La complementare ultimo baluardo per le vedove?

Scritto il alle 08:41 da clinguella@finanza

-donna-lacrimeL’attacco alle pensioni di riversibilità minaccia lo stato sociale e la pensione complementare può offrire solo un fragile argine. La spesa per le pensioni hai superstiti non ha mai costituito un problema. Già oggi si tiene conto del reddito degli aventi diritto.  Il governo sotto assedio sembra voler far marcia indietro.

Uno dei primi impulsi per la nascita dei sistemi pensionistici fu dato dalla necessità, di assicurare un reddito ai superstiti di fronte all’esorbitante numero degli infortuni sul lavoro o dei decessi appena post pensione, perché l’assistenzialismo e la pubblica carità erano assolutamente insufficienti. Il diritto di sopravvivenza per le vedove, figli e persone a carico divenne un diritto soggettivo costituzionalizzato ( art. 38 Cost.).
Al finanziamento vi provvede ogni singolo lavoratore ed il prelievo contributivo è determinato in base alle aspettative di vita dei lavoratori e dei congiunti.
La prima legge di riforma sulle pensioni, la legge Dini del 1995, stabilì che in caso di pensione indiretta o reversibile, se il superstite possiede altri redditi, la pensione spettante deve essere ridotta. Tale riduzione è del 25% se si possiede un reddito annuo superiore a tre volte il trattamento minimo Inps (€19.612 nel 2016), riduzione che sale al 40% se si ha un reddito annuo superiore a quattro volte il trattamento minimo che per il 2016 è pari a € 26.120 e infine al 50% se si ha un reddito annuo superiore a cinque volte il trattamento minimo che per il 2016 è pari a € 32.630. Le riduzione non si applicano in presenza di figli inabili o minori.
Queste riduzioni, varate sulla scia dei provvedimenti del 1992 quando sembrava che la previdenza pubblica stesse per fare bancarotta, dopo solo 10 anni già si rivelarono ingiustamente punitive, per la scarsa incidenza sulla complessiva spesa pensionistica. Tagli inoltre che vanno contro i principi stessi del legislatore, perché la pensione reversibile decurtata, non consente di mantenere quell’ “adeguato tenore di vita” voluto dalla stessa legge di riforma. E’ superfluo ricordare che il 90% dei titolare di pensione ai superstiti sono donne. In quegli anni si varò anche il divieto di cumulo stipendio-pensione. Chi era pensionato non poteva fare nessun altro lavoro, alimentando quello nero ovviamente.
Il giustificazione adottata è che le esigenze familiari si riducono al ridursi dei suoi membri. Se è vero che il venir meno del coniuge fa diminuire alcune tipologie di spesa, come l’alimentazione ed il vestiario, non dimezza certamente la bolletta del gas e della luce né il mutuo per la casa. Il pagamento della rata di mutuo molte volte già gravoso prima dell’evento, diventa in molti casi un vero incubo fonte di tantissimi drammi. Molte sono le vedove che impossibilitate a continuare i pagamenti, sono state costrette a vendere l’appartamento dove abitavano. Questo senza esagerare né fare del facile pietismo.
L’esigenza di trovare rimedio contro i tagli alla pensione ai superstiti, richiesta a viva voce dagli interessati, sembrava aver fatto breccia nel cuore dei governanti e quando si cominciò a parlare della possibilità di abolire il divieto di cumulo fra reddito e pensione, si pensò che quella sarebbe stata la volta buona. Invece niente di tutto questo. Infatti l’articolo 19 del D.L. 25 giugno 2008, n. 112, convertito con la Legge n. 133/2008 che ha abolito il divieto di cumulo tra trattamenti pensionistici e redditi di lavoro dipendente, ha lasciato escluse le pensioni di reversibilità e indirette. Alla sordità dei governi si cercò di agire per via parlamentare, ma inutilmente perchè in Parlamento vanno solo i progetti di legge che piacciono agli esecutivi di turno. In Parlamento vi fu una apposita proposta di legge di modifica (n. 1704 del 28/9/2008, assegnata in commissione a novembre dello stesso anno) e mai approdata in aula.
Ma se l’abolizione delle decurtazioni poteva creare oggettivamente dei problemi, si poteva pensare ad agire con gradualità oppure adeguare le fasce di esclusione portandoli a livelli più equi con una soglia più elevata per aver diritto all’assegno intero ad esempio, un reddito compreso fra i 30/50 euro annui.
Mentre erano in corso tentativi per rimodulare in senso favorevole le fasce di decurtazione, per motivi che non attenevano per niente alla spesa previdenziale, ma solo a questioni xenofobe, furono introdotte delle norme limitative per la fruizione della pensione ai superstiti con il varo delle cosiddette norme “anti badanti”. Le decurtazioni, previste dalla legge 111/2011, hanno avuto effetto dal 1 gennaio 2012 e consistono in un taglio della pensione di reversibilità per coloro che abbiano contratto matrimonio da meno di dieci anni con un consorte sopra i 70 anni, o comunque più anziano di 20 anni. Le pensioni di reversibilità, nei casi descritti, sono tagliate del 10% per ogni anno che manca al raggiungimento del dieci anni di matrimonio. Se alla morte del consorte il matrimonio era valido da cinque anni, ad esempio, la decurtazione è del 50%, decurtazione che si aggiunge a quella originaria, un doppio taglio in sostanza, anche se nessun taglio, però, è previsto in caso di presenza di figli minori, studenti o inabili.

