Perché rimane un fatto elitario

Scritto il alle 09:07 da [email protected]

Anche quest’anno la Befana si presenta grama e con il sacco dei regali pressocchè vuoto. Chi pensava che l’anno appena trascorso sarebbe stato quello della svolta, è rimato sostanzialmente deluso. Abbiamo mantenute le posizioni in trincea, ma non c’è stato nessuno sfondamento. Il mibtel, per riportare un indicatore che sintetizza lo stato di salute della finanza italiana, nel 2016 è arretrato di ben 10 punti e con la crisi bancaria in giro non si sa quali scenari avremo di fronte nell’immediato futuro. Dobbiamo solo  sperare nello stellone italiano e nel buon cuore dei partner europei.
Questo scenario si è ripercosso sulla legge di bilancio 2017 che  nelle intenzioni dovrebbe essere moderatamente espansiva, anche se alcune misure, vedi quelle sul bonus agli studenti, la flessibilità dell’Ape, furono adottate in un’ottica completamente diversa e che a bocce ferme ci fanno riflettere ancora una volta sulla sostenibilità ed adeguatezza delle pensioni. Alla ristretta platea delle persone consapevoli appare sempre più evidente che la stampella pubblica non sarà più sufficiente, occorre pensarvi da soli.
Ebbene la previdenza complementare, nonostante le adesioni siano arrivate a circa 7 milioni di lavoratori fra dipendenti ed autonomi, una cifra di tutto rispetto, a distanza di un decennio dall’entrata in vigore del decreto legislativo 252/2005, avvenuta nel 2007, il secondo pilastro pensionistico rimane un fatto  essenzialmente elitario.
Guardando alle adesioni per genere, per classe di età e per area geografica emerge un quadro abbastanza diversificato. Il tasso di adesione è sensibilmente più basso tra i giovani, le donne e al Sud, in questo riflettendo anche i tratti caratteristici del mercato del lavoro in Italia.
Complessivamente aderiscono alla previdenza complementare 5,2 milioni di lavoratori dipendenti privati, 1,9 milioni di lavoratori autonomi e 174.000 lavoratori dipendenti del settore pubblico.
Guardando alla ripartizione per età, si osserva che solo il 16 per cento delle forze di lavoro con meno di 35 anni è iscritto a una forma pensionistica complementare3; il tasso di adesione è pari al 24 per cento per i lavoratori di età compresa tra 35 e 44 anni e al 31 per cento per quelli tra 45 e 64 anni. Nel complesso, l’età media degli aderenti è di 46,2 anni, rispetto ai 42,6 delle forze di lavoro.
Secondo il genere, il tasso di partecipazione è del 27,2 per cento per gli uomini e del 23,5 per le donne. Gli iscritti di sesso maschile rappresentano il 61,1 per cento del totale degli aderenti rispetto a una percentuale sulle forze di lavoro del 57,6 per cento. (fonte Covip)
Considerando la residenza degli iscritti, i tassi di partecipazione nel Nord Italia si attestano in media al 30 per cento. Livelli più elevati si registrano nelle regioni dove l’offerta previdenziale è completata da iniziative  territoriali: 40-45 per cento in Valle d’Aosta e in Trentino Alto Adige; valori intorno al 30-32 per cento si osservano in Lombardia, in Friuli Venezia Giulia e in Veneto; nelle altre regioni settentrionali il tasso di partecipazione è comunque non inferiore al 27 per cento.
Nelle regioni centrali i tassi di adesione sono in media del 25 per cento, più elevati in Toscana dove superano il 28 per cento.
Nel mezzogiorno, solo il 18 per cento delle forze di lavoro aderisce a forme di previdenza complementare. In tutte le regioni la partecipazione è al di sotto della media nazionale, con i livelli più bassi in Calabria e in Sardegna (intorno al 16 per cento in entrambe).
 Perché questo avviene.
Le risposte sono molteplici, la prima è la frammentazione del mercato del lavoro. A lavoro instabile e saltuario con retribuzioni basse non può corrispondere nessuna pianificazione della fufura pensione, si programma come sbarcare il lunario la  settimana prossima. Il tfr, serve a coprire i vuoti lavorativi che non vengono neppure riscattati.
Se andiamo a vedere poi il boom dei voucher, l’ulteriore sottoproletarizzazione del lavoro, avremo una categoria di lavoratori ancora più indifesa dal punto di vista previdenziale rispetto ai vecchi cocopro. Per il popolo dei voucher il tfr neppure esiste. Come potrebbero farsi una pensione privata? Con una polizza assicurativa? E con quali soldi.
Si sta riproponendo in peggio quello che successe col il pacchetto Treu, che varato con le più nobili intenzioni, per favorire la flessibilità contro una presunta rigidità del lavoro,  è stato il cavallo di Troia attraverso il quale i contratti a tempo determinato sono dilagati anche nella PPAA dove il lavoro è stabile e non certo stabionale, si pensi agli ospedali, ai comuni eccetera. Ed ora sempre per un distorto processo di sostenibilità economica dei comuni, anche questi cominciano ad utilizzare i voucher. Si pensi al comune di Torino ultimo della serie che pagherà i propri operatori culturali con i “buoni pasto” contemporanei. Il datore di lavoro pubblico da una parte istituisce i voucher spergiurando che servono solo al pagamento della baby sitter e dall’altra se ne servbe per sottopagare  i propri collaboratori.
Ora non è un caso che la maggior parte degli iscritti alla previdenza complementare ha un’età media di 45/50 anni.
A quest’età ormai si ha un lavoro stabilizzato e sicuro, nella misura in cui si può considerare sicuro un lavoro oggi, dove una impresa può chiudere all’improvviso per delocalizzazione o può licenziare legittimamente, come ha stabilito di recente la Cassazione, per aumentare i profitti aziendali. Gli appartenenti a questa classe di età, con una lunga carriera consolidata e stipendi correlati sono oggettivamente gli unici che possono pensare alla pensione complementare e destinare a questa parte del loro reddito attuale in favore di una rendita integrativa futura. Se poi a questo dato statistico ci aggiungiamo un maggior grado di acculturazione, quindi la capacità almeno teorica di poter comprendere i vantaggi degli sgravi fiscali, la remunerazione maggiore che può dare il tfr rispetto a quella legale garantita per legge eccetera. Infatti come cartina di tornasole vi possiamo aggiungere la scarsissima adesione degli impiegati pubblici, 170.000 su 7 milioni, come abbiamo visto. Gli impiegati pubblici quelli assunti per pubblico concorso negli anni  80 costituiscono il grosso  della forza lavoro dei pubblici uffici. Hanno alle spalle carriere immuni dai rischi del mercato e quindi privi in genere di interruzioni, stipendi sempre in crescendo, almeno fino al blocco stabilito nel 2009. Le pensioni in media sono più alte degli alti lavoratori e quindi l’impellenza per la previdenza complementare non c’è. Diverso il quadro invece per i dipendenti pubblici assunti dopo. La loro condizione non è dissimile dagli altri e come gli altri se non ci pensano  subito, il loro futuro pensionistico prevedibilmente non sarà tutte rose e fiori.

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1 commento Commenta
tbtcot
Scritto il 6 gennaio 2017 at 18:29

Risposta… Forse perchè conviene solo a chi ha un buon reddito ed è tra i più vicino alla pensione..no?

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