Boeri scatena il panico e rilancia la complementare

Scritto il alle 08:48 da clinguella@finanza

La denuncia del presidente dell’Inps sulla possibilità che i giovani nati nel 1980 debbano lavorare fino a 75 anni per maturare il diritto a pensione, hanno avuto l’impatto di un’atomica. Le reazioni sono state molteplici e fragorose, acuendo una distanza sempre più marcata fra lui ed il Governo fra la soddisfazione intima di Poletti. Come si sa Poletti aveva individuato come possibile presidente Inps Tiziano Treu, gran lavoratore e soprattutto reale esperto della materia e in tutta la sua carriera mai desideroso di apparire sui palcoscenici che non gli competevano. Ieri c’è stato, si dice, un incontro chiarificatore fra Boeri e Nannicini. Vedremo gli effetti. Intanto le sortite del nostro non fanno che avvalorare la tesi già molto diffusa che nel prossimo futuro le pensioni addirittura non ci saranno più, alimentando un clima che un volta si sarebbe detto di disfattismo. Proprio per evitare questa deriva, oltre ai diretti interessati anche i sindacati sono scesi in campo, non per supportare il presidente dell’Inps, ma per dargli addosso. “E’ irragionevole, rischia di sembrare un annuncio e non una criticità da affrontare” ha affermato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, a margine dell’assemblea dei lavoratori con disabilità “Rischia di passare un messaggio pericoloso di sfiducia ai giovani -ha continuato – con molti che reagiscono dicendo allora non pago più i contributi“. Le altre reazioni sono su questa falsariga.
L’esternazione di Boeri nasce dalle nuove regole previste dalla Fornero. Con il vecchio sistema, sdi andava in pensione al compimento dei   65 anni di età con 20 anni di contributi. Se l’importo era inferiore ad una soglia minima, interveniva l’Inps erogando la differenza. Cioè per capirsi, come si dice a Roma,  se l’importo della pensione ammonta per esempio a  400 euro e la pensione minima è di 500, l’Inps paga i 100 euro di differenza ( c.d. integrazione al minimo). Con il contributivo puro l’integrazione al minimo è stata soppressa per motivi di risparmio. Oggi per andare in pensione bisogna soddisfare 3 condizioni: l’età 66 anni e 7 mesi, i contributi, 20 anni e l’importo della pensione non può essere inferiore ad una volta e mezzo l’assegno sociale, cioè 650 euro. Quindi se l’assegno è inferiore non si può andare in pensione e bisogna continuare a lavorare spostando  l’età in avanti. 67, 68 ecc… una corsa senza fine finchè non si matura l’ammontare richiesto..
Ma Boeri però dimentica che a 70 anni questi vincoli vengono aboliti. In ogni caso 70 anni è sempre una bella età, anche se è  meglio che 75!
Comunque le acque previdenziali, mai completamente calme sono in tempesta a forza 8.
Di lavorare fino a 75anni pare che non ne voglia sentire parlare nessuno. La denuncia di Boeri ha scatenato una sorta del “si salvi chi può” avviando una corsa al pensionamento. Tutti se ne vogliono andare via. Lo stesso Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera ha ribadito che oltre i 66 anni non si può più lavorare almeno per coloro che svolgono lavori prevalentemente manuali.
Ritorna in primo piano con maggior forza il problema della flessibilità in uscita e ritorna di moda la previdenza complementare
Anche qui la confusione è totale, ognuno dice la sua. Si pensa di consentire l’uscita a 62-63 anni in cambio di un assegno tagliato del 2 per cento annuo. Questo taglio ipotizzato nella proposta parlamentare di Cesare Damiano (ed altri) non è ritenuta però sufficiente perchè comporterebbe una spesa aggiuntiva di 7 miliardi di euro che a me francamente sembra esagerata, in quanto il sistema contributivo già sconta l’età al pensionamento..
L’altra idea è quella dell’applicazione a tutti gli eventuali interessati del calcolo contributivo (una generalizzazione della cosiddetta opzione donna) onerosa per gli interessati e positiva per le casse Inps. Non sapendo che fare si torna a parlare del prestito previdenziale: il lavoratore che vuole uscire prima deve accettare una sorta di assegno provvisorio (sui 700-800 euro al mese) che poi restituirà a rate una volta divenuto un pensionato a pieno titolo, ignorando che i lavoratori non ne vogliono proprio sapere di restituire alcunché, specie se come si ventila si prenderebbe il tfr in “ostaggio” a garanzia della restituzione del prestito. Infine una soluzione ad hoc potrebbero riguardare i lavoratori di particolari settori nei quali è oggettivamente difficoltoso restare in attività, asimilandoli  al regime dei fondi usuranti (che prevede l’uscita con il vecchio meccanismo delle quote): il relativo fondo finora è stato sfruttato solo in parte e nel tempo le sue risorse sono state destinate ad altri scopi.
Altra ‘idea è quella di coinvolgere le aziende perchè sarebbero favorite nel ricambio generazionale e le banche che potrebbero anticipare i soldi  necessari.

Ma la vera novità starebbe nell’intenzione del governo di promuovere nuovamente la previdenza complementare. Il governo parrebbe intenzionato a ridurre l’aliquota sui rendimenti finanziari che aveva innalzato nel 2015 dall’11 al 20% , ed aumentare la deducibilità fiscale dei versamenti. Ma non è esclusa neanche l’ipotesi di rendere obbligatorio e non più facoltativo il trasferimento ai fondi integrativi del Tfr che solo lo 0.7% ha voluto in busta paga). In questa ridda di ipotesi torna la decontribuzione voluta dalla Fornero è cioè l’idea di spostare sulla complementare il 2/3% di contribuzione obbligatoria.

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