La spesa previdenziale va bene, ma rischia per il futuro

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Lo scorso 13 febbraio 2019 è stato presentato presso la Camera dei Deputati, a Roma, nella Sala della Lupa, il  VI Rapporto su “Il Bilancio del sistema previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza”.
In apertura i componenti del Comitato Tecnico Scientifico di Itinerari Previdenziali, coordinato da Alberto Brambilla, hanno presentato i tratti salienti del  Rapporto, offrendo ai partecipanti un quadro sulla sostenibilità finanziaria e sociale del sistema pensionistico italiano e i loro riflessi sulle variabili economiche.
Il Rapporto rappresenta l’unico strumento disponibile in grado di dare, in un solo documento, sia una visione d’insieme del complesso sistema previdenziale, sia
di fornire una riclassificazione della spesa inserita nel più ampio bilancio dello Stato, fornendo così una serie di dati utili alla gestione di una spesa superiore alla metà
dell’intera spesa pubblica.
Il Rapporto fino al 2012 è stato redatto dal Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale (NUVASP) poi più niente. Si è creato così un vuoto non coperto, se non in modo parziale, da altre pubblicazioni, per colmare il quale, è stata ricostruita con un lungo e complessolavoro di “data entry”.
Il Sesto Rapporto, sulla base dei dati forniti dagli Enti di Previdenza, illustra gli andamenti della spesa pensionistica, delle gestioni pubbliche e privatizzate che compongono il sistema pensionistico obbligatorio del nostro Paese.
“I dati emersi evidenziano segnali di miglioramento, ma una spesa assistenziale fuori controllo e una macchina organizzativa spesso inefficiente e inefficace nei controlli minacciano la sostenibilità del sistema di protezione sociale” afferma il prof Brambilla. Nel 2017 è ancora diminuito il numero dei pensionati, che si sono attestati a 16.041.852, cioè il miglior risultato degli ultimi 25 anni; una tendenza virtuosa che è proseguita nel 2018, con un calo di circa 25 mila unità. Le pensioni nel 2017 sono costate 220 miliardi che, al netto dell’assistenza, sono 201 miliardi (11,74% di incidenza sul PIL, molto meno dell’oltre 14% indicato da Istat) ma, al netto dei circa 50 miliardi di Irpef, costano allo Stato 151 miliardi contro i 185,5 miliardi di contributi versati dalla produzione, con un attivo quindi di

Prof. A. Brambilla

oltre 34 miliardi.

I punti critici
Il numero delle prestazioni invece è aumentato a circa 23 milioni, con una riduzione delle pensioni e un aumento di quelle assistenziali che ormai rappresentano il 50% delle prestazioni liquidate dall’INPS: un dato abnorme che cresce di anno in anno. Nel 2008 i trasferimenti a carico della fiscalità generale per finanziare l’assistenza valevano 73 miliardi; nel 2017 hanno raggiunto i 110,15 miliardi (+ 50% in soli 10 anni), cui si dovrebbero sommare i circa 10 miliardi spesi dagli enti locali per l’assistenza (stima RGS) e gli oltre 12 miliardi di euro spesi dagli enti locali e dalle istituzioni centrali per la funzione casa, per un totale di 130 miliardi e con un tasso annuo di aumento del 5,32% (contro, rispettivamente, i 151 miliardi e lo 0,88% delle pensioni).
Oltre la metà dei pensionati è totalmente o parzialmente assistita dallo Stato, un dato molto preoccupante come quello del finanziamento del sistema che rappresenta il secondo punto di debolezza del nostro welfare. Nel 2017 la spesa pubblica totale è stata di 839,5 miliardi di cui 453,5 miliardi (oltre il 54%) per il welfare (pensioni, sanità, assistenza). Per finanziare questa enorme spesa (tra le più elevate in Europa) occorrono tutti i contributi, tutte le imposte dirette e una parte delle indirette.
Ma chi le paga? La metà degli italiani dichiara reddito zero o inferiore a 7.500 euro lordi l’anno; il 45% di tutti i contribuenti (sono circa 40 milioni) versa solo il 2,8% dell’Irpef, mentre il 57% dell’Irpef è a carico del 12% dei contribuenti, tra i quali l’1,10%, massacrati dalle imposte e da tagli indiscriminati e mancate rivalutazioni sulle pensioni, versa il 18,86% dell’Irpef. Purtroppo rispetto a maggio, i dati sull’occupazione sono leggermente peggiorati, mentre la quota assistenziale si è incrementa ancora. Alla luce di questi dati, puntualizza Brambilla, si sarebbe potuto concedere qualche flessibilità al sistema delle pensioni e ridurre invece l’abnorme spesa assistenziale, che è il vero freno del Paese, anche migliorando l’inesistente macchina organizzativa. E, invece, le norme contenute nella Legge di Bilancio e nel decreto sul Reddito di Cittadinanza, pensioni e quota 100, fanno prevedere un aumento dei pensionati di oltre 300 mila unità, senza alcun elemento equitativo nel calcolo della pensione e un aumento di 8 miliardi della spesa assistenziale anche per l’introduzione del reddito di cittadinanza, senza alcun miglioramento della macchina. Macchina che, oltre ad essere inefficiente, si basa su parametri molto distanti dalla “prova dei mezzi” adottata dai Paesi più sviluppati, legando il tutto all’ISEE che, secondo un’indagine della Guardia di Finanza, è falso in 6 dichiarazioni su 10. Tutto ciò, oltre ad interrompere una striscia positiva che durava da oltre 10 anni, farà peggiorare i conti pensionistici INPS (300mila in meno che versano contributi e prendono la pensione) e il rapporto attivi/pensionati. Farà aumentare la spesa assistenziale che, nel 2019, potrebbe avvicinarsi ai 120 miliardi di trasferimenti (142 miliardi in totale), senza alcun incentivo per il lavoro (anzi, viene proposto il sorpassato e produttivo di lavoro nero “divieto di cumulo” e per la produttività. Una prospettiva pericolosa alla luce de vistoso rallentamento dell’economia.

c.linguella.

 

 

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