Il silenzio-assenso ha compiuto 10 anni

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Dieci anni fa entravano in vigore, con un anno di anticipo rispetto alle previsioni iniziali, le modalità di adesione alla previdenza complementare come aveva stabilito il decreto legislativo 252/2005  che introduceva l’istituto del silenzio assenso. La previdenza complementare introdotta con il decreto legislativo n.193 del 1994 era rimasto pressocchè lettera morta.  La pensione integrativa allora era una novità assoluta in Italia e molte erano le diffidenze anche fra gli addetti ai lavori. In realtà forme di previdnenza integrative aziendali non erano rare, specie fra la banche e le società di assicurazioni ( i fondi preesistenti). Ma si trattava di élite lavorative e tutti gli oneri erano a carico dell’impresa. Il tfr non veniva minimamente scalfito. Invece la nuova norma stabiliva che entro il 30 giugno 2007 per chi era in servizio al 1° gennaio 2007, o entro 6 mesi dall’assunzione, se avvenuta successivamente al 1° gennaio 2007, il lavoratore che non dichiarava nulla sulla destinazione del TFR, questo era versato ad forma pensionistica collettiva. Lo scopo non tanto nascosto era quello di fare affidamento sulla proverbiale noncuranza dei dipendenti e iscrivere quante più persone possibile.
Se il lavoratore sceglie espressamente di non conferire la liquidazione ai fondi pensione, ma di mantenerlo in tutto o in parte, il Tfr ha una sorte diversa a seconda delle dimensioni dell’azienda:
Se l’azienda presenta fino a 49 dipendenti, il Tfr resta in azienda;
Se ha almeno 50 dipendenti l’azienda è tenuta a trasferire il Tfr all’Inps e in particolare dovrà essere destinato al Fondo tesoreria Inps. Il lavoratore al momento della cessazione del rapporto di lavoro avrà diritto alla liquidazione dello Tfr rivalutato a norma di legge, come se fosse rimasto in azienda.
Tuttavia nell’ipotesi in cui, entro il 30 giugno, il lavoratore non avesse espresso alcuna preferenza, per volontà oppure  per disinformazione, tutto il suo Tfr futuro sarebbe stato trasferito automaticamente al fondo pensione previsto dal contratto collettivo o individuato con accordo aziendale.
In mancanza di un’intesa aziendale oppure in caso di esistenza di più fondi, il Tfr sarebbe stato destinato a quello a cui ha aderito il maggior numero di lavoratori dell’azienda, o in ultima spiaggia al Fondo pensione “residuale” costituito ancora presso l’Inps (indicato come “FondInps” che oggi sta per chiudere i battenti per mancanza di aderenti.
Tuttavia il meccanismo del “conferimento tacito” ebbe un ruolo molto marginale nella dinamica di crescita delle adesioni,  riguardò soltanto circa 70.000 nuovi iscritti su una platea di 12 milioni di lavoratori, a dimostrazione che i lavoratori non erano poi così disattenti. Il successivo incremento è dovuto unicamente ad una consapevole scelta volontaria non ad una specie di trappola legislativa..
Tuttavia da allora la previdenza complementare ha fatto molta strada, il secondo pilastro si è molto irrobustito anche se coinvolge solo un quarto dei lavoratori italiani, il numero delle adesioni supera oggi i 7 milioni. Però se consideriamo che l’Inps ne assicura 23 milioni, basta questo dato per rendersi conto della discrepanza esistente che dovrà essere in qualche modo ridotto.
