Come valutare il proprio bisogno pensionistico

Scritto il alle 09:30 da [email protected]

L’esito poco felice della sottoscrizione dei Buoni quadriennali del Tesoro ha definitivamente cancellato il mitico “BOT People” che fra gli anni 70 e 80 era il principale sottoscrittore domestico dei titoli di debito italiano. Mutate le condizioni e gli scenari economici, gli investimenti dei piccoli e medi risparmiatori ha preso altre strade. Si sono rafforzati quelli nei Buoni Postali e sono cominciate a progredire gli investimenti nei fondi chiusi, nelle SIM, Sicav, polizze assicurative ed in ultimo, legate alla crisi del sistema previdenziale e alla sua incapacità di assicurare livelli pensionistici adeguati alle singole esigenze, alla previdenza complementare. La quasi debacle dell’ultima asta del Tesoro, su cui l’esecutivo confidava su un’abbondante sottoscrizione, perché gli italiani avrebbero sostenuto le politiche economiche “sovraniste contro i poteri forti e gli euro burocrati”, ha dimostrato che i risparmiatori italiani invece, nell’allocare le proprie risorse ci riflettono sopra e come. Una cosa è mettere un “like” sui social che non costano niente, un’altra è investire il peculio in situazioni abbastanza avventurose.
Bisogna partire da questo fatto per vedere più o meno razionalmente la stima dei bisogni previdenziali degli aderenti ad un fondo pensione come punto di partenza di questo processo.
Secondo Luca Di Gialleonardo, Mefop, il fondo pensione è attrattivo perché il suo obiettivo è quello di tutelare al massimo il risparmio che gli viene affidato in gestione. Massimizzare il rendimento a parità di rischio grazie anche alla fiscalità può aiutare il lavoratore a raggiungere un adeguato tenore di vita al pensionamento e, come ammortizzatore sociale aiutarlo a mantenerlo nei momenti di diminuzione o cessazione del reddito.
Se andiamo a riguardare il documento sulla politica di investimento della Covip del 2012, vediamo emergere alcune preziose indicazioni.
Innanzitutto il Consiglio d’ amministrazione di ciascuna forma pensionistica deve
deliberare un suo documento sulla politica di investimento che ha lo scopo di definire la strategia finanziaria che si intende attuare per l’impiego delle risorse affidate, combinazioni rischio-rendimento efficienti nell’arco temporale coerente con i bisogni previdenziali degli aderenti.
Il documento deve individuare:
– a) gli obiettivi da realizzare nella gestione finanziaria;
– b) i criteri da seguire nella sua attuazione;
– c) i compiti e le responsabilità dei soggetti coinvolti nel processo;
– d) il sistema di controllo e valutazione dei risultati conseguiti.
Naturalmente devono esporre gli aderenti a un livello di rischio ritenuto accettabile. Per il raggiungimento dell’obiettivo finale, la forma pensionistica definisce il numero di comparti che ritiene utile istituire, le loro combinazioni rischio-rendimento, l’eventuale presenza di
meccanismi life-cycle e il relativo funzionamento. A tale fine vanno attentamente analizzate le caratteristiche socio-demografiche della popolazione di riferimento e i suoi bisogni previdenziali.


Di converso il lavoratore deve valutare la probabilità di non disporre delle risorse necessarie per far fronte a una insufficienza del reddito futuro rispetto ai bisogni.
I pericoli maggiori possono venire da:
– Rischio di investimento
– Rischio inflazione
– Rischio politico
– Rischio longevità
– Rischi individuali
Il rischio/rendimento è l’aspetto principale per massimizzare la probabilità
di coprire il fabbisogno pensionistico partendo dall’individuazione della percentuale di copertura che gli offre il primo pilastro, così si è in grado di calcolare
la percentuale del gap da coprire, mentre i rischi individuali possono dipendere da una carriera più o meno dinamica e interruzioni di lavoro con conseguenti buchi contributivi. Il rischio della longevità è l’esasperazione statistica degli allungamenti della speranza di vita, mentre quello politico è che ti facciano una riforma pensionistica ad ogni nuovo governo con un continuo rimescolamento di regole che non rassicurano i diretti interessati che pertanto si rifugiano sempre di più nelle pensioni “private”, pagando e rischiando di tasca propria.
Un target tipizzato di un lavoratore di 33 anni che lavora da otto anni e che aderisce ora, con un reddito con crescita 2% oltre inflazione, senza interruzioni lavorative, andando in pensione a 67 anni avrà un tasso di sostituzione netto di primo pilastro del 70% . Essendo iscritto ad un fondo con un orizzonte temporale di oltre 30 anni, versando tutto il Tfr ed a regole fiscali immutate, raggiungerà, secondo le stime Mefop, un tasso di sostituzione netto superiore all’85%.
Per ottenere un tasso di sostituzione del 15% necessario per la colmatura del gap, il fondo deve assicurargli un rendimento netto oltre l’inflazione dell’1,63%.
Il fondo sceglie In via prudenziale, un rendimento annuo pari all’ inflazione + 1,7%.
Andando in pensione a 67 anni con una carriera discontinua e il tasso di copertura netto di primo pilastro sarebbe di circa 57%.
Con un tasso di copertura primo pilastro così basso, per arrivare a un 80% complessivo richiederebbe un versamento pari a un 15% del reddito netto, con un rendimento reale oltre il 2%. Naturalmente il conseguimento del tasso di sostituzione dell’80% è un obiettivo tendenziale. L’importante è garantirsi una rendita aggiuntiva che dà maggior corpo e peso alla pensione ordinaria, non l’unica strada percorribile per una vecchiaia serena, ma attualmente delle più probabilistiche e sicure.

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