Previdenza, la «fase 2» al via ma mancano i decreti per l’Ape

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Ieri c’è stato l’incontro a Roma tra il ministro del Lavoro Poletti e i segretari generali di Cgil, Cisl e Ui sulla cosiddetta “fase due” che prevede fra l’altro l’istituzione della pensione minima di garanzia, la diminuzione del cuneo fiscale con la decontribuzione, il rilancio della previdenza complementare e la perequazione delle pensioni.

Com’era prevedibile non solo non  c’è stata l’emanazione dei decreti attuativi dell’Anticipo pensionistico che diventerà esigibile dal primo maggio 2017, ma non è stata presentata neppure una qualche bozza  per un esame preliminare.
Quindi le parti sociali mantengono aperte tutte le questioni sollevate nel vertice “tecnico” di lunedì 20 marzo scorso.
Esse avevano contestato la fissazione di una data rigida entro la quale presentare le domande, il criterio dei sei anni di lavoro continuativo nelle attività gravose, che rischia di escludere interi settori come l’edilizia, l’impossibilità, per i lavoratori disoccupati per scadenza del contratto a termine, di rientrare fra i lavoratori precoci o nell’Ape sociale. Questi punti rimangono almeno fino a questo momento insuperabili perchè a parere del governo  non si può con uno strumento attuativo cambiare quello che ha stabilito la leggeDistorsioni che già emersero in Commissione alle Camere ma che non fu possibile correggere perché, come si ricorda, la legge di bilancio 2017 fu approvata a passo di carica senza nessuna modifica. Pertanto occorrerà inserire qualche emendamento in un prossimo provvedimento legislativo. E’ la strada che ha prospettato il ministero alle proteste dei sindacati.
Il governo prevede una prima ondata di circa 35 mila richieste. Le domande andranno presentate entro il 30 giugno per chi matura i requisiti nel 2017, mentre per il 2018 la data limite sarà in marzo. A chiedere l’Anticipo potranno essere soggetti in condizioni di disagio (disoccupati che abbiano esaurito la disoccupazione da almeno tre mesi, invalidi civili con almeno il 74 per cento di invalidità, dipendenti che svolgono da almeno sei anni in via continuativa un lavoro gravoso), con almeno 63 anni di età e 30 di anzianità contributiva.
Secondo alcune indiscrezioni l’Ape volontaria sarebbe pochissima conveniente e sarà utilizzata proprio da chi non ne può fare a meno e che andrà ad unirsi alla massa delle “pensionate per disperazione “ come sono state chiamate le donne che hanno utilizzato la cosiddetta opzione donna, circa 4.000, sulle 30.000 ipotizzate: la rata mensile sul prestito sarà in media tra il 4,5 e il 4,7% per ogni anno di anticipo su una media di importo dell’85%.
Per lettera43, a fronte di un anticipo complessivo per tre anni di circa 39.300 euro, il lavoratore rischia di restituirne alle banche in 20 anni oltre 54 mila, cioè 208 euro netti di rata al mese su una pensione di 1.286 euro per 13 mesi. Sul versante bancario e assicurativo, l’Abi e l’Ivass hanno difficoltà a reperire istituti di credito e assicurativi per le relative convenzioni. Per essi non solo non si tratta di un affare come ordinariamente si pensa, ma sono ancora scottati dall’operazione del Tfr i busta paga dove si attrezzarono per fronteggiare una numerosissima richiesta come aveva affermato il governo Renzi, che non invece non c’è stata, investendo tempo e danaro.Per l’Ape social il governo ha stanziato 300 milioni per l’anno in corso ma che non arriverà a spendere in quanto le maglie strette dei decreti attuativi ne limiterebbe molto gli aventi diritto così da poter esibire qualche risparmio alla UE.

Probabilmente i primi assegni saranno messi in pagamento nel mese di ottobre, in quanto l’Inps, raccolte tutte le richieste, verificati i requisiti, deve effettuare il cosiddetto monitoraggio, cioè una sorta di classifica fino al raggiungimento dell’importo dei 300 milioni stanziati. Il criterio che sarà seguito non sarà quello della data di presentazione, ma probabilmente dell’età anagrafica. L’assegno scatterà comunque da maggio 2017, mentre per coloro che saranno respinti per mancanza di capienza economica, verrano rinviati al 2018, ma la decorrenza in questo caso non sarà retroattiva.

Per discutere degli altri argomenti è stata fissata una scaletta di appuntamenti dove i singoli punti saranno esaminati e approfonditi così da poterli inserire nella prossima legge di bilancio. Fra gli altri un punto nodale è principalmente quello relativo al rilancio delle adesioni per la previdenza complementare dove si pensa di riattivare un altro semestre per il silenzio assenso oppure iscrivere automaticamente tutti i nuovi assunti con diritto di recesso dopo uno/due/tre anni.
Sulla complementare c’è da registrare anche un intervento di Cesare Damiano più o meno in linea con la direzione ipotizzata: “Non siamo più in grado di garantire ai giovani una pensione dignitosa” per questo “la pensione complementare diventa essenziale per raggiungere l’obiettivo pensionistico”. afferma il presidente della Commissione Lavoro della Camera che propone di “rendere obbligatorio, almeno nel privato, il versamento da parte del datore di lavoro per la pensione integrativa mantenendo la volontarietà per il lavoratore, anche se con forme di silenzio-assenzio”. Damiano dice di essere a favore di “mantenere la volontarietà dell’adesione per i lavoratori alla pensione complementare, ma forzando la mano e spingendo un po’”. Per questo, però, gli investimenti in fondi pensioni “devono avere una tassazione di vantaggio perché un conto è la speculazione finanziaria e un conto sono gli accantonamenti, spesso fatti con sacrifici, per la pensione”.
Per il prosieguo dei lavori sono stati fissati due nuovi appuntamenti per il 6 ed il 13 aprile prossimi.

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