Le nuove pensioni non rottamano la complementare

Scritto il alle 09:20 da clinguella@finanza

In vigore la finanziaria delle pensioni
Con la pubblicazione sulla Gu della legge di bilancio 2017, la legge 232/2016,  è entrata in vigore la cosiddetta finanziaria delle pensioni. Giustamente chiamata in questo modo, perché, pur non trascurando altri elementi, è incentrata per la maggior parte in interventi a favore dei pensionati. Marginalmente contiene anche misure sulla previdenza complementare. Ora bisognerà aspettare i decreti attuativi che renderanno operativi la maggior parte delle disposizioni contenute, a cominciare dall’Ape, nelle sue varie versioni e scoprire finalmente il diverso appeal di ognuna di esse e verificare se veramente era un’emergenza epocale.
Per la prima volta dopo vent’anni dalla riforma Dini, siamo in presenza di una legge che non toglie alle pensioni, ma che dà, ad un costo annuo di 7/8 miliardi di euro. Sembra essere tornati alla logica della vecchia concezione della pensione quant’era intesa come risarcimento sociale e non come mera prestazione attuariale. Infatti all’epoca del boom degli anni 60, trainati dalla ripresa economica e dalla “lira forte” il sistema retributivo era considerato uno dei più avanzati in ambito europeo, lontano dalle attuali criminalizzazioni. Le stesse pensioni, non solo erano adeguate al tasso di inflazione che era piuttosto sostenuto, ma anche alle dinamiche salariali, cioè il sistema retributivo addirittura dinamico che si adeguava nel tempo con le medie dei nuovi Ccnl, per evitare le pensioni d’annata.
L’accusa “finale” che oggi si rivolge al sistema retributivo è che questo arricchiva ingiustificatamente i pensionati a scapito delle giovani generazioni, una pura mistificazione. Basta esaminare bene la corrente finanziaria appena approvata. Sulle pensioni, come detto, essa ha un costo di 7/8 miliardi annui. Miliardi che non corrispondono a distribuzione di ricchezza prodotta, ma fondati sul debito. Se il mercato del lavoro non crescerà in maniera meno rachitica di quanto non stia facendo ora, nonostante il mitico jobs act, non aumenteranno i contributi all’Inps e se in generale non cresce il Pil, questi miliardi prima o poi, magari con l’aggiunta di quelli destinati ai salvataggi bancari,  qualcuno sarà chiamato a pagarli. Le future generazioni appunto, transitate dal mondo fantastico dei cocopro a quello dei vaucher. La teoria del pozzo e del pendolo appunto.
Tuttavia non è bene star sempre a cavillare, bisogna vedere il lato positivo delle cose e avere la speranza che in un futuro prossimo le cose cambiano.
Dato per scontato gli effetti positivi che le misure adottate produrranno in campo previdenziale, la domanda da porsi è conseguente. Conviene ancora insistere sulla previdenza complementare o è più conveniente chiudere anche questo capitolo che, fra l’altro non ha avuto un successo travolgente, pur avendo conseguito imprevedibili traguardi di sicurezza, rendimenti e stabilità?
La risposta secca, è si, conviene ancora. D’altra parte i provvedimenti adottati non incidono sull’adeguatezza delle pensioni, sul quantum, bensì sulla loro anticipata fruizione. Per cui queste rimangono sostanzialmente basse. La stessa riduzione dell’aliquota contributiva per gli scritti alla gestione separata al 25%, in un sistema contributivo non può che generare pensioni più insufficienti.
Gli autori della finanziaria sono  talmente convinti dell’effetto benefico pensionistico nel lungo periodo, che oltre ad autorizzare lo svuotamento della previdenza complementare con la cosiddetta Rita (Rendita integrativa temporanea anticipata), immemori del flop del Tfr in busta paga, nella seconda parte del verbale governo sindacati del 28 settembre scorso, si pensò di introdurre, qualche contemperamento sociale per garantire un livello minimo di pensione, diverso dall’assegno sociale naturalmente. Questa seconda fase potrebbe slittare sine die a prescindere dal mutato quadro politico, all’interno del quale tutta l’operazione era stata concepita, per mancanza di risorse.
Una parziale retromarcia c’è in favore della complementare c’è e riguarda anche i pubblici dipendenti che utilizzeranno la Rita. Non la riduzione dell’aliquota sui rendimenti come era stata fatta balenare, ma con marginali riduzioni della leva fiscale. Il comma 191della nuova legge di bilancio,  prevede che i contributi alle forme pensionistiche complementari anche se eccedenti i limiti di 5.164,57 e ai lavoratori di prima occupazione successiva alla data di entrata in vigore del 252/05 e, limitatamente ai primi cinque anni di partecipazione, è consentito, nei venti anni successivi al quinto anno di partecipazione, dedurre dal reddito complessivo contributi eccedenti tale limite di 5.164,57 e comunque per un importo non superiore a 2.582,29 euro annui. Le erogazioni in capitale sono imponibili per il loro ammontare a tassazione separata. Inoltre i premi di produttività destinati alla previdenza complementare sono completamente esentasse. Le prestazioni  erogate in forma di rendita,  è operata una ritenuta  d’imposta con l’aliquota del 15 per cento ridotta dello 0,30  per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di iscrizione con un limite massimo di riduzione di 6 punti percentuali. In pratica si paga solo il 9%!
Troppo poco per incentivare la diffusione capillare del secondo pilastro, mente viceversa attorno al patrimonio accumulato dai fondi e dalle casse privatizzate dei professionisti, circa 120 miliardi di euro, c’è un corteggiamento serrato per canalizzare queste risorse in investimenti “domestici”. Cioè in Italia. Prima si è tentato con gli 80 milioni di credito d’imposta in favore dei fondi che investivano in infrastrutture, oggi c’è una misura consimile per chi investe il 5% in operazioni di lunga durata. Ma detto volgarmente, quando il cavallo non vuol bene, è inutile parargli acqua davanti.
I responsabili dei fondi sono fin troppo prudenti e aspettano dall’inizio del prossimo anno per capire se in Italia cambia veramente qualcosa, o siamo nel rimasticamento del già visto nel 2014/16, quando gli 0, (zero virgola) venivano sbandierati per risultati epocali in pieno sfolgorio del passato governo, di cui quello attuale è una protesi usata.
La legge di bilancio 2017 inoltre conferma le condizioni del pagamento del tfr ai dipendenti pubblici, cioè il frazionamento per somme superiori ai 50.000 euro e dopo due anni dal pensionamento, Ora viene precisato che questi termini valgono anche per gli iscritti al fondo Espero e Perseo Sirio. Cioè il tfr/tfs accumulato dalla data di assunzione fino all’iscrizione al fondo saranno pagati dopo ben due anni e senza alcun rendimento o rivalutazione.
La ciliegina sulla torta che non poteva mancare!

 

 

 

 

Misure previdenziali della legge di bilancio 2017

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