Questa la situazione fino a quando alla Commissione Lavoro della Camera è arrivato un disegno di legge delega del Governo sulla lotta alla povertà. Disegno di legge che contiene un punto molto controverso che ha agitato un pò tutti perchè è un attacco frontale alle pensioni ai superstiti perchè verranno considerate prestazioni assistenziali e non più previdenziali.
Ognuno sa, magari anche vagamente, che le prestazioni previdenziali sono coperte da specifici contributi, mentre assistenziali no vi fa carico tutta la collettività attraverso l’irpef. Ora le prestazioni assistenziali sono legate a certe condizioni reddituali accertate attraverso l’isee.
L’accesso alla pensione di reversibilità d’ora in poi sarà legata al reddito familiare e non quello individuale. “Com’è noto, infatti, l’asticella dell’Isee è molto bassa (fissata spesso a redditi da fame) e per superarla, facendo saltare tutti i benefici, basta poco. Per fare un esempio, è sufficiente che una donna anziana viva ancora con suo figlio che percepisce anche un piccolo reddito da lavoro per far saltare il diritto o che la stessa donna decida di condividere la casa con un’amica (magari vedova titolare di pensione) per rendere meno grama la vecchiaia per perdere la reversibilità.”( Marina Crisafi, sito di Studio Cataldi). Di conseguenza il numero di coloro che vi avranno accesso inevitabilmente si ridurrà e saranno tante le persone che non si vedranno più garantito questo diritto. In sostanza il governo vuole combattere la povertà, cosa lodevolissima a spese di altri appena appena meno poveri.
Facendo due considerazioni di carattere statistico, prima ancora che economico e sociale ci si rende conto della pericolosa prospettiva futura. La prima che il mercato del lavoro, restringendosi espelle in misura molto più che proporzionale le donne. Il secondo è che esse sono soggette a discriminazioni di genere di carattere considerate “normali”, quali maggiore precarietà e minori retribuzioni. Che si ripercuoteranno sui futuri assetti pensionistici. Cioè avremo la costante maggioritaria delle vedove monoreddito oppure di vedove con un reddito pensionistico non adeguato ( una pensione propria + una pensione reversibile).
Questo oltre tutto aprirà un contenzioso senza fine con il rischio di incostituzionalità essendo incontrovertibile che pensione di reversibilità è una prestazione legata a contributi versati dal dante causa.
Intanto, travolti dalle critiche fonti governative affermano che non si terrà conto della componente patrimoniale dell’Isee, ma solo di quella reddituale ed hanno ribadito che le nuove norme si applicano solo alle pensioni future non a quelle in essere ( e vorrei vedere il contrario),. Specificando ulteriormente, per far fronte ai No che arrivano da tutte le parti, anche dall’interno della maggioranza, che se ci saranno interventi di razionalizzazione saranno solo per evitare sprechi e duplicazioni, non per far cassa in una guerra tra poveri. “ La polemica sulle pensioni di reversibilità è totalmente infondata. Evidentemente c’è chi cerca facile visibilità e si diletta ad inventare un problema che non c’è per poi poter dire di averlo risolto. La proposta di legge delega del Governo lascia esplicitamente intatti tutti i trattamenti in essere”. ha dichiarato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.
. In questo clima è normale che aumenta l’inquietudine e la sfiducia sulle pensioni, un clima fosco creato più per insipienza degli addetti ai lavori che in base ad una specifica volontà .
Paradossalmente per difendersi dalla vecchiaia occorre fare come nei film americani, un’assicurazione sulla vita. Ma questo può valere solo per i nababbi.
Per i lavoratori ordinari rimane la scelta individuale della previdenza complementare che nessuno può falcidiare. Infatti fra le tipologie di rendite che l’aderente può scegliere, c’è quello della rendita reversibile che attualmente è quella più scelta.. Ma è un ripiego amaro oltre che irrilevante, perché la pensione complementare serve ad integrare quella pubblica, non a sostituirla quando questa non c’è.
E c’è qualche fondato motivo che la questione sarà rivista da cima a fondo e questa volta l’opinione pubblica avrà saputo correggere quello che poteva essere un errore madornale.

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