La Sagra delle pensioni

Scritto il alle 09:08 da clinguella@finanza

Durante il mese di agosto, complice il bel tempo, quando c’è, si svolgono in Italia una infinità di Sagre. Da quelle del Fungo Porcino allo gnocco fritto, a quella del fusillo col pomodoro. C’è un’esplosione fantasmagorica di tutte le possibili sagre per attrarre turisti o semplicemente per offrire una buona serata ai paesani che non frequentano night club o discoteche.
Quest’anno l’offerta si è arricchita di una nuova sagra, quella sulle pensioni.Titoli in prima pagina sui media, approfondimenti, spiegazioni. E’ un fiorire di dichiarazioni, prese di posizione, promesse. Il più delle volte contraddittorie. Si va dalle affermazioni del Ministro del Lavoro che di chiara compiaciuto che sulle pensioni saranno investite “ingenti” risorse, a quelle del sottosegretario alla presidenza Nannicini che butta acqua sul fuoco. Quando si va alla quantificazione di quanto potrebbe essere realmente speso, ci si accorge che la cifra a disposizione sarebbe di solo 600 milioni per la flessibilità in uscita, fino a poter raggiungere un miliardo di euro mettendoci tutto il resto. Anche il premier partercipa alla Sagra delle Pensioni. Ieri  intervenendo ad una manifestazione nel modenese ha legato esplicitamente la riforma delle pensioni all’esito del Referendum sulla Costituzione. L’abolizione del Senato secondo lui porterebbe ad un risparmio di 600 milioni da investire nella previdenza.
Così i sindacati hanno buon giuoco a dichiarare che le risorse sono insufficienti. Ma se continua così saranno sempre meno. Le risorse si assottigliano con la minor crescita del Pil anche se perde solo punti decimali. Per avere margini sufficienti ad intervenire, il governo dovrebbe innalzare il deficit dall’1,8% previsto al 2,2-2,3%, pari a quello dello scorso anno. In euro vorrebbe dire avere altri sei miliardi per intervenire su tutto, fisco, investimenti e pensioni. Per dare un termine di raffronto, solo per rivalutare gli assegni più bassi occorrerebbero circa 3/ 4 miliardi.

Come si sa il nucleo centrale della sagra estiva ruota intorno alla cosiddetta Ape, cioè il prestito previdenziale. Che ora viene smentito. Non è un prestito, si dice, ma un anticipo vero e proprio, tant’è vero che in caso di premorienza non graverà sugli eredi. E vorrei vedere che fosse così. Solo che si dovrebbe stipulata una polizza assicurativa il cui costo è prelevato dai famosi 600 milioni.
E si rassicura il pensionato che se decidesse di andarsene prima, ma a questo punto solo pochi sfigati lo faranno, quelli che hanno perso il lavoro per esempio, non dovrà andare in giro a fare la pratica dalle banche o dalle assicurazioni. Basterà fare la domanda e al resto di penserà l’Inps. Allora che ci sta a fare il mega ente.
In poche parole il punto nodale di tutta la riforma è questo, l’anticipo legato al prestito che ora non è più un prestito. Il resto come la ricongiunzione gratuita, l’estensione della 14 mensilità, il bonus degli ottanta euro, l’aumento della non tax area, sono tutte ipotesi da verificare . Per non incidere sulla spesa pubblica eventuali maggiori risorse saranno reperite all’interno del sistema pensionistico con meccanismi solidaristici. Tradotto in italiano, significa che saranno tagliare tutte le pensioni medio alte.

Si vedrà quanto il governo avrà chiaro quanto potrà spendere e avrà deciso qual è la misura più spendibile elettoralmente sul piano referendario.
Un’altra pensata, applaudibile dal punto di vista dell’ingegneria attuariale è l’operazione Rita, che adesso non mi ricordo cosa significa né mi va di andarlo a cercare. Ma in soldoni, è il tentativo di utilizzare la previdenza complementare sempre in funzione dei pre pensionamenti.
Il lavoratore che decidesse di andare in pensione prima, fino all’età del pensionamento Fornero, potrebbe aver diritto alla fruizione della quota di previdenza complementare maturata. Un previsione del genere è contenuta nel disegno di legge della concorrenza che dovrebbe essere approvato in via definitiva alla ripresa dei lavori parlamentari.
Ma quantanche così fosse, intanto la misura sarebbe rivolta esclusivamente agli iscritti ad una forma di previdenza complementare, che per quanto in espansione, coinvolge solamente il 25% della forza lavoro italiana. E i non iscritti?
Ma a smontare la “pensata” basta ricordare che la rendita di previdenza complementare è un’integrazione della pensione pubblica, dai 100 ai 500 euro mensili che uniti all’assegno Inps aiutano a campare. Da sola è assolutamente insufficiente. E’ poi un precedente del genere può aprire la strada alla totale privatizzazione della pensione pubblica.
Uno strumento analogo è già previsto per i pubblici dipendenti, disciplinati dal decreto legislativo 124/93.
Un lavoratore pubblico che ha maturato almeno 15 anni di iscrizione ad un fondo, può chiedere l’erogazione anticipata della pensione complementare 10 anni prima del limite di età , cioè anche a 57 anni e 7 mesi. In questo caso l’assegno potrebbe essere più consistente in quanto si ha un montante relativo a 15 anni di versamenti.
Ma comunque, nella generalità, insufficiente.
Per risolvere il problema della flessibilità in uscita, una misura neutrale dal punto di vista attuariale potrebbe essere quella di estendere il meccanismo dell’opzione donna a tutti, partendo appunto dai 63 anni in poi.

io

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