La complementare è una possibile alternativa ai rendimenti negativi

Scritto il alle 08:49 da clinguella@finanza

Dal 2007 in poi i governi europei a differenza di altri, sembrano guardare sempre di meno alla previdenza complementare. Oppure se lo fanno, gli amministratori e gli aderenti si mettono subito in comprensibile allarme. Perché in genere l’interesse non è dovuto a disegni positivi, ma di segni esattamente contrari. Le politiche di austerità hanno costretto i governi di quasi tutti gli Stati a tagliare forsennatamente a destra e a manca principalmente sulle prestazioni fondamentali del welfare, come la sanità, le pensioni, l’assistenza e l’istruzione. Per le pensioni sappiamo tutto mentre per la previdenza complementare qualche confusione  rimane. Il governo è sempre interessato che i lavoratori si costruiscano una pensione integrativa?  Come si sa questa grava completamente sulle spalle dell’aderente che vuole  rendere più consistente l’assegno dell’Inps. Non c’è bisogno di aspettare i posteri per dare una risposta. Il comune sentire spinge a dare una risposta negativa e al momento si aggrappa ai mini aggiuistamenti pensionistici ottenuti dai sindacati, dall’Ape alla 14 mensilità per chi prende fino a 1000 euro lordi al mese (la legge di .stabilità 2017  poi definirà i dettagli che spesso sono deludenti).
Il welfare state così come lo abbiamo concepito ed importato è nato dopo la seconda guerra mondiale in Inghilterra e dal Regno Unito sono arrivate anche di recente le più rilevanti novità.
Dall’anno scorso il massimale di deduzione dei contributi per la previdenza complementare per l’intera carriera lavorativa (lifetime allowance) è stato  abbassato a 1 milione di sterline (nel 2006, quando la deduzione venne introdotta, era pari a 1,5 milioni di sterline).
Anche la Spagna ha seguito la stessa strada riducendo il tetto per la detrazione annuale dei contributi versati ai Fondi pensione, da 12.500 euro a 8mila. A prescindere dalle riduzioni, già da questi importi  si rileva come i paesi UE comunque svolgono politiche più favorevoli. Basta pensare che in Italia il limite massimo di deducibilità è di 5,164.27 euro.
Sono soprattutto ragioni di finanza pubblica  stanno spingendo gli Stati dell’Europa orientale a rimettere in discussione la scelta compiuta a inizio anni ’90 di destinare parte della contribuzione previdenziale obbligatoria agli schemi di secondo pilastro, facendo dei passi indietro..
Sempre in Inghilterra  Il Freedom and choice in pensions prevede che al compimento dei 55 anni,  57 in 2028 gli aderenti possono decidere se: continuare a convertire il montante in rendita; ritirare tutta la somma sotto forma di capitale; smobilizzare soltanto parte del capitale maturato; modificare la modalità di fruizione della prestazione pensionistica scelta in precedenza; trasferirsi a uno schema che offra condizioni più vantaggiose per la fase di pay-out rispetto a quello a cui si è aderito originariamente e, nel caso di aderenti a uno schema a prestazione definita, trasferirsi a un fondo a contribuzione definita per beneficiare delle accresciute possibilità di scelta. Nel 2017, inoltre, dovrebbe avviarsi il mercato secondario delle rendite, sarà infatti possibile cedere ad altri la rendita di previdenza complementare precedentemente acquistata. Il governo britannico ha varato tali misure con l’obiettivo di rilanciare i consumi e rafforzare la ripresa economica interna. Una indagine della Financial Conduct Authority evidenzia che nei primi tre mesi di applicazione del Pension Freedom (aprile-giugno 2015) oltre 200mila persone hanno approfittato della maggiore libertà nel disporre della posizione di previdenza complementare, rispetto ai 95mila dello stesso periodo del 2013, anno in cui la riforma venne annunciata che si dichiararono favorevoli.
Nello stesso periodo il numero delle rendite attivate è diminuito di quasi il 90%, passando da circa 90.000  a 12.000. Questa totale libertà di scelta concessa a favore degli iscritti, ha avuto un riscontro positivo  fra i lavoratori potenzialmente interessati.
Misure simili sono state copiate anche in Italia, con la possibilità di disporre del
Tfr in busta paga fino al 2018, fortunatamente con risultati opposti, avendovi aderito solo lo 0.8% dei lavoratori. Contemporaneamente è molto cresciuto l’interesse delle autorità governative nazionali e sovranazionali per i patrimoni dei Fondi pensione. In Italia al momento si è preferito agire sulla tassazione. Un incremento nella tassazione del risparmio attuato nel 2015, parzialmente addolcito dal credito di imposta concesso successivamente, appare spropositato e scoraggiante per le adesioni  anche in considerazione del drastico calo della redditività dei titoli di Stato e dei depositi bancari. A inasprire la situazione dall’inizio del 2015 è entrato in vigore un “giro di vite fiscale” anche sulla rivalutazione di fondi pensione, casse previdenziali, e Tfr. Secondo il quotidiano “Avvenire“, attento a queste problematiche sociali, L’incremento delle aliquote sui fondi pensione al 20% ridurrà il montante contributivo atteso dei giovani lavoratori di una percentuale compresa tra il 5% e l’8,6%.
Ungheria, Polonia e Argentina hanno da tempo   nazionalizzato gli attivi gestiti dai Fondi pensione per rimettere ordine nei rispettivi bilanci pubblici; in Austria e Irlanda le risorse degli schemi di previdenza complementare furono utilizzate per il salvataggio delle banche in difficoltà, cosa che per ora è impedito in Italia, che si è dovuto inventare il Fondo Atlante dove la prevista presenza dei fondi pensione e delle Casse privatizzate è zero.

Nel perdurare di una congiuntura economica sfavorevole, segnata dalla riduzione dei finanziamenti pubblici specie per le opere infrastrutturali, anche se poi c’è l’annuncio ad effetto del ponte sullo Stretto, e dal taglio del credito bancario specie alle piccole e medie imprese, si guarda con sempre maggiore interesse al contributo che la previdenza integrativa può dare in risposta all fenomeno dei rendimenti negativi. Il tentativo non tanto mascherato è che i fondi si mettano a fare investimenti nell’economia realte.
. Dovendo fronteggiare passività che hanno una scadenza prolungata nel tempo, i Fondi pensione rappresentano naturali collettori di risorse per il finanziamento di lungo periodo.

Sempre che si trovi la formula magica che assicuri il total capital return.

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