Pensione di cittadinanza e pensione di garanzia

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Il reddito di cittadinanza ti potrebbe accompagnare per tutta la vita. Ed è una bella cosa perché si può trasformare in pensione di cittadinanza per i soggetti di età pari o superiore a 67 anni, con il possesso degli stessi requisiti richiesti per ottenere il reddito di cittadinanza e cioè essere cittadini italiani o europei o risiedere in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo, avere un ISEE familiare inferiore a 9.360 euro all’anno, un patrimonio immobiliare, diverso dalla prima casa, fino a 30.000 euro e un reddito annuo inferiore a 6.000 euro (8.000 euro per le coppie).
Se il pensionato vive solo, la sua pensione di cittadinanza sarà di 780 euro, di cui 150 euro per il pagamento dell’affitto; per una coppia ammonterà a 1.032 euro, di cui 150 sempre per l’affitto. Di contributi versati all’Inps non se ne rileva l’obbligo da nessuna parte.
Chi invece ha lavorato per  20 anni, versando i relativi contributi nel sistema contributivo, potrà andare in pensione a 67 anni se l’ assegno maturato sarà  pari almeno a 690 euro mensili ( una volta e mezzo l’assegno sociale). Se non ha maturato questo importo dovrà lavorare fino a 71 anni.
Diverso è il concetto delle pensione di garanzia almeno in base alle teorizzazioni fatte finora prima della pensione di cittadinanza; non è una prestazione assistenziale e mira a garantire una pensione adeguata a chi ha lavorato tutta la vita. Poi dobbiamo vedere le cose come si incastrano e se la pensione di vecchiaia contributiva, cioè di chi ha lavorato, avrà lo stesso importo di quella di cittadinanza. In ogni caso non viene salvaguardato il principio di equità, cioè pari risultato correlato agli stessi sforzi.
Il sistema contributivo vigente assicura l’equità in quanto ogni euro di contributo riceve per tutti i lavoratori, lo stesso tasso di rendimento, tiene conto degli anni di versamento, dell’età del ritiro e dall’andamento del PIL. Ma non sempre basta la neutralità attuariale per garantire l’equità: Apparentemente con il sistema contributivo scompare il rischio di inadeguatezza specialmente tramite la leva costituita dall’aumento dell’età pensionabile e l’aggancio ad un importo minimo, correndo così il rischio che per non essere pensionato povero si diventa un anziano disoccupato ( e povero lo stesso). Per costruire un’equità sostanziale bisognerebbe tener conto delle differenze di carriera e delle differenze di mortalità delle categorie lavorative. Le domande da porsi riguardano quanti riusciranno a versare a lungo contribuzioni adeguate, quanti riusciranno a lavorare fino a settant’anni e se c’è un rimedio contro le contribuzioni basse e discontinue.
I modelli econometrici hanno come focus un modello teorico basato su un lavoratore a tempo indeterminato con un accumulo contributivo costante e non tengono conto di situazioni con bassi o addirittura zero salari, anni con i buchi contributivi e con le aliquote di trasformazione che diventano sempre più basse non solo per l’aspettativa vita ma perché sono legate al Pil. Pur rallegrandoci  per la crescita del Pil dello 0,6% stimato per quest’anno, ,per quanto non  entusiasmante, tuttavia non è in territorio negativo e nessuno crede che potrà mai arrivare a raggiungere l’1% o il fantomatico 1,5% come alcune anime belle assicurano.
Per non aggravarlo ( il Pil) bisogna quindi pensare a compensazioni non assistenziali ma previdenziali e su base individuale,  dando uno spazio maggiore ai fondi pensione magari anche con forme parziali di decontribuzione e riorientando conseguentemente il welfare aziendale che non può essere disperso in mille rivoli e rivoletti.. Devono essere possibili misure ex ante quando cioè si pagano i contributi ed ex post quando si ricevono le prestazioni.
Le misure possibili innanzitutto devono partire dalla possibilità di dare rendimenti progressivi con maggiori aliquote di computo, finanziate anche dalla fiscalità, oppure erogare una quota fissa di pensione su cui aggiungere quella maturata. E introdurre una flat tax  esclusivamente pensionistica, per esempio pari al23/ 26% per tutti.
Bisogna introdurre un elemento di garanzia nella formula di calcolo contributivo perchè non  si può attuare la scorciatoia della pensione di base in quanto non differenzia l’importo in ragione della carriera previdenziale e non realizza un fine tuning, cioè di un monitoraggio costante dell’intervento governativo a tutela dei soli individui con carriere svantaggiate conseguenti a fluttuazioni economiche, di mercato del lavoro eccetera.
Caratteristiche la pensione contributiva di garanzia dovrebbe identificare con un reddito da pensione certo  a 67 anni + 20  anni di contributi effettivi, riscattati o ricongiunti ed esprimere una percentuale del salario medio pari al 60 per cento se inferiore. Questo approccio consente di recuperare e rendere applicabile lo spirito del protocollo sul Welfare nel 2007. Fatte le opportune proporzioni con le risorse stanziate con la legge di bilancio 2019 e quello che sarà speso effettivamente con un debito implicito,  per realizzare  il reddito ( e pensione di cittadinanza) e quota 100), l’impatto sulla spesa pubblica è assolutamente irrilevante: il costo per il bilancio dipenderà da dove si fissa la soglia di garanzia, delle future dinamiche del mercato del lavoro e almeno un quarto della spesa assorbirà quella per prestazioni assistenziali destinate al contrasto della povertà.

Le misure relative al riscatto della laurea e dei vuoti contributivi previsti nello stesso provvedimento, il c.d. decretone che introduce la pensione di cittadinanza, si possono leggere nell’ottica di un inizio di percorso che può sfociare nella pensione di garanzia. Essa in effetti va ad assorbire l’assegno sociale elevandone gli importi. Il riscatto di laurea previsto dà la possibilità, nel triennio di sperimentazione 2019-2021, per coloro che hanno meno di 45 anni, che hanno cominciato a lavorare dal 1996, di riscattare fino a cinque anni di studio, anche non continuativi, a condizioni agevolate. Il reddito di riferimento per il calcolo del costo del riscatto è quello della Gestione Artigiani e Commercianti, di 15.878 euro per il 2019. Così, ad esempio, chi intende riscattare la laurea triennale pagherà circa 15.700 euro anche in 60 rate mensili, ed è detraibile nella misura del 50%. L’agevolazione riguarda anche i periodi privi di contributi. E’ una misura che favorisce in ogni caso il risparmio previdenziale  perché attiva gli interessati a fare delle scelte, cioè se con 15.000 euro vale la pena aumentare di 3 anni l’anzianità lavorativa rispetto a chi non lo fa, se poi il possibile traguardo atteso è uguale per tutti? Infatti ha un senso se contribuisce ad un importo aggiuntivo di pensione se no è irragionevole pagare 15.000 euro ed aver diritto allo stesso importo di chi magari non ne ha versato neppure uno all’Inps. E’ ragionevole invece che con gli stesi soldi si stipula una polizza vita oppure si aderisce alla previdenza complementare. Così si rischia di svuotare la previdenza pubblica in favore di quella privata.

 

 

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