Quello che manca al Decretone sul reddito e pensioni

Scritto il alle 09:09 da [email protected]

Finalmente il decreto legge, DL 28/1/2019, n. 4 che istituisce il reddito di cittadinanza e la quota 100 è  in vigore. I media si diffondono nelle dovute informazioni sia tecniche che di natura politica, altri danno conto dell’intasamento, ampiamente previsto, all’Inps e agli Uffici dei Patronati specie al sud, come si peritano di far notare i quotidiani del Nord. La complessa macchina burocratica si è  messa in moto e appena saranno approntati ed emanati i vari decreti attuativi, una ventina, i regolamenti, le circolari concertate fra Mef, Lavoro ed Inps, sperando che nel frattempo non sia trascorso  il periodo di sperimentazione previsto per quota 100, triennio 2019/21, già dal monitoraggio della spesa dovrebbo poter capire i trend effettivi sia sul reddito che su quota 100. E’ un’inversione di tendenza rispetto alle politiche di non aggravamento dei conti pubblici perseguita fino all’inizio dello scorso anno, quella di contenere l’aumento della spesa nel settore del welfare. Ed infatti anche se impopolare, lentamente l’economia si stava rimettendo in sesto. Ora si spera di riparare ai guasti prodotti con l’incitamento alla fuga dei capitali e all’aumento dello spread, con il finanziamento della grande distribuzione dei supermercati. Infatti l’obbligo di spendere totalmente il reddito di cittadinanza, a questo poi si ridurrà. Ma ciò detto,, non si sa  quanto consapevolmente o meno nel decretone e prima ancora nella legge di bilancio 2019, mancano delle misure che pure erano richieste ed in parte addirittura necessarie, quelle sulla previdenza complementare e sui fondi sanitari integrativi.
Dando per scontata l’inadeguatezza dei trattamenti pensionistici pubblici, la previdenza complementare consente di avere una pensione integrativa che si aggiunge a quella obbligatoria ma non la sostituisce. Interessa i dipendenti pubblici e privati, i lavoratori autonomi, i liberi professionisti, i soci di cooperative, i cittadini titolari di redditi diversi da quelli da lavoro e i familiari a carico.
È fondata su un sistema di finanziamento a capitalizzazione, che significa capitali che girano, producono ricchezza, irpef e vantaggi agli iscritti. Per ogni iscritto viene creato un conto individuale nel quale affluiscono i versamenti che vengono poi investiti nel mercato finanziario da gestori specializzati (in azioni, titoli di Stato, titoli obbligazionari, quote di fondi comuni di investimento ecc.) e che producono, nel tempo, rendimenti variabili in funzione dell’andamento dei mercati e delle scelte di gestione.
La Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip) ha il compito di vigilare e garantire trasparenza e correttezza dei comportamenti delle forme pensionistiche complementari. Al momento del pensionamento all’iscritto sarà liquidata una rendita aggiuntiva alla pensione in base ai contributi versati, comprensiva dei risultati della gestione finanziaria. A tutt’oggi stenta a diventare una scelta comune e rimane un fenomeno elitario, pur interessando oggi una platea di circa 8 milioni di iscritti. Ci si aspettava delle misure di rilancio, anche perché la previdenza complementare se la pagano i diretti interessati e non grava sul bilancio statale. Forse  è stata tenuta da parte proprio per questo.
Discorso analogo si può fare per i fondi sanitari integrativi, dove la necessità di intervento è ancora più urgente in quanto mentre per la complementare esistono binari univoci di funzionamento, investimenti e prestazioni, qui siamo ancora un po’ nelle vaste praterie del Far West aperto a tutte le scorribande.
Si doveva approfittare dei 40 anni della nascita del SSN, uno dei più efficienti e meno costoso del mondo ( si è così) anche se il livello delle prestazioni non è uniforme in tutto il paese, se no non ci sarebbe il tragico fenomeno del turismo sanitario ( da Sud a nord) e che sarà ancora più aggravato dalla imminente autonomia accordata alle ricche regioni della Lombardia, Veneto e insolitamente, per una regione famosa per la solidarietà sociale, anche dell’Emilia Romagna.
In parallelo con il fondo pensione complementare, il fondo sanitario costituisce l’altro  pezzo di quel welfare integrativo per fornire ai cittadini prestazioni aggiuntive a quelle fornite dal SSN. Per Mefop ormai anche il sistema sanitario in Italia è costruito su più pilastri:
1) La sanità pubblica, ovvero il Servizio Sanitario Nazionale, si basa su tre principi fondamentali:
Universalità: tutta la popolazione può accedere ai servizi erogati dall Ssn.
Uguaglianza: I cittadini devono accedere alle prestazioni del Ssn senza nessuna distinzione di condizioni individuali, sociali ed economiche
Equità: A tutti i cittadini deve essere garantita parità di accesso in rapporto a uguali bisogni di salute.
2) La sanità integrativa di natura collettiva o individuale, ovvero i fondi sanitari che prestano servizi, attività e prestazioni sanitarie che integrano quelle del Servizio Sanitario Nazionale.
Mefop poi precisa che le forme di assistenza sanitaria integrativa, offrono servizi, attività e prestazioni:
– integrative (o complementari);
– aggiuntive (o supplementari)
– sostitutive (o duplicative)
rispetto a quelle comprese nei livelli uniformi ed essenziali di assistenza garantite dal sistema pubblico.

Ma le cose non stanno esattamente così. Il 23 gennaio 2019 in un’audizione alla Commissione Affari Sociali della Camera sui fondi integrativi sanitari sono state illustrate le analisi fatte da Report Osservatorio GIMBE 1/2019 ,la sanità integrativa è uno strumento compromesso da una normativa frammentata e incompleta. Una situazione che da un lato ha permesso ai fondi integrativi di diventare prevalentemente sostitutivi mantenendo le agevolazioni fiscali, dall’altro consente alle compagnie assicurative di intervenire come “ri-assicuratori” e gestori dei fondi in un ecosistema creato per enti no-profit, oltre che di riempire i fondi con prestazioni sanitarie che alimentano il consumismo e rischiano di danneggiare la salute che si prefiggono di tutelare.

E’ inderogabile un riordino legislativo in grado fissare stabilmente il ruolo della sanità integrativa esclusivamente su prestazioni non incluse nei LEA (Livelli essenziali di assistenza) avendo cura che gli i incentivi fiscali non vengano utilizzati per alimentare i profitti dell’intermediazione finanziaria e assicurativa.
Secondo la Fondazione GIMBE occorrerebbe:
Rimodulare i criteri di detrazione fiscale innalzando la quota di risorse vincolate a prestazioni extra-LEA dall’attuale 20% all’80% o in alternativa consentire la detrazione fiscale solo per le prestazioni extra-LEA.
• Rendere accessibile l’anagrafe dei fondi sanitari integrativi, con l’obiettivo di favorire il controllo diffuso sull’operato delle Istituzioni e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.
• Disciplinare con un regolamento l’ordinamento dei fondi sanitari, espandendo ed aggiornando quanto già previsto dal comma 8 dell’art. 9 della L. 502/1992.
• Varare un sistema di accreditamento pubblico delle compagnie assicurative che possono operare in sanità, identificando requisiti validi su tutto il territorio nazionale
• Regolamentare i rapporti tra compagnie assicurative (profit) e fondi sanitari integrativi (no-profit), per impedire che gli incentivi fiscali alimentino i profitti dell’intermediazione finanziaria e assicurativa.

 

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