Censis-Eudaimon: Presentato il 2° Rapporto sul welfare aziendale

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Occupazione: lavorare in pochi, lavorare troppo, il paradosso italiano.
Buoni pasto, assistenza sanitaria, orari flessibili e convenzioni per acquisti a prezzi scontati sono le misure di welfare più utilizzate oggi dalle aziende in favore dei loro dipendenti. Gli strumenti di welfare aziendale vengono scelti soprattutto per ridurre la conflittualità e migliorare il clima lavorativo (36,7%), per ridimensionare il turn over (24,1%) e per incrementare la presenza femminile in azienda (20,3%).
Secondo i Consulenti del Lavoro,sono dieci le aree di welfare aziendale più frequenti: formazione e sostegno alla mobilità, assicurazione per dipendenti e famiglie, sostengo economico ai dipendenti, previdenza integrativa, sanità integrativa, sicurezza e prevenzione incidenti, pari opportunità e sostegno genitori, welfare allargato e territorio, integrazione sociale e soggetti deboli, conciliazione vita e lavoro.

Il lavoro visto e vissuto dai lavoratori italiani: ecco il focus del 2° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale presentato a Roma il 30 gennaio 2019. I risultati consentono di capire come il welfare aziendale può contribuire a migliorare il benessere di lavoratori alle prese con sempre più ampie disparità in azienda e nuove paure per il proprio lavoro. Una operazione verità sugli italiani ed il lavoro  Nel nostro Paese si creano meno posti di lavoro che altrove e per i giovani c’è un futuro da camerieri o commessi. Crescono le disuguaglianze retributive tra operai, impiegati e dirigenti.
L’Italia crea meno posti di lavoro degli altri Paesi europei. Negli ultimi dieci anni (2007-2017) il numero di occupati in Italia è diminuito dello 0,3%, è invece aumentato in Germania (+8,2%), Regno Unito (+7,6%), Francia (+4,1%) e nella media dell’Unione europea (+2,5%). Nel Sud il tasso di occupazione è pari al 34,3% (2,9 punti percentuali in meno di differenza rispetto al 2007), al Centro è al 47,4% (lo 0,4% in meno), nel Nord-Ovest al 49,7% (l’1,1% in meno), nel Nord-Est al 51,1% (l’1,3% in meno). Non solo creiamo meno lavoro degli altri Paesi, ma ne distruggiamo di più proprio dove ce n’è di meno: il Mezzogiorno.
Giovani camerieri, anziani dipendenti pubblici. Vent’anni fa, nel 1997, i giovani di 15-34 anni rappresentavano il 39,6% degli occupati, nel 2017 sono scesi al 22,1%. Le persone con 55 anni e oltre erano il 10,8%, ora sono il 20,4%. I lavoratori «anziani» hanno un’alta presenza nella pubblica amministrazione (il 31,6% del totale, con una differenza di 13,5 punti percentuali in più rispetto al 2011) e nei settori istruzione, sanità e servizi sociali (il 29,6%, il 7,4% in più). I millennial invece sono più presenti nel settore alberghi e ristoranti (39%) e nel commercio (27,7%).
Retribuzioni: ceto medio impiegatizio e operai sempre più lontani dai dirigenti. Rispetto al 1998, nel 2016 il reddito individuale da lavoro dipendente degli operai è diminuito del 2,7% e quello degli impiegati si è ridotto del 2,6%, mentre quello dei dirigenti è aumentato del 9,4%. Nel 1998 il reddito da lavoro dipendente di un operaio era pari al 45,9% di quello di un dirigente ed è diminuito al 40,9% nel 2016. Quello di un impiegato era il 59,9% di quello di un dirigente e si è ridotto al 53,4% nel 2016. Le retribuzioni da lavoro dipendente degli impiegati sono sempre più schiacciate su quelle degli operai e sempre più distanti da quelle dei dirigenti.
E chi lavora, lavora sempre di più. Il 50,6% dei lavoratori afferma che negli ultimi anni si lavora di più, con orari più lunghi e con maggiore intensità. Sono 2,1 milioni i lavoratori dipendenti che svolgono turni di notte, 4 milioni lavorano di domenica e nei giorni festivi, 4,1 milioni lavorano da casa oltre l’orario di lavoro con e-mail e altri strumenti digitali, 4,8 milioni lavorano oltre l’orario senza il pagamento degli straordinari. Gli effetti patologici dell’intensificazione del lavoro sono rilevanti. A causa del lavoro, 5,3 milioni di lavoratori dipendenti provano i sintomi dello stress (spossatezza, mal di testa, insonnia, ansia, attacchi di panico, depressione), 4,5 milioni non hanno tempo da dedicare a se stessi (per gli hobby, lo svago, il riposo), 2,4 milioni vivono contrasti in famiglia perché lavorano troppo.

La riduzione del benessere dei lavoratori trova una risposta nel welfare aziendale. Da una indagine su 7.000 lavoratori che beneficiano di prestazioni di welfare aziendale risulta che l’80% ha espresso una valutazione positiva, di cui il 56% ottima e il 24% buona. Tra i desideri dei lavoratori, al primo posto c’è la tutela della salute con iniziative di prevenzione e assistenza (42,5%), seguono i servizi di supporto per la famiglia (servizi per i figli e per i familiari anziani) (37,8%), le misure di integrazione del potere d’acquisto (34,5%), i servizi per il tempo libero (banca delle ore e viaggi) (27,3%), i servizi per gestire meglio il proprio tempo (soluzioni per risolvere incombenze burocratiche e il disbrigo delle commissioni) (26,5%), infine la consulenza e il supporto per lo smart working (23,3%).
La ricerca evidenzia, un po’ a sorpresa rispetto al pessimismo dilagante, che ci sono le condizioni migliori per fare del welfare aziendale la leva con cui coinvolgere i collaboratori, far convergere i loro interessi con quelli dell’impresa e creare una comunità al lavoro. Ma crea ulteriori sperequazioni di chi può avere questi benefit, come i dipendenti delle grandi imprese e chi se li sogna.

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1 commento Commenta
pupola09
Scritto il 1 febbraio 2019 at 09:24

Per ora vedo molta aria fritta. Da dipendente di azienda che ha attivato il welfare aziendale e che lo ha sperimentato il bilancio è ampiamente negativo.
Procedure farraginose per avere un rimborso.
Le somme accreditate sono solo quelle defalcate dallo stipendio.
Perdendo i relativi contributi previdenziali.
Sarebbe bello se:
le richieste di rimborso fossero semplici e se l’azienda versasse qualche soldino della quota parte che risparmia non versando i contributi previdenziali.
Magari ci fosse un sindacato attento a questi temi….

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