La sanità integrativa: verso un obamacare all’italiana

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Fino alle prime riforme pensionistiche degli anni 90 e l’introduzione della previdenza complementare con il decreto legislativo 124 del 1993, il welfare pubblico era indiscutibilmente universale e l’onere  a totale carico della collettività, cioè delle finanze pubbliche. Da allora  il concetto delle tutele universali ed incondizionate subirono delle modificazione prima che ancora di carattere economico, di carattere concettuale: l’idea che lo Stato potesse anche parzialmente ritirarsi da questo diritto-dovere era allora inconcepibile. Dalla tutela globale si passava al concetto di integrazione volontaria ed individuale ( o aziendale o di categoria).
I colpi più pesanti furono inferti prioritariamente alle pensioni, perché ormai all’inizio degli anni 9° assorbiva circa il 30% dell’irpef. La riforma Dini del 1995,  consapevole del taglio degli assegni pensionistici, puntò un’altra volta sulla previdenza complementare, ma solo 10 anni dopo uscì un secondo decreto legislativo di rilancio, il 252/2005 che fra l’altro entrò in vigore nel 2007. Ad oggi gli aderentisomo circa 7milioni, il 27% della popolazione attiva.
Più lento il passo della sanità integrativa acceleratosi però negli ultimi due anni. Il Servizio Sanitario Nazionale è bene ricordarlo, era andato in vigore solo dieci anni prima degli anni 90, nel 1980 appunto e  ben 34 anni dopo la proclamazione della Repubblica Italiana.
Dal 90 ad oggi, esauritosi qualsiasi residuo del boom economico, abbiamo assistito ad un precipitare delle condizioni del Paese fino ad arrivare alla situazione attuale.
Il servizio sanitario sotto i colpi della crisi, anche a causa della regionalizzazione delle competenze, in parte eliminate, era giunto sull’orlo del collasso. Da qui ulteriore aumento dei ticket , chiusura di strutture, esplosione delle liste di attesa.
Da qui il risultato di 9 milioni che rinunciano alle cure perchè non dispongono di mezzi per farlo, di un paio di milioni che le pagano di tasca propria e di 6 milioni che si sono fatti una copertura assicurativa all’americana, oppure mediante copertura  aziendalizzata.
Le politiche fiscali in atto per lo meno a partire dalla legge di stabilità 2015, e quella di bilancio 2017 tendono ad assicurare sgravi fiscali al livello proprio aziendale per favorire le polizze integrative, con una ulteriore divaricazione degli  squilibri già esistenti fra settori forti ed i settori più deboli.  Se invece l’attenzione si spostasse come sembra alla contrattazione su base territoriale verrebbero discriminate potenzialmente i lavoratori  del sud mentre i pensionati e i non autosufficienti non avrebbero più garantiti di fatto quei livelli minimi assistenziali perché privi di una copertura sanitaria integrativa. Paradossalmente sembra essere catapultati nel sistema degli Usa dove l’Obamacare ha cercato di porvi qualche rimedio con il risultato di aver ancora rafforzato di più il mercato delle polizze.
Secondo il rapporto dello Sda la scuola di management della Bocconi di Milano, ripresa da Repubblica del 7 marzo 2017, è vero che nel SSN esistono disfunzioni e corruzione, che vanno comunque eliminate e contrastate e ci mancherebbe, ma il sistema non regge a causa del progressivo invecchiamento della popolazione, che richiede cure per più lungo tempo, dei costi enormi  di apparecchiature sempre più sofisticate, della mancata ripartenza economica a 10 anni dall’inizio della più pesante crisi del dopoguerra.
La conseguenza è stata  l’esplosione dei fondi sanitari integrativi. Se ne contano 300 circa, per se fortunatamente le nuove norme sui  premi di produttività attribuiscono alla contrattazione un ruolo importante per il coordinamento degli strumenti di questo pezzo di welfare
Diventa possibile orientare il sistema ad uno sviluppo armonico in cui si punta a sviluppare una piramide del welfare  alla cui base si collocanoi i bisogni/rischi più importanti e all’apice siano collocati i bisogni/rischi specifici che perseguano l’obiettivo del benessere del lavoratore, innovando e accrescendo il valore del territorio e del sistema nel suo complesso.
Almeno potenzialmente si riduce il rischio di avere aziende in cui si imposta uno sviluppo del welfare aziendale senza aver costituito una solida base di minimo welfare previdenziale e assistenzial,e garantito a tutti senza ghettizzazioni che sarà inevitabilmente l’approdo finale se la sanità da integrativa diventa sostitutiva di quella pubblica.
Se noi raffrontiamo i dati delle adesioni ci accorgiamo che gli aderenti alla sanità integrativa superano globalmente stando ai dati dello SDA Bocconi  quelli della previdenza integrativa.
Il perché è ovvio si ha bisogno di risposte immediate sulla propria salute, non ci si può sentire dire” torni fra due anni” per una visita specialistica.Chi ha i soldi paga (out of pocket) e ottiene subito la visita. L’anno scorso sono stati spesi 34 milioni di euro nella sanità privata. E’ chiaro che se la propria azienda mette a disposizione una polizza sanitaria per è e i familiari a carico la si accetta subito.
E’ altrettanto chiaro che bisognerà anche pensare a chi non è tutelato da nessuno, proprio per evitare una situazione all’americana. Ai pensionati per esempio e a tutta la fascia degli esclusi.