La domanda cruciale che ci si è posti in questo decennio è se è utile aderire a un fondo pensione e perché: Un autorevole esperto in materia, Giuliano Cazzola in Guida ai fondi pensione del 2005, all’indomani della pubblicazione del decreto legislativo 252/05 così si pronunciava: “ la previdenza obbligatoria non sarà più in grado di garantire un trattamento pensionistico adeguato se non a costi sempre più elevati, destinati a divenire ben presto insostenibili. È necessario allora differenziare le forme di tutela previdenziale, integrando la pensione pubblica con una privata a capitalizzazione individuale. Mentre la prima ha dietro di sé soltanto delle promesse (sia pure garantite dallo Stato), la seconda si basa su risorse “vere” intestate a un solo lavoratore, opportunamente investite e irrobustite coi rendimenti ottenuti. Inoltre, nei fondi pensione il lavoratore potrà versare non solo il Tfr e la propria quota di contribuzione, ma anche quella del datore. E potrà dedurre dal fisco più di 5.000 euro di versamenti ogni anno”.
Le forme di previdenza complementare sono 496, di cui 38 sono i fondi chiusi di categoria. I fondi con più 100.000 aderenti sono solo 11, mentre ben 268 sono quelli con appena 1.000, per la maggior parte fondi aziendali preesistenti.
I fondi negoziali avevano 1,9 milioni di aderenti, gli aperti oltre 1 milione, i fondi preesistenti 650.000. E’ continuata la crescita dei PIP, che hanno superato i 2,4 milioni di aderenti, oltre a quella dei fondi aperti, grazie a reti di vendita diffuse in modo capillare sul territorio e remunerate in base al volume di prodotti collocati sul mercato.
Nel 2015, la crescita degli aderenti al sistema è stata del 5,4 per cento, per effetto dell’incremento delle adesioni individuali a PIP e fondi pensione aperti, e ha riguardato tutte le categorie di lavoratori.
Nel settore dei fondi negoziali si iniziano a intravedere segnali di un nuovo dinamismo. C’è stato un incremento significativo delle adesioni nel settore edile, dove è stato introdotto un meccanismo di adesione automatica innovativo che prevede il coinvolgimento, mediante il versamento del contributo datoriale, di tutti i lavoratori dipendenti del settore, per una platea di riferimento pari a circa 500.000 unità. È peraltro in aumento anche il numero degli iscritti che non versano contributi, con una prevalenza del fenomeno tra le adesioni individuali rispetto alle collettive e tra i lavoratori autonomi rispetto a quelli dipendenti.
Considerando gli iscritti al netto di coloro che hanno interrotto i versamenti contributivi, il tasso di adesione rispetto agli occupati è del 22,3 per cento.
Alla fine del 2015, il patrimonio delle forme pensionistiche complementari ha raggiunto 131 miliardi di euro, circa il 12 cento in più rispetto alla fine dell’anno precedente.
Dei contributi versati, 5,3 miliardi di euro provengono da flussi di TFR, di cui l’82 per cento confluisce nei fondi pensione negoziali e preesistenti.
L’iniziativa normativa che consente ai lavoratori – in via transitoria fino al 2018 – di destinare il TFR in busta paga è stata nulla perché vi hanno aderito solo poche centinaia di soggetti.
Di contro nonostante la crisi nel decennio considerato i rendimenti dei fondi sono stati di gran lunga superiori a quelli della rivalutazione del tfr.

In base a questi risultati si può chiedere che la previdenza complementare deve essere attivamente rilanciata, non sminuendo gli interventi introdotti con la legge di bilancio 2017 che ha aumentato i benefici fiscali, valutando iniziative che possano:
– da un lato, favorire lo sviluppo delle adesioni, soprattutto per quelle categorie (giovani – lavoratori autonomi) che sinora hanno aderito in pochi, anche mutuando esperienze di altri Paesi, come il Nest nel Regno Unito che iscrive obbligatoriamente i lavoratori con facoltà di recesso dopo 3 anni.
Bisogna comunque mettere in campo capillarmente le iniziative di diffusione della cultura previdenziale;
– dall’altro, realizzare una manutenzione evolutiva del sistema, in modo da adeguarlo all’evolversi delle esigenze e dei bisogni dei lavoratori.

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