Alla ricerca di un baricentro fra Ape sociale e quota 100

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Dopo l’intervento draconiano della legge Monti Fornero sulle pensioni di cui sono stati ampliamenti sviscerati cause, effetti e richieste di modifica o di abolizione tout court, il nucleo centrale delle richieste si è incentrato sulla necessità di introdurre elementi di flessibilità in uscita per rompere la rigidità dell’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita, meccanismo che fa sembrare il requisito dell’età praticamente irraggiungibile, perché si sposta continuamente in avanti. Prima è stato innalzato il limite di età da 65 all’attuale 67 per gli uomini e le donne stavano un passettino indietro, ma ora 67 anni sono necessari per uomini e donne. A tal proposito voglio ricordare che quando la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 Novembre 2008 impose l’equiparazione dell’età pensionabile nel pubblico impiego uomo-donna, si affermò solennemente che i risparmi così ottenuti sarebbero stati riversati nel welfare femminile, facendoli confluire in un Fondo strategico a sostegno dell’economia reale, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri per finanziare interventi dedicati a politiche sociali e familiari cosa che, tranne pochi pannicelli caldi, non è successo praticamente nulla, come dimostra l’opzione donna. Si garantisce il pensionamento anticipato, ma si decurta l’assegno del 20/30%.
Le richieste di flessibilità sono diventate più pressanti e sostanzialmente accoglibili quando nel 2015 si pensava che l’Italia fosse definitivamente uscita dalla crisi innestatasi nel 2007. Ma poiché a noi stare tranquilli non ci deve piacere molto, da metà di quest’anno si è fatto di tutto per far precipitare le cose, facendo fuggire i capitali e spingendo in alto le spread: Siamo in recessione tecnica, ma almeno abbiamo bloccato la Tav e le trivelle ed altro bloccheremo.
Una prima richiesta di quota 100 venne da Cesare Damiano allora presidente della Commissione lavoro della Camera e da Pier Paolo Baretta, sottosegretario al Tesoro ( XVII Leg.). Ma fu fatta cadere subito per l’eccessiva onerosità, 5 miliardi. Tuttavia le forze politico sindacali si erano messe in moto di fronte all’ineluttabilità del problema e perché non tutti i lavori sono uguali. Una cosa è fare il palombaro, un’altra il docente, sapendo che ogni anticipo pensionistico costa. Per ogni anno di anticipo ci sarà un anno di versamento contributivo all’Inps in meno ed un anno di pensione da pagare in più.
Quindi dopo la ripresa dei confronti con i sindacati che erano stati congelati per un bel pezzo, si arrivò agli anticipi pensionistici, le famose Ape ed i lavoratori precoci.
Il ragionamento in sostanza fu questo. L’impianto della Fornero non si tocca, impostazione nei fatti condivisa anche dall’attuale governo, tuttavia poiché ci sono delle situazioni che meritano tutela, per queste si può consentire di poter andare in pensione prima, a partire dai 63 anni.

Le situazioni degne di tutela sono state:
Ape Volontario per i lavoratori che a prescindere da qualsiasi considerazione vogliono andare a casa,
Ape sociale peri lavoratori che si trovano in particolari situazioni ( invalidi, disoccupati, coloro che assistono un familiare con handicap grave. Possono accedere alla pensione con 30 anni di contributi e 63 di età.
Poi ci sono i dipendenti che hanno svolto lavori usuranti, per i quali però l’età è la stessa, ma la contribuzione sale a 36 anni.
L’ape sociale è un’indennità pari all’importo lordo mensile della pensione maturata entro un importo massimo di 1.500 euro al mese per 12 mensilità. Al compimento dell’età pensionabile ( 67 anni nel 2019/20), l ‘assegno si trasforma in pensione di vecchiaia.
Per le donne il requisito contributivo può essere ridotto fino ad un un massimo di due anni per due figli o più figli con la riduzione da 30 anni di contributi a 28 oppure da 36 a 34 anni di contributi.

Ape aziendale. Lavoratori con le stesse caratteristiche il cui costo è a carico dell’azienda.
Poi si sono i lavoratori precoci, coloro che hanno un anno di contributi prima del 19 anno di età.
In ultimo l’opzione donna.
Queste misure sono prorogate con lo stesso provvedimento che introduce quota 100.
Quota 100 spetterà a tutti coloro che possono vantare 62 anni di età ( un anno prima di quella prevista per l’ape) e 38 anni di contributi ( due anni di versamento in più).
Chiaramente quota 100  ripropone lo stesso problema delle risorse per cui la proposta Damiano-Baretta era stata accantonata e per evitarlo il nuovo provvedimento inserisce una clausola di salvaguardia specifica.
Ora qual è il problema.
L’ape sociale e gli altri istituti collegati, dovevano coniugare l’esigenza di fornire una valvola di uscita pensionistica con quella di contenere la spesa pubblica in ambiti accettabili, stimando in una platea consistente, su 60.000 potenziali richiedenti all’anno. Invece per l’ape sociale, i lavoratori precoci e opzione donna, l’anno scorso le domande accolte sono intorno alle 10.000, mentre per quota 100 nel triennio di sperimentazione dovrebbero poter arrivare fino ad 1.000.000.
E’ evidente la sproporzione fra i due istituti.
Ha pesato sull’Ape sociale la complessità dell’accertamento del diritto, quali la dimostrazione di aver svolto per il periodo richiesto il lavoro usurante, la qualifica Ateco posseduta, il tariffario Inail poi abolito eccetera. Fra le cause di rigetto, la prima in classifica riguarda il riconoscimento dello stato di disoccupazione.
Anche pochi giorni di lavoro occasionale, successivo a tale periodo, fa perdere il diritto all’Ape sociale. Nel respingere le domande si dimentica che si tratta di redditi che non incidono sullo stato di disoccupazione.
Poi ci sono casi di domande respinte con motivazioni generiche o senza alcuna motivazione, comunque tali da non mettere il lavoratore nelle condizioni di produrre ulteriore documentazione. Per quota cento basterà l’estratto contributivo e il certificato di nascita.
E’ ovvio che il punto di partenza se si vuole mantenere la flessibilità in termini sostenibili, è necessaria una profonda riforma dell’istituto dell’ape sociale, innanzitutto ripristinando le Commissioni tecniche varate con la legge di bilancio 2018 e mai insediate, quelle sulla gravosità dei lavori e quello dell’incidenza sulle aspettative di vita ed in ultimo, si dovrebbe aggiungere, la riforma del calcolo dei coefficienti di trasformazione, di cui tanto si parla, ma poi viene messa nei dimenticatoio.

Nel triennio di sperimentazione di quota 100 bisognerà trovare una soluzione che unisca le due misure, quota 100 ed ape sociale, un baricentro economicamente autosostenibile all’interno del perimentro della spesa previdenziale senza gravare sul debito pubblico che poi si scatrica sulle future generazioni, atte a soddisfare l’esigenza di andare in pensione sufficientemente prima quando esistono comprovate esigenze individuali.

 

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