Esigenza di una legge come la 252/05 per la sanità integrativa

Oggi esistono fondi sanitari, Casse e Società di mutuo soccorso in crescita esponenziale in un quadro normativo stratificato e spesso contraddittorio che partono da lontano e parzialmente regolamentati con il decreto Turco del 31.3.2008 e decreto Sacconi del 27/10/2009.
Non sempre c’è chiarezza su istituti giuridici, modalità di erogazione delle prestazioni, verifiche della qualità dell’assistenza erogata, sostenibilità nel tempo, affidamenti in gestione, modalità di predisposizione dei bilanci, applicazione delle agevolazioni fiscali, controlli dell’autorità pubblica.
Occorrerebbe vagliare la possibilità di mettere in campo un’operazione di regolamentazione complessiva delle forme di sanità integrativa analogamente come fu fatto con la previdenza complementare che ebbe il suo punto di svolta con l’emanazione del decreto legislativo 252/2005.
Secondo Lorenzo Bandera, “Percorsi di secondo welfare”,del  Centro Einaudi Milano, circa il 95,2% delle aziende italiane di grandi dimensioni offre almeno un intervento di
Welfare:
➜ 87,5% offre ai lavoratori un Fondo Previdenziale Complementare
➜ 60,6% offre ai lavoratori un Fondo Sanitario Integrativo
➜ Il 18,5% delle grandi aziende prevede servizi di cura per l’infanzia
La vera sfida è la diffusione del welfare aziendale anche nelle PMI, che costituiscono lo
zoccolo duro del sistema produttivo italiano. Passi avanti sono stati fatti
soprattutto grazie al lavoro di gruppi di aziende, parti sociali e  istituzioni per lo
sviluppo di strumenti che possano essere usati anche da realtà più piccole , ma strada da fare è ancora lunga. Qui c’è un importante ruolo da svolgere per la contrattazione
collettiva. In questo senso va l’Accordo quadro interconfederale Confindustria – Sindacati del 14 luglio 2016.
Il nuovo modello di  welfare riguarda i Fondi Pensione e i Fondi Sanitari che non possono essere scollegati fra loro. Si può ipotizzare l’esistenza di un soggetto unico che gestisca entrambe le cose, previdenza e sanità, vigilati da un’unica autorità in modo da evitare sprechi e distorsioni anche qui, prevenire la pubblicità ingannevole, ridurre l’offerta  francamente spropositata e mettere al sicuro la salute e la vecchiaia di tutti.

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