Pensioni 2019: aspettando Godot

Scritto il alle 08:58 da [email protected]

L’Italia si appresta a celebrare il veglione di Capodanno e fare gli auguri per l’anno che verrà. Che anno verrà? Ognuno in cuor suo, me compreso, spera ardentemente che il nuovo sia decisamente diverso e migliore, non diciamo del “cambiamento”, ma certamente potrebbe essere l’anno dell’arrivo di Godot, il risolutore dei problemi. Perché di problemi da risolvere ce ne sono tanti, alcuni possibili ed altri un po’ meno. Ma se noi puntassimo solo a risolvere  quelli possibili, già questo basterebbe a dare una nuova connotazione all’anno che verrà. Intanto Babbo Natale non ha portato i previsti regali agli aspiranti pensionati, sia come quota 100 che come pensione di cittadinanza, ma ai pensionati in carica già ha portato il nuovo blocco della perequazione. Considerando che in un decennio di blocco perequativo si è perso mediamente 150 euro l’anno, in un decennio fanno 1500 che non saranno mai più recuperati. Poi mettiamoci i nuovi coefficienti di trasformazione che di per sé riducono di un altro 1% la pensione di chi se l’è guadagnata e vediamo che i pensionati hanno poco da festeggiare.


A legislazione vigente, in attesa del mitico decreto o dei decreti che porteranno a compimento l’abolizione della povertà, per andare in pensione di vecchiaia dal 1° gennaio 2019 occorreranno 67 anni compiuti, con l’esclusione di chi ha svolto lavori usuranti.
L’adeguamento con le aspettative di vita ha portato anche alla riduzione dei coefficienti di trasformazione utilizzati per il calcolo contributivo come è evidente nella tabella allegata  (ma per chi va in pensione a 71 l’aliquota aumenta).
Ecco i requisiti necessari:
• pensione di vecchiaia: 67 anni per tutti. con 20 anni di contributi;
• pensione di vecchiaia contributiva: I lavoratori in servizio dal 1° gennaio 1996, maturano il diritto alla pensione di vecchiaia con gli stessi requisiti di coloro che hanno il sistema retributivo-misto, 67 anni di età e 20 di contributi. A condizione però di maturare un importo della pensione superiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale (687 euro). In caso contrario accedono alla pensione di vecchiaia al compimento di 71 anni di età con almeno 5 anni di contribuzione “effettiva” (cioè obbligatoria, volontaria e da riscatto) . Vedremo questa norma come si andrà ad incastrare con la pensione di cittadinanza. Perché sarebbe veramente strano che chi non avesse mai lavorato avrebbe diritto ad una pensione al 67 anno di età, mentre nella fattispecie di prima si deve aspettare un bel po’.
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• pensione anticipata contributiva: da 63 anni e 7 mesi di età a 64 anni. L’anzianità contributiva resta pari a 20 anni, importo minimo 2,8 l’assegno sociale;
• pensione anticipata uomini: da 42 anni e 10 mesi a 43 anni e 3 mesi;
• pensione anticipata donne: 42 anni e 3 mesi;
• pensione anticipata lavoratori precoci passa da 41 anni a 41 anni e 5 mesi di anzianità contributiva.
Questi requisiti comporteranno dei cambiamenti anche per l’Ape Volontaria, se

Coeffiocienti di trasformazione del 2018 e per il 2019

prorogata.
Quindi, non si potrà utilizzare questo strumento prima del compimento dei 63 anni e 3 mesi. Nessuna novità invece per l’Ape Sociale poiché – salvo una proroga da parte del Governo – questo strumento non sarà confermato nel 2019.
Alcune categorie di lavoratori che potranno accedere alla pensione di vecchiaia all’età di 66 anni e 7 mesi, purché però abbiano maturato un’anzianità contributiva pari ad almeno 30 anni (e non 20).
Sono:
• lavoratori che per almeno metà della abbiano svolto un’attività considerata usurante;
• lavoratori che per almeno metà della carriera lavorativa o in almeno 7 anni degli ultimi 10 abbiano svolto dei turni notturni (di almeno 6 ore, per almeno 78 giorni l’anno);
• lavoratori che per almeno metà della carriera lavorativa o in almeno 7 anni degli ultimi 10 abbiano svolto un lavoro riconosciuto come gravoso.

Questi quindi potranno chiedere il blocco dell’età pensionabile inviando il modello predisposto dall’INPS on line o attraverso i patronati.
I media illustrando il prossimo provvedimento su quota 100 ripetono su per giù le cose già note, con un’unica rilevante novità ( negativa) che il Tfr dei pubblici dipendenti : invece di essere pagata contestualmente alla pensione oppure dopo 24 mesi come succede ordinariamente per i dimissionari, dovranno aspettare solamente 36 mesi.
Infine, ma non riguarda l’Italia, sembra che la Finlandia archivia il reddito di base universale. Lanciato sperimentalmente nel 2017, ad un campione di 2mila persone disoccupate tra i 25 e i 58 anni alle quali, grazie a uno stanziamento di 20 milioni di euro, è stato concesso una sorta di reddito di cittadinanza di 560 euro mensili esentasse per due anni, anche nel caso in cui – nel biennio in questione – avessero trovato lavoro. La mancanza di vincoli, a differenza di altre provvidenze destinate ai disoccupati, è stato l’elemento caratterizzante di questo reddito di base universale ai fini del reinserimento nel mercato del lavoro. Il governo finlandese ha deciso contro tutte le aspettative di non prorogare la sperimentazione, decisione che viene interpretata come una bocciatura. Invece il governo finnico afferma semplicemente che si sta procedendo alla valutazione dei risultati che saranno resi noti non prime del febbraio prossimo.

 

 

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