I fondi pensione: i nodi da sciogliere

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La ventilata neo Riforma delle pensioni e il disegno di legge della concorrenza possono cambiare in meglio la terza età dei lavoratori se andranno in porto. Occorre ridurre le forme di previdenza complementare, fare alcuni aggiustamenti mirati sulle pensioni e poi per un decennio non metterci più le mani. Questo sarà possibile se si adotteranno le misure giuste.
L’anno 2016 dovrebbe essere caratterizzato, sul versante previdenziale dall’ennesima riforma delle pensioni e sulla definitiva approvazione del disegno di legge sulla concorrenza che modifica l’attività della previdenza complementare. Speriamo che sia la volta buona. Non è possibile che ogni anno si vari una “riforma definitiva sulle pensioni” ed appena pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale già si pensa a come cambiarla. Questo crea sfiducia e frustrazione e riflessi sull’economia, perché i lavoratori non sanno più come gestire i propri risparmi per farsi una vecchiaia serena. Di converso la previdenza complementare ha avuto solo pochi interventi in questi anni, ma quelli effettuati sono anch’essi di segno negativo. Pure in questo caso si devono effettuare scelte non più rinviabili perché si fondano sul risparmio previdenziale dei lavoratori.
Dopo la crisi delle famose 4 banche territoriali, che a Napoli si chiamano “bancarelle”, i lavoratori pesano proprio che sia il caso di mettere i soldi materialmente sotto la mattonella. Visto che i fondi aperti ed i Pip, sono gestiti dalle banche e società di assicurazione, tanto per intenderci. Ma ci sono i fondi pensione di categoria che hanno come “gestori” anche i rappresentanti delle Organizzazioni sindacali e per alcuni è peggio che andar di notte, nonostante trend e risultati positivi.
Il primo nodo da sciogliere è quello relativo alla numerosità dell’offerta. Il numero dei fondi chiusi forse è eccessivo, come pure sono troppi i fondi aperti ed i Pip e troppo piccoli; bisogna capire però quale è il criterio giusto da adottare per la loro riduzione. Qui si sconta un garbuglio ideologico non di poco conto. Tutti diciamo che le ideologie sono morte ed è “la realtà fattuale” che deve guidare le nostre scelte. E sia così. Però l’ideologia cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Per esempio siamo per il libero mercato. Esso è il deus ex machina che decide tutto, abbiamo perfino un’Autorità Antitrust che vigila sulla libera concorrenza eccetera, ma vogliamo l’intervento dello Stato che detta le regole. Siamo cioè liberisti e statalisti a seconda della convenienza. Non a caso il disegno di legge sulla concorrenza prevede una riduzione più o meno forzata dei soli fondi pensione contrattuali, lasciando fuori quelli delle Banche e delle Assicurazioni. Il libero mercato vale solo per questi, per i primi, i fondi chiusi di categoria, no.
Ammesso che si decida in questo senso ( ma la regola deve valere per tutti) quale criterio si dovrà seguire per ridurre il numero dei fondi pensione esistenti, visto che, particolare di una certa consistenza, che hanno bilanci positivi. Per esempio si devono accorpare o fondersi in base ad un settore categoriale, merceologico, industriale allargato, e in che modo, con una legge oppure in base ad accordi fra le parti. Un altro parametro utile da prendere a riferimento è quello del numero minimo di iscritti. Secondo uno studio di Mefop (di Gialleonardo-Marè) la dimensione ottimale per i fondi pensione di categoria va da 20 mila a 80 mila iscritti.
Quello delle dimensioni ottimali è un altro nodo da sciogliere e conduce al nodo successivo, quello delle adesioni: sono ancora troppo limitate (solo 26% della forza lavoro); per aumentarle alcuni puntano su un’adesione quasi obbligatoria come è stato fatto per esempio dal 2014 in Inghilterra dove si è iscritti obbligatoriamente, tranne la possibilità di recedere dopo tre anni, oppure come hanno fatto gli edili in Italia per via contrattuale oppure senza il conferimento del Tfr e per i pubblici dipendenti del tfs, oppure ancora con il solo contributo del datore di lavoro.
Poiché la previdenza rimane per molti ancora un oggetto misterioso non è venuta meno l’esigenza di massicce campagne di informazione sul primo e secondo pilastro a partire dalle aule scolastiche e nei posti di lavoro, accompagnate da una contemporanea campagna di educazione finanziaria.

Il terzo nodo è come dirottare parte del patrimonio dei Fondi pensione, che ammonta a circa 135 miliardi di euro, nella cosiddetta economia reale, visto che
l’ home bias, la propensione dei Fondi Pensione italiani ad investire nei titoli “casalinghi” è molto contenuta ( solo 2-5% va ad azioni italiane) per una serie di ragioni, dal mercato dei capitali italiano, carenza di offerta e di prodotti, piccole e medie imprese, natura familiare, ecc.;
Per accrescere il ruolo di investitori previdenziali nell’economia italiana ci prova il nuovo decreto MEF 166/2014 (politica di investimento) e decreto MEF 5 giugno 2015 (credito di imposta) con scarsi risultati, specie per il credito di imposta per la complessità della cosa come ho già avuto modo di rilevare.

Allora è meglio continuare sulla strada degli investimenti prudenti perché alla fine della vita lavorativa i lavoratori, appunto, possano aggiungere alla magra pensione Inps, una sicura e conveniente pensione aggiuntiva.
Qui si innesta l’ennesima polemica scatenata dal presidente dell’Inps sulle sue dichiarazioni in merito alla spedizione della busta arancione. Non c’è alcun bisogno del messo notificatore per sapere la propria pensione. E’ un passo indietro rispetto alla “rete” dove c’è sempre tutto. Lo stesso Inps con un comunicato stampa del 25 settembre 2015 si vantò di aver superato un milione di accessi on line per “la mia pensione” il cui banner sul sito istituzionale dell’Ente è rigorosamente di colore arancione.
L’importante non è come viene inviata la notizia, ma il contenuto della notizia stessa. Che in genere non è mai entusiasmante.
Camillo Linguella

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