Quota 100 manda in recessione l’Italia?

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Fin dal suo insediamento Il governo ha sfidato la Comunità Europea sulle regole di politica economica con uno sforamento del 2,4%, poi costretto a quello del 2,04%, prefiggendosi un incremento del Pil almeno dell’1% fidando, per conseguire questi obiettivi, invece che sugli investimenti, sugli effetti virtuosi conseguenti all’introduzione del reddito di cittadinanza e quota 100. Ma secondo il country report della UE l’incremento del Pil sarà di un deludente 0,3% nel 2019/20 e l’1% sarà probabilmente raggiunto solo nel 2021. A sostegno di questa previsione c’è la diminuzione a dicembre 2018 del 3,5% del fatturato dell’industria italiana, rispetto a novembre, subendo il ribasso più forte sul mercato estero. Lo rileva l’Istat, che su base annua segna una caduta del 7,3%. Si tratta della flessione tendenziale più accentuata dal novembre 2009. Male anche gli ordinativi dell’industria che, sempre a dicembre, calano dell’1,8%. Gli interessati ( i vice premier) affermano di no e giurano che viceversa come al solito le varie Cassandre si sbagliano. Alle previsioni dell’Agenzia di Rating Fitch c’è stata la solita risposta sprezzante ed inconcludente. Anche alle preoccupazioni del FMI sugli effetti negativi di quota 100 c’è stata la solita (irritante) battuta ad effetto. Perfino i consumi interni che si ipotizzano in crescita sempre per via degli euro messi in circolo e obbligatoriamente spesi con il reddito di cittadinanza, sono previsti in ribasso.
Intanto i richiedenti quota 100 sono già più di  60.000, per la maggior parte del sud e della pubblica amministrazione. Certo è che per quota 100 ci volevano dei filtri. Una cosa è un operaio 62 enne usurato e stanco, un’altra è un medico per esempio di pari età. Se non ha problemi particolari personali o familiari, è difficile immaginarlo a spasso nei giardinetti. Si doveva disegnare meglio lo strumento dell’Ape sociale, non è neppure pensabile che dall’incontro di oggi fra governo e sindacati escano dei grossi stravolgimenti. Come è avvenuto lo scorso dicembre, non succederà niente di stravolgente, ammesso che succeda qualcosa e mi auguro di sbagliarmi.
Ma veniamo al nocciolo della questione. La legge di bilancio per il 2019 ha istituito due distinti Fondi presso il Ministero del lavoro, con possibilità di utilizzo reciproco a compensazione di eventuali risparmi realizzati.
Il primo è il “Fondo per il reddito di cittadinanza” con una dotazione pari a 7,1 miliardi di euro per il 2019, 8,055 per il 2020, 8,317 per il 2021, risorse in parte destinate al potenziamento dei centri per l’impiego e di ANPAL Servizi S.p.A..
Il secondo è il “Fondo per la revisione del sistema pensionistico e per incentivare l’assunzione di lavoratori giovani”, con una dotazione pari a 3,968 miliardi di euro per il 2019, 8,336 miliardi per il 2020, 8,684 miliardi per il 2021, 8,153 miliardi di euro per l’anno 2022, 6,999 miliardi di euro per l’anno 2023 e 7 miliardi di euro a decorrere dall’anno 2024.
Per rendersi conto della differenza, basta confrontare quest’importi con le somme stanziate per l’ape sociale. L’ape sociale è quella possibilità di poter andare in pensione prima dei 67 anni, concessa solo a coloro che hanno 63 anni di età e 30 o 36 anni di contributi e che si trovano in situazioni ben specificate dalla legge, come essere invalido, disoccupato, assistente di parenti portatori di handicap, svolgere lavori gravosi ecc…. Per l’ape sociale per il 2019 sono stati stanziati complessivamente 682,7 milioni di euro, per il 2020, 662,5 e per il 2021 466,2.

Stanziamenti quota 100 e ape sociale a confronto

Cifre abbastanza consistenti le prime, come si vede, per cui in un sussulto prudenziale è stato posto in capo all’INPS un obbligo di monitoraggio delle domande di pensionamento anticipato.
Il monitoraggio dovrà avere cadenza mensile nel corso del 2019, poi avverrà con cadenza trimestrale.
In caso di scostamento – anche in via prospettica – rispetto alle previsioni complessive di spesa, il Ministero dell’economia dovrà adottare quelle iniziative di salvaguardia finanziaria secondo una specifica procedura per la compensazione degli oneri che eccedono le previsioni di spesa. Qualora siano in procinto di verificarsi di scostamenti, il Mef, con proprio decreto provvede alla riduzione degli stanziamenti. Nel caso in cui invece gli scostamenti non siano compensabili nel corso dell’esercizio, si dovrà ricorrere a iniziative legislative. E’ ovvio che queste somme se non supportate da una reale ripresa economica aggraverà ulteriormente i conti pubblici perché sarà un nuovo debito che si aggiunge a quelli pregressi e qualcuno li dovrà pur pagare, perché se no il sistema previdenziale italiano, che aveva raggiunto una sua sostanziale stabilità, rischia di subire nuovi imprevisti scossoni. L’unica forma di salvaguardia è quella di realizzare effettivamente il turn over fra i dipendenti che andranno in pensione con quota 100 con pari numero di nuovi assunti così che il gettito dei contributi Inps compenserà le maggiori uscite pensionistiche.
Questo ai fini della sostenibilità dei conti, mentre un discorso a parte è se gli importi pensionistici maturati con quota 100 saranno adeguati alle esigenze di vita. Questo è un altro discorso perché ognuno prima di andarsene volontariamente in pensione, si sarà fatto i suoi calcoli. Ma a parte questo se la misura si stabilizza, cioè se quota 100 diventa permanente, per garantire l’adeguatezza non si può non rilanciare la previdenza complementare che assicura un’integrazione pensionistica ma con oneri completamente a carico dei datori di lavoro e dei lavoratori, realizzando così una sorta di neutralità attuariale.

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