Che c’entra la complementare nel ddl sulla concorrenza

Scritto il alle 08:08 da clinguella@finanza

Il disegno di legge sulla concorrenza ancora in discussione al Senato nelle varie commissioni ha l’ambizione di eliminare alcuni lacci e lacciuoli che di fatto la bloccano  l’economia italiana. I tentativi fatti finora per eliminarli sono sempre falliti.

Ogni anno si prova a togliere qualcosa qua e là, ma alla fine i risultati sono sempre deludenti. Le lobby sono più forti di qualsiasi tentativo di modernizzazione. Come non ricordare quella dei tassisti per esempio. Nel provvedimento attuale sono saltate alcune norme come la vendita dei medicinali di fascia C nelle parafarmacie e la possibilità di acquistare immobili non residenziali del valore inferiore ai 100 mila euro solo con la firma di un avvocato, al posto di quella del notaio. Ad eliminare rendite di posizioni che favorivano lauti guadagni cominciò Bersani con le famose lenzuolate e finì come sappiamo. Oggi ci si riprova. Il disegno di legge varato dal governo ad aprile dello scorso anno, il 15 ottobre 2015 è stato approvato alla Camera e oggi è in esame in sede referente nelle varie Commissioni Parlamentari del Senato,  alle prese con circa 1200 emendamenti da vagliare. La speranza di un’approvazione al compimento del primo anniversario del varo del CdM, avvenuto il 7 febbraio 2015 scorso,  è perciò vana.
Il disegno di legge AS 2085 vuole ridisciplinare le assicurazioni auto, farmacie, avvocati, notai ed altro. Ma in mezzo, inopinatamente ci sono anche i fondi pensione. Alcune storture macroscopiche inizialmente previste sono state corrette, come quelle della portabilità selvaggia. Questa norma prevedeva la possibilità di trasferire una posizione pensionistica da un fondo di categoria ad una forma di previdenza complementare portandosi appresso il contributo del datore di lavoro, che non è un regalo fatto per pura bontà, bensì il risultato di una norma contrattuale. Sarebbe stato un caso palese di  concorrenza scorretta. Perché i fondi pensione avrebbero approntato i “piatti” e gli altri se ne sarebbero serviti. E non è detto che non ci si ritorni sopra, perchè anche in queto caso le lobbies di settore sono molto agguerrite, ma speriamo di no.
L’inserimento della previdenza complementare in questo provvedimento, porta a galla un equivoco di fondo non ancora risolto fra le varie scuole di pensiero nella nostra classe dirigente, governanti compresi. Anzi specialmente questi: Come considerare il secondo pilastro pensionistico reso necessario già dalla prima riforma pensionistica di 20 anni fa, la famosa legge 335/95.
Questo pilastro, dopo i tagli effettuati sulle pensioni erogate dal servizio pubblico tramite  l’Inps, serve per far conseguire più elevati livelli previdenziali Mentre l’iscrizione all’Inps è obbligatoria, l’adesione alla previdenza complementare è su base volontaria.
Anche se volontaristica, rimane sempre uno strumento per realizzare il precetto previsto dall’art 38 della Costituzione. In base al dettato costituzionale, secondo alcuni, la maggioranza, la previdenza integrativa è da configurare in ogni caso come una pubblica funzione, mentre secondo altri  fautori del libero mercato e della non ingerenza dello Stato nelle faccende private dei cittadini, si tratta di una mera prestazione di carattere assicurativo esercitabile da chiunque offra determinate garanzie, come banche, assicurazioni, Sim (società gestioni mobiliari) e Sgr (società di gestione del risparmio).
Società che hanno come fine, legittimo tuttavia, il lucro, il guadagno.
Di converso ci sono i Fondi pensione negoziali di categoria, come Cometa, il fondo dei metalmeccanici, Previambiente, quello dell’Igiene Urbana e quelli territoriali, come Fopadiva il Fondo di previdenza della Regione Valle d’Aosta e Laborfonds della Regione Trentino Alto Adige.
Questi fondi non hanno scopo di lucro, agiscono come Ong no profit e gli attivi di bilancio vanno in favore degli aderenti.
Smentendo le più pessimistiche previsioni, i fondi chiusi di categoria dalla data di loro istituzione ad oggi si sono comportati bene assicurando rendimenti allineati a quelli delle banche, assicurazioni e compagnia cantando. Il rendimento medio l’anno scorso è stato del 3% circa, mentre nel 2014 fu del 5%. In tempi di rendimenti zero e di banche in difficoltà, sono percentuali di tutto rispetto. Se poi guardiamo nel lungo periodo come è pacifico per gli investimenti della previdenza complementare, i rendimenti sono ancora più ragguardevoli.
Oggi il loro patrimonio ammonta a circa 180 miliardi di euro, quello dei fondi negoziali sfiora i 50 miliardi di euro. Pertanto fanno gola a molti specie i secondi. A cominciare dal governo che ha elevato la tassazione sui rendimenti finanziari dall’11% al 20% dando diritto ad uno sconto del 9% a condizione che investano nei settori indicati dal governo stesso che però non garantiscono il capital retourn. Patrimonio che in questo periodo di grosse sofferenze bancarie fa gola anche agli istituti di credito da cui origina la liberalizzazione della portabilità che avendo una fitta rete di venditori di polizze, si stavano attrezzando a svuotare i fondi di categoria sottraendo loro gli iscritti.
Ecco spiegato l’inserimento dei fondi pensione negoziali nel disegno di legge sulla concorrenza.

Stranamente ne sono esclusi i fondi assicurativi, che avendo come finalità di lucro, dovrebbero essere i naturali destinatari della norma.
Il ddl sulla concorrenza contiene un’altre previsioni che con la concorrenza non c’entrano per niente ed è quella di poter anticipare la decorrenza della pensione complementare fino a 10 anni prima di quella della Fornero e nuove modalità di riscatto.
Infine c’è un’ingiunzione ai soli fondi negoziali di categoria di fondersi perché ritenuti troppo piccoli e perché aggregandosi costituiscono masse monetarie rilevanti da poter investire.

Speriamo che il governo tenga sempre presente che si tratta di risparmio previdenziale e non speculativo.

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