori (l’82% della popolazione occupata in Italia);
• 1,4 milioni di imprese;
• 16 milioni di pensionati;
• 21 milioni di pensioni erogate ogni mese, compresi i trattamenti agli invalidi civili;
• 4,4 milioni di persone che ricevono prestazioni a sostegno del reddito;
• 10,4 miliardi di euro spesi ogni anno per il sostegno alla famiglia;
• 22,7 miliardi di euro spesi ogni anno per il sostegno del reddito.
Viene spontaneo pensare che un ente siffatto con questa molteplicità di compiti svolti in termini di buona efficienza, che manovra un patrimonio di 700 miliardi di euro, maggiore del bilancio di qualche repubblica mittleuropea, sia coccolato e foraggiato come si deve, come si fece con la riforma del 1989 ( legge 88/89). Invece. è paradossale il declino del massimo ente previdenziale italiano, uno dei più grandi della UE trattato alla stregua di una municipalizzata di un piccolo Comune.
Un indicatore di questo stato di cose è dato dalla mancata spedizione a tutti della famosa busta arancione.”Ne manderemo solo una piccola parte, ne spediremo circa 150 mila, entro Natale, perché non ci è stata data l’autorizzazione dai ministeri per superare il vincolo di spesa, la spesa per spedizioni è contingentata”.

Così ha spiegato il presidente Inps Tito Boeri parlando a margine dell’assemblea nazionale dell’Amianto. La spedizione della lettera riguarda « le categorie coperte», nelle quali non rientrano i lavoratori pubblici, e interessa quei soggetti «che non hanno il Pin», ovvero il codice per l’accesso online per la simulazione della pensione. Boeri spera che «in legge di Stabilità possa essere sbloccata la spesa», così «da inviare il grosso delle buste arancioni» subito dopo.
Poi passando da questo indicatore ai numeri vediamo che il bilancio consuntivo 2014 si è chiuso con un saldo negativo per complessivi 7 miliardi. Prima della fusione con l’Inpdap il saldo era positivo, pari a 9 miliardi.
L’Inps, nel 2014 ha erogato la quasi totalità dei servizi e delle prestazioni in via telematica attraverso il Portale web istituzionale, il sito Mobile, il Contact Center Multicanale, la Posta elettronica certificata, la Comunicazione bidirezionale con le aziende e le Sedi territoriali. Ma gli utenti non solo quelli delle fasce più deboli, ma anche quelle medio alte, spesso per completezza si son dovuti rivolgere agli intermediari istituzionali (Patronati, Caf, Consulenti del Lavoro, Associazioni di categoria, ecc.). Un affiancamento massiccio e sostitutivo delle funzioni di backoffice che ha reso possibile negli ultimi anni la riduzione della spesa i cui risparmi sono stati versati al bilancio dello Stato, sottraendo il beneficio alle gestioni Inps.
In riferimento a questi provvedimenti, nel triennio 2012-2014 l’Istituto previdenziale ha effettuato riduzioni e contenimenti di spesa, per complessivi 1.398,9 milioni di euro. Le tipologie di spesa maggiormente colpite dai tagli riguardano i servizi tecnologici e informatici, postali, di pagamento delle pensioni effettuate dagli istituti bancari e da Poste e quelli resi dai CAF e Patronati. Un crescente contributo di riduzione dei costi è stato possibile dalla razionalizzazione delle sedi, derivanti dalla fusione dell’Inpdap ed Enpals. È evidente che l’enormità dei tagli, operati, rischiano di compromettere la qualità dei servizi erogati dall’Istituto e lo privano di quella necessaria flessibilità operativa e gestionale essenziale per l’attuazione delle continue disposizioni che puntualmente intervengono nel corso dell’anno. Infatti, pur tenendo conto del recupero di efficienza derivante dalla riorganizzazione post fusione, l’entità delle riduzioni di spesa hanno conseguenze notevoli sulla funzionalità degli uffici, ad un continuo ampliamento di compiti corrisponde proporzionalmente una riduzione di spesa ed una riduzione consistente del personale.
Poi c’è per così dire, una minaccia esterna, che non riguarda propriamente l’Inps ( e l’Inail), ma i cui effetti rischiano di riverberarsi su esso con effetti negativi moltiplicati. Mi riferisco al taglio delle risorse ai patronati.
In questi giorni la Camera dei Deputati sta esaminando la legge di stabilità, che all’art. 1 comma 344, taglia di 28 milioni di euro il Fondo Patronati e riduce sia l’aliquota contributiva che lo alimenta, sia l’acconto sull’attività già realizzata. Si tratta di una misura che, se approvata, metterebbe in ginocchio l’esistenza stessa dei Patronati. Questi scontano già il taglio strutturale di 35 milioni dello scorso anno, arrivando a registrare, dal 2015 in poi, un totale annuo di riduzione di risorse di 63 milioni di euro.
Per queste ragioni, i patronati chiedono che la norma sia cancellata, per consentire di poter continuare la loro attività di tutela gratuita.
Se la legge passasse cosi com’è in prospettiva c’è non solo la riduzione del personale dei patronati, ma, lascerebbe i cittadini in balia del mercato privato dei consulenti, con l’aggravante di dover pagare per ottenere prestazioni previdenziali e socio-assistenziali cui hanno diritto.
Bisogna ricordare che l’Inps ha potuto effettuare i tagli di spesa richiesti perché ha scaricato su questi enti molte delle sue incombenze. La riduzione delle attività dei patronati necessariamente porrà l’istituto in evidente difficoltà perché deve  riprendere svolgere in primis i compiti oggi delegati con aumento di spesa e di personale con il rischio del suo stesso funzionamento.
Camillo Linguella

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