8 marzo, disparità di genere lavoro/pensioni: un gap difficile da eliminare

Scritto il alle 09:13 da [email protected]

Oggi siamo a festeggiare nuovamente la festa della donna e al d ilà di tutti i discorsi celebrativi e retorici che si faranno in questa giornata dobbiamo rimarcare che le donne hanno sempre un gap previdenziale che sembra difficilmente colmabile.
Nel 2018 l’Onu lanciò una sua drammatica denuncia sulle diseguaglianza di genere che ancora persistono specialmente a livello economico.
Dai report dell’Onu emerge una situazione drammatica, non vi sono distinzioni di aree, comparti, età o qualifiche. «Non esiste un solo paese, né un solo settore in cui le donne abbiano gli stessi stipendi degli uomini con variazioni significative fra Stato e Stato. Le donne mediamente nel mondo guadagnano il 23% meno degli uomini.

Anche il numero di donne attive resta molto inferiore a quello degli uomini. Per l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) del 2015, il 76,1% degli uomini in età lavorativa fa parte della popolazione attiva, mentre la percentuale è del 49,6% nel caso delle donne.
Nell’Unione europea le donne in media guadagnano circa il 16 % in meno degli uomini . Questa forbice varia a seconda dei paesi: inferiore al 10 % in Slovenia, Malta, Polonia, Italia Lussemburgo e Romania, sfora il 20 % in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Germania, Austria e Estonia.
La percentuale dell’occupazione femminile In Europa ( comprensiva della Gran Bretagna) è del 63 % circa, contro il 75 % circa degli uomini in età compresa tra 20 e 64 anni,
svolgono lavori part-time per il 34,9 % contro appena l’ 8,6 % degli uomini, pagandone le conseguenze in termini di carriera, opportunità, formazione, diritti pensionistici e sussidi di disoccupazione. Naturalmente ulle donne inoltre ricadono la cura dei figli e mansioni domestiche non retribuite e cercano impiego in settori o professioni compatibili con la vita familiare. Per questo motivo si orientano più facilmente verso posizioni scarsamente retribuite e non assumono posti manageriali ( ma se vogliono poi trovano un’infinità di ostacoli).
La situazione in Italia
Infine, l’Italia la donna continua a fare quasi tutto a casa, il 72% delle ore di lavoro di cura della coppia con figli sono svolte dalle donne, costretta anche da una bassa offerta dei servizi per l’infanzia e una crescente difficoltà di conciliazione, soprattutto per le neomadri (dal 38,6% del 2005 al 42,7% del 2015).
I differenziali di genere nelle pensioni non verranno colmati fintanto che non saranno superate le disuguaglianze nel mercato del lavoro, nell’organizzazione dei tempi di vita, e non sarà disponibile una rete effciente di servizi sociali per l’infanzia.
La pubblica amministrazione ha svolto un ruolo primario nella crescita dell’occupazione femminile.
La femminilizzazione del pubblico impiego, peraltro, si è realizzata lentamente e con modalità differenti sia in relazione ai comparti sia alle qualifiche ricoperte.
Tra i fattori più rilevanti che hanno favorito l’inserimento lavorativo delle donne sono da annoverare sia i criteri di accesso meno arbitrari come i concorsi pubblici rispetto ad altri contesti.
Lavoratrici oggi, pensionate domani
Se guardiamo la popolazione prossima alla pensione (58-63enni) come pure, in prospettiva, le generazioni più giovani vediamo subito come le differenze di genere si riverberano sulle pensioni. Il tasso di interruzione dell’attività lavorativa per motivi familiari,  coinvolge il 22,4% della donne con meno di 65 anni (contro il 2,9% degli uomini), sale al 30% tra le madri ed è elevato anche tra le generazioni nate dopo il 1964, per le quali supera il 25%. Oltre la metà delle interruzioni è dovuta alla nascita di un figlio. Oltre ad avere più interruzioni per motivi familiari, i percorsi lavorativi delle donne sono più spesso caratterizzati da lavori atipici: Inoltre, dagli anni ‘90 è progressivamente aumentato il part-time femminile (dal 21% del 1993 al 32,2% del 2014), con conseguenti minori livelli medi di retribuzione e importi più bassi dei contributi versati.

Le misure adottate recentemente per ridurre la disparità di genere sono quelle relative al riscatto dei periodi per i figli nati fuori del rapporto di lavoro, l’opzione donna e  la recente adozione dell’ape cosiddetta rosa, relativa alla riduzione contributiva fino ad un massimo di 2 anni per chi ha figli, nonchè quota 100.
Il numero complessivo di iscritti a forme di previdenza complementare,  è pari a 8 milioni, solo il 25,2% sono le donne.
Contro la discriminazione di genere lo strumento principale come si accennava è l’opzione donna, uno strumento di per sé positivo ma inefficace a risolvere il problema. Se noi andiamo a guardare gli importi medi pensionistici vediamo che c’è una differenza notevole fra l’uomini e le donne in termini di pensione. Per i motivi sopraesposti e cioè che le carriere delle donne sono discontinue intervallate da maternità e Part time. Questo non consente di accumulare montanti contributivi tali da dare delle pensioni adeguate. Inoltre l’aver equiparato i limiti di età per il pensionamento uomo-donna  ha aggravato la situazione.  Ma già è stato sottolineato come quota 100 favorisca le carriere continue e l’ape sociale giustamente tutela  situazioni particolari espressamente previste. Il problema fondamentale che blocca l’opzione donna è essenzialmente il ricalcolo della pensione fatta con il metodo contributivo che comporta un ulteriore abbattimento dell’assegno pensionistico già originariamente diversificato, di un 20%. inoltre avendo previsto una finestra temporale, in realtà si obbliga a lavorare un anno in più a meno che non ci vuole stare un anno senza stipendio e senza pensione. In un quadro di revisione organica della riforma Fornero occorre ripensare all’opzione donna ribaltando completamente gli attuali presupposti su cui è fondata ogg, i cioè principalmente procedere al riconoscimento del lavoro di cura, concedere maggiore abbattimenti per i figli, non limitarli a 2 anni, eliminare le finestre e accreditando figurativamente i vuoti contributivi.

Camillo Linguella

 

 

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