Non dimentichiamoci della previdenza complementare

Scritto il alle 08:58 da [email protected]

Le domande di pensioni per quota cento aumentano giorno per giorno, fino ad ieri l’Inps aveva dichiarato di averne avute oltre 35 mila, presumibilmente solo per il settore privato, perché i dipendenti pubblici prima devono presentare la domanda di preavviso con sei mesi di anticipo e perciò al momento sono esclusi dal calcolo. Naturalmente le amministrazioni, specie quelle sanitarie, sono in vivo allarme, perché i dipendenti pubblici che hanno maturato i requisiti dei 62 anni di età e 38 di servizio, sono moltissimi, complessivamente circa 150.000 a cui si vanno ad aggiungere quelli che andranno  comunque in pensione seguendo i ordinari percorsi, in primis la pensione di vecchiaia. Si calcola altri 100.000. Con duecentocinquantamila dipendenti in pensione si svuoterebbero interi ospedali, dai portantini ai primari e tutti i ministeri che contano  circa 300.000 dipendenti. In realtà nel settore pubblico di preavvisi pensionistici non ne sono stati presentati molti. Perché quota 100 è stata istituita con un decreto legge e gli statali sono abituati a prendere con le pinze questi provvedimenti. Perché il decreto legge è efficace immediatamente, ma poi deve essere convertito in legge entro 60 giorni. Molte volte è successo che un provvedimento partorito in un modo, è stato convertito in un altro. Così sono stati molti i pubblici dipendenti che hanno presentato domanda di dimissioni con riserva di ritirarle se il provvedimento (di quota 100) viene modificato in pejus. L’Inps ha opinato che le dimissioni sono un atto unilaterale del dipendente per cui non si accettano riserve e la domanda con riserva non viene presa in considerazione. In altri termini la domanda di quota 100 sarebbe irrevocabile. Questo ha bloccato parecchi entusiasmi, tanto si tratta di aspettare a marzo, entro il termine di conversione e poi si vede.
Ma perché questa nuova modalità di pensionamento ha un appeal così alto, nonostante l’assegno sia significativamente ridotto rispetto a quello che si sarebbe maturato all’età legale di pensionamento e  per alcune categorie, medici, impiegati, quadri, 62 anni non sia un’età avanzata e la legge impedisce di svolgere una qualsiasi altra attività che non sia quella occasionale o, più probabile, di lavoro nero?
Diciamo che ognuno ha una sua motivazione, una sua spiegazione. Se mettiamo assieme tutte le motivazioni e spiegazioni vediamo che fondamentalmente sono due che sopravanzano tutte le altre:
1 – la sperimentalità della misura, valida fino al 2021 e il “contingentamento” dell’accoglimento  rispetto alle somme stanziate a seguito di un possibile monitoraggio negativo della spesa.. Questi due paletti hanno avuto l’effetto di moltiplicatore delle domande.
2 – l’assoluta mancanza di fiducia per il futuro: Pochi ormai credono che la situazione migliorerà sia dal punto di vista del lavoro che dal punto di vista delle pensioni. Oggi sfidando questo mondo e quell’altro, si può andare in pensione sia per motivate esigenze, come prevede l’ape sociale, sia dal timore che passata questa sbornia, qualcuno presenterà il conto reale da pagare ( i mercati, la UE, il FMI) e potrebbe sbucare fuori una Fornero bis da far sembrare rose e fiori il sistema varato nel 2011, come è successo in Grecia nel 2015.
In questo scenario, di fronte agli assegni ridotti per quota 100 ci si pone una domanda semplice. Quanti di questi aspiranti pensionati sono iscritti alla previdenza complementare.  A  posteriori si potranno avere le cifre esatte, per ora si può azzardare a rispondere: molto pochi. Costoro cumulando l’assegno maturato con 62 anni  e l’integrazione pensionistica della complementare, sommando le due rendite,  non avrebbero avuto nessuna remissione. Inoltre avrebbero potuto incassare fino al 50% del montante accumulato in unica soluzione senza dover chiedere nessun finanziamento bancario, come è previsto per gli statali.   Ma ormai di pensione complementare non ne parla più nessuno, anche perchè dopo più di 8 mesi dall’insediamento dell’attuale governo, il differenziale titoli italiani/titoli tedeschi continua a tracimare e la cosa non deve essere sottovalutata, anche dal punto di vista previdenziale. Il governo concentrando i suoi sforzi sul reddito di cittadinanza e su quota 100, non ha messo in campo nessuna misura concreta di rilancio della previdenza complementare.
Niente riordino fiscale o riduzione delle aliquote, interventi sul welfare aziendale e sui fondi sanitari. Così il settore invece di rilanciarlo, lo si fa diventare anemico, mentre è determinante sia per gli interessati che per l’economia del paese in quanto le somme raccolte con la complementare non vengono tenute sotto la mattonella, ma vengono investiti. Ma forse quest’aspetto non a tutti interessa.

Camillo Linguella

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1 commento Commenta
vuvuzela
Scritto il 14 febbraio 2019 at 09:05

Gli interventi sul welfare aziendale potrebbero farlo direttamente le aziende. Se una piccola impresa come la Lamina di Rho ha sborsato senza batter ciglio 4 milioni per risarcire gli operai morti nell’incidente noto, mi sembra di capire che le aziende non se la passano poi così male, nonostante abbaiano alla luna da tempi immemori.